giovedì 31 agosto 2017

Stupro di Rimini, alla frase choc del mediatore culturale risponde l’agenzia di pompe funebri

lastampa.it
nadia ferrigo

Il titolare Taffo: «Non è una pubblicità scherzosa, ma originale»

Il post sulla pagina Facebook di delle onoranze funebri Tasso

È la pubblicità, bellezza. Può fare sorridere oppure indignare, ma certo con migliaia di commenti e condivisioni il post pubblicato sulla pagina Facebook delle onoranze funebri Taffo ha centrato l’obiettivo. Corredato dallo scatto di una bara, il post - «Vieni Abid. È peggio all’inizio. Ma una volta che entri ti calmi» - si riferisce alla vicenda che ha coinvolto Abid Jee, mediatore culturale che vive a Bologna autore di un raccapricciante commento su Facebook a proposito dello stupro descritto come «peggio ma solo all’inizio, poi la donna diventa calma ed è un rapporto normale». Così nasce l’idea della Taffo, agenzia di pompe funebri romana con più di settant’anni di attività. 

Come spiega Alessandro Taffo, 32 anni, titolare dell’azienda di famiglia, la nostra pubblicità «non è tanto scherzosa. La definirei originale. Abbiamo sempre puntato all’originalità. Le altre pubblicità giocano sulla grandezza di logo e numero, niente più. Così noi diciamo la nostra, anche su argomenti delicati e importanti». 

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Pubblicità

Come spiega Alessandro Taffo, 32 anni, titolare dell’azienda di famiglia, la nostra pubblicità «non è tanto scherzosa. La definirei originale. Abbiamo sempre puntato all’originalità. Le altre pubblicità giocano sulla grandezza di logo e numero, niente più. Così noi diciamo la nostra, anche su argomenti delicati e importanti». 

Stupro di Rimini, il post del salviniano: "Quando toccherà alla Boldrini?"

ilgiornale.it
Sergio Rame - Lun, 28/08/2017 - 15:45

Il post dopo lo stupro della polacca: "Ma alla Boldrini e alle donne del Pd, quando dovrà succedere?". Scoppia la bufera. E il movimento Noi con Salvini lo espelle



"Ma alla Boldrini e alle donne del Pd, quando dovrà succedere?".

Dopo aver condiviso su Facebook la notizia dello stupro di una giovane polacca, aggredita a Rimini da un branco di nordafricani, il segretario cittadino di San Giovanni Rotondo (Foggia) di Noi con Salvini, Saverio Siorini, ha attaccato a testa bassa la presidente della Camera e le esponenti dem scatenando un'accesissima polemica politica. Tanto che dal Pd chiedono a Matteo Salvini di "chiedere scusa per queste parole d'odio". Ma il movimento, che appoggia il leader della Lega Nord, non solo si è subito dissociato dal post ma ha anche espulso Siorini.

Il post di Siorini è durissimo. E arriva proprio mentre si dà ancora la caccia ai responsabili della brutale violenza sessuale. "Lo stupro non si augura a nessuno - tuona su Facebook l'esponente di Noi con Salvini - ma questa è una provocazione che nessuno ha recepito. Ancor più strano è che la Boldrini non ha preso ancora una posizione contro questa odiosa recrudescenza di stupri visto che vede come protagonisti i suoi amici immigranti?". A distanza di alcune ore, durante le quali è stato subissato da pesanti insulti, Siorini è tornato sull'argomento cercando di precisare il senso del proprio post.  

"Capisco che il mio post è stato frainteso e anche strumentalizzato a favore di qualcuno, ma è tanta la rabbia per questa giovane donna stuprata, e il silenzio della Boldrini e di tutte le femministe (che hanno preferito accanirsi su di me), che non ci ho visto più - ha, quindi, scritto - ovvio che non era mia intenzione augurare il male a nessuno, con questo non cambio idea: auguro una castrazione chimica a tutti gli stupratori e la rabbia del popolo a tutti i complici del Pd".

Il Partito democratico ha subito stigmatizzato le parole del salviniano. "Siorini è un incosciente ad incitare alla violenza e alla rabbia, ma non mi stupisce: l'odio instillato quotidianamente da Matteo Salvini genera mostri - ha attaccato Titti Di Salvo, vicepresidente dei deputati dem - è arrivato il momento che il segretario federale della Lega Nord chieda scusa, alle donne e a tutti i cittadini, e smetta di diffondere paura, odio e violenza: i suoi interessi elettorali - conclude Di Salvo - rischiano di farci sprofondare nel sonno della ragione ed avere conseguenze tragiche". "È questa la 'cultura' politica della Lega di Salvini?", si chiede invece la senatrice piddì, Francesca Puglisi, presidente della commissione contro il femminicidio.

Il movimento Noi con Salvini ha subito preso le distanze da Siorini. "Non condividiamo nella maniera più assoluta termini e contenuti", ha messo in chiaro il coordinatore regionale Rossano Sasso annunciando contestualmente l'espulsione del politico. "La battaglia contro l'invasione e contro le politiche scellerate in materia di immigrazione volute dal pd, la conduciamo da sempre con fermezza ma a nessuno dei nostri iscritti è consentito eccedere come ha fatto Siorini".

Sul bus Atac compare la scritta “No vax”

lastampa.it



Vaccinati sto c.....» è la scritta apparsa stamani sul display di un bus di Roma dell’Atac, la municipalizzata dei trasporti capitolini che informa di aver «immediatamente avviato tutti gli accertamenti utili ad individuare le responsabilità e conseguenze derivanti dall’uso improprio del display». La foto della scritta in questione è stata pubblicata su Fb. Il bus di linea in questione, spiega l’azienda, «stamattina è stato tabellato con una scritta contro le vaccinazioni Al termine dei necessari approfondimenti, l’azienda prenderà ogni provvedimento non solo a carico del conducente, ma anche di eventuali altri responsabili, che col proprio comportamento avessero favorito, in qualsiasi modo, la grave ed inaccettabile violazione dei regolamenti aziendali e conseguente danno all’immagine della società».

Quei profughi a vita. Se lo status di rifugiato diventa una professione

ilgiornale.it
Paolo Bracalini - Dom, 27/08/2017 - 09:07

Gli eritrei sgomberati a Roma sono in Italia da decenni col permesso da richiedenti asilo



Professione: richiedente asilo. «Io sono arrivata dall'Eritrea nel 93 dice una delle occupanti abusive sgomberate dalla polizia.

Ventiquattro anni fa, ventiquattro anni in Italia da richiedente asilo, un status provvisorio (il permesso di soggiorno ha una durata di un anno, rinnovabile) che diventa a vita. «Io 13 anni qua Italia, asilo politico» risponde un'altra eritrea intervistata da RepubblicaTv, «loro si prendono i soldi a noi, anche per la bambina, loro ricchi con noi, ricchi!» dice la donna riferendosi forse al racket tra immigrati: vuoi un letto abusivo nel palazzo occupato?

Paghi. «Vogliamo i nostri diritti di rifugiati» grida un altro al megafono, e insomma se sgombrano gli etiopi ed eritrei dal palazzo occupato abusivamente da ben quattro anni (una di loro dice di abitarci proprio da quattro anni), ora è lo Stato italiano che deve dargli un'altra casa. «Loro accettano come rifugiati non è colpa nostra tutto casino, loro accettano noi rifugiati, ci danno il documento ma poi non fanno niente per noi, tutte bugie» si lamenta un'altra occupante.

Il succo è: perché le Questure accettano le domande di asilo politico (avviene in una percentuale minima, l'8% a luglio secondo i dati del Viminale) se poi non gli garantiscono casa e tutto il resto? La colpa, insomma, è dell'Italia che li accetta e poi se ne occupa più, dicono gli ex inquilini abusivi in piazza Indipendenza. Dentro il palazzo, come mostra un video girato mesi fa da Rete Zero, si vedono appartamenti ben accessoriati: tv al plasma, decoder, frigoriferi, microonde, macchinette del caffè. «Il governo ci paga solo l'acqua e l'elettricità» dice al giornale.it Adhaniom Alem portavoce della comunità. Il gas no, ecco perché le bombole brandite contro gli agenti della polizia.

Per la verità, lo status di rifugiato non assegna agli stranieri a cui viene riconosciuto dei diritti in più rispetto agli italiani (ad esempio non è previsto il diritto di occupare una casa con luce e acqua pagati dallo Stato). Nella scheda informativa delle Prefetture, alla domanda «cosa succede in caso di riconoscimento», dopo le spiegazioni pratiche sul documento che verrà rilasciato, si legge infatti: «Avrai tutti i diritti e sarai soggetto agli stessi doveri dei cittadini italiani, con esclusione di quelli che presuppongono la cittadinanza italiana (esempio, il diritto di voto, la partecipazione a concorsi per l'accesso ai pubblici impieghi, ecc.)».

Diritti e doveri come gli italiani, punto. In più però hanno un sussidio, che viene erogato alle cooperative dagli enti locali che decidono di partecipare al bando Sprar (Sistema di protezione e accoglienza per rifugiati e richiedenti asilo), per coprire le spese di gestione del rifugiato, i famosi 35-40 euro al giorno, compreso qualche euro che va direttamente al migrante, come spiega a Internazionale Daniela Di Capua, direttrice del servizio centrale Sprar: «Solo una quota residua viene data direttamente a loro, si tratta del pocket money, pochi euro per le piccole spese quotidiane. Queste risorse fanno parte di un fondo ordinario del ministero».

Quando non gli si permette di prendere possesso per anni di un palazzo in centro a Roma, le prefetture si adoperano per trovare alberghi, case sfitte, strutture disponibili per metterci dentro i richiedenti asilo e mantenerli con vitto e alloggio. Non sempre gradito, peraltro. «Ci danno pastasciutta a colazione, pranzo e cena» dichiara insoddisfatto del menù Osayi, ospite di un centro a Cona, provincia di Venezia. Tutto diverso dalla Germania, dove si richiede ai profughi «frequenza a corsi di lingua, cultura e legislazione tedesca, con regolari verifiche dell'apprendimento, e per chi non adempie c'è il ritiro progressivo dei benefici».

Se lanci una bombola, più che un rifugiato, sei un disgraziato.

ilgiornale.it



La prossima volta, caro Sovrintendente Gargiulo, del 1° Reparto Mobile della Polizia di Stato – anche detto Mr. Pocopiùdimilleduecentoeuroalmese, quando vedi una bombola pioverti dal cielo, in nome della tolleranza, della festa dei popoli e di un mondo rinnovato, più maturo, emancipato e non-violento – un po’ come la libertà made in Usa che arriva dalle nuvole -, spalanca la bocca e sorridi a tutti denti, prima di perderli tutti; anzi togliti il casco e accogli la bombola della fratellanza, del domani migliore. Così, caro Sovr. Gargiulo della Polizia di Stato, qualche Ong, non se la prenderà con te dicendo che, quel giorno, a Piazza Indipendenza, o altrove, non si trattò di “inaudita violenza”, “di violazione di ogni principio umanitario, sociologico, religioso, politico, filosofico, calcistico, sportivo”.

PRETENDO DI CONTINUARE A DARE UN NOME ALLE COSE.
PRETENDO DI CONTINUARE A DARE UN NOME ALLE COSE.
PRETENDO DI CONTINUARE A DARE UN NOME ALLE COSE.

Non per soffiare sul fuoco, non per entrare nella polemica tecnica; ma per ribattere al trick ipnotico-linguistico-culturale dei cantori del mondo nuovo. Quello che col saio della legge, e il cordone virtuale addosso, processa chiunque voglia mantenere un contatto con la realtà, reagendo all’oppressione perversa a cui siamo sottoposti.

Alle olimpiadi dell’indecenza italiana arriva anche il lancio della bombola indoor. Dopo quello outdoor, presentato al comitato olimpico nel 2001, a Genova, da un ragazzo col passamontagna. In questa continua transumanza adolescenziale tra buoni e cattivi, giocando a chi ce l’ha più grossa (la morale, con cui salvare l’universo mondo da se stesso, dai fantasmi del passato, dai monumenti che lo rappresentano, da ogni stilla intima di identità storica e valoriale, come un ventenne che si ribella ai genitori), si palesa, lenta, lenta, una certezza: se lanci una bombola di gas alla Polizia, più che un rifugiato, sei un disgraziato.

Qualunque sia il colore della tua pelle e qualunque sia quello della bombola. E non cedo in tentazione, mi libero dal male, parlando a te, UOMO, e tu sentirai, spero. Non parlo all’immagine di te, non parlo a ciò che altri vorrebbero che tu fossi. Non a chi vuole rappresentarti, e ti vuole riempire come un bignè, di sentimenti, informazioni, immagini, pretesti e parole – un esempio tra le centinaia, riportato da Granzotto, proprio su questo Giornale: “Un corteo – quello di domani pomeriggio all’Esquilino ndr -. pubblicizzato sul sito web del Coordinamento Cittadino Lotta per la Casa. Movimento nato nel 1988 che sta dietro ai disordini degli ultimi giorni. Sarebbero loro ad aver addestrato e convinto gli occupanti a rimanere lì a ogni costo. 

L’accusa viene dalla Prefettura: «Le operazioni si sono svolte in condizioni di assoluta sicurezza, nonostante la prevedibile e decisa opposizione degli occupanti e l’azione di infiltrazione posta in essere dai movimenti di lotta per la Casa che ha indotto gli occupanti accampatisi in piazza Indipendenza a rifiutare sistemazioni alloggiative alternative, determinati a rimanere in strada fino alla manifestazione con corteo indetta dagli stessi comitati per sabato». Una tecnica che per i Comitati non sarebbe certo nuova. In un’inchiesta del Tempo risalente all’inizio dell’occupazione si documentava la presenza a via Curtatone di Luca Fagiano, uno dei boss delle «okkupazioni» romane e leader del Movimento per il diritto alla Casa, circolo vicino al Coordimento Cittadino. 

Nell’articolo si racconta come spesso i movimenti utilizzino i migranti per farsi scudo delle loro occupazioni e conquistare postazioni utili nella capitale. Tra l’altro i movimenti sono soliti chiedere il pagamento di una tassa alle persone che entrano negli stabili conquistati, una tessera periodica obbligatoria il cui importo può variare a seconda dei casi. Non solo. Ma gli «ospiti» sono anche costretti a presenziare alle manifestazioni organizzate dai movimenti e ai comizi dei politici amici. 

Tutta manodopera gratuita, che arriva anche in soccorso a far scudo contro i blitz delle forze dell’ordine negli stabili presi sotto sequestro” – ; non a chi ti muove come una marionetta dell’umanitarismo spinto, come la vittima da innalzare sull’altare della storia: ricordate i migranti?
La seconda metà del 2000, l’era che migrava, che girava, che faceva tanti loop per rimanere sempre lì, o anzi, peggio ancora, per scavarsi, come una grande trivella, la fossa delle derealizzazione, dello staccamento dalla realtà.

Parlo a te, UOMO, che, a tuo dire, ti stavi difendendo. Chi lancia volontariamente una bombola del gas a un agente delle Forze dell’Ordine è un indifendibile delinquente. Che non fa rima con pace, colori pastello, bandierelle e fricchettoneria a scopo di lucro varia. Quella che va per la maggiore, ora, e partorisce nuovi Savonarola, pronti ad evangelizzare al suon di melassa uniforme, antireazionaria e plastificata lineare, anche i bagni dell’Autogrill. E, del resto, non che me ne freghi poi tanto, UOMO, da dove fuggi e perchè, in questo caso.

Se lanci una bombola qui, ma da te fuggi, corri via, permetti ai pirati di una terribile avventura moderna di Salgari, di essere sfruttato come pezzo di carne da vendere al mercato, se qui fai la guerriglia, ma da te rinunci ad una rivincita sociale, dignitosa, che passi per le armi e per la legge, finanche per l’estremo sacrificio, come qui facciamo da secoli, nel bene o nel male, tu UOMO fatti due domande, prima di essere sovrastruttura, proiezione per conto di qualcuno, prima di farti addossare la pecetta del migrante povero e debole che non parla, né ha coscienza, da qualche Ong o da qualche onorevole paladino dei diritti. Sarà UOMO, che tu abbia il diritto di emigrare; sarà anche che tu abbia il diritto di non farlo, ma questa è un’altra storia, indicibile, impronunciabile e che ora, qui, mi varrebbe la gogna.

Ma trova una destinazione mentale. E ricorda che per me, prima di essere chiunque tu sia, da ovunque tu venga, sei UOMO; e in quanto tale ti considero. Giochiamo sul campo dell’uguaglianza coatta. Perché non me la raccontate giusta, voialtri. E nella mia incrollabile visione umanistica, ne ho fatto anche un libro, l’ultimo uscito, proprio in allegato con Il Giornale, prima ancora che essere tutti pecetta da appiccicare sulla cartella “agenzia sociologica n…”, siamo uomini e donne. Compiamo processi di discernimento del reale e di noi stessi, che s’incrociano ben volentieri con una coscienza critica, un’intelligenza, una capacità di giudizio degli eventi, delle proprie azioni.

Ebbene, anche così voglio vedere un immigrato (perché fino a prova a contraria, la guerra delle guerre, quella semantica, mi obbliga ad utilizzare il termine corretto, non quello culturalizzato – alla luce di qualche ominicchio attuale che ha la presunzione di stendersi sulla storia e fargli ombra -, ovvero politicamente corretto; ergo, chi si sia temporaneamente o definitivamente stabilito in un luogo diverso da quello di origine, in una singola azione diventa immigrato; chi continua a farlo, migra, quindi, migrante, in continuità), come un uomo che abbia coscienza di sé e del reale; non come un pacco umanitario appoggiato lì per sostenere il culo, stanco di contare i soldi, di qualche Ong, di qualche giornalista, di qualche perbenista, di qualche giornalista-perbenista.

Nelle piccole spese fallisce l’azienda. E nell’uomo si sta perdendo il nostro tempo, ancor prima che nelle idee, nelle pecette, nelle sovrastrutture ideali e religiose. Si spegne, lentamente, l’antico artigianato umano. E lì perisce la civiltà. UOMO, parla, pensa, agisci. Punto. Come farebbe chiunque altro. Vuoi la mia terra? Prenditi la mia legge. Vuoi la mia bandiera, vuoi la mia cittadinanza? Prenditi le mie grane, le mie disperazioni; prenditi, anche tu, le file, la burocrazia, le telefonate sprecate, . Se avessi saputo com’era davvero, avresti scelto ancora l’Italia?

Che tu sia ivi immigrato per motivi economici (mettiamola così), o umanitari, con lo stesso processo di libero arbitrio che ti ha fatto scegliere se continuare a combattere la corruzione violenta ed endemica nella tua terra, rischiando anche la vita, o imbarcarti pagando un assassino bastardo che, forse, ti scaricherà troppo prima rispetto al primo scoglio, facendoti ammazzare come neanche un animale meriterebbe, dovresti leggere la realtà qui da noi. La fantastica utopia della disgregazione. Ma la colpa è di questo Paese, che non lo permette e ti permette di fare guerriglia in Piazza Indipendenza che così si chiama perché dietro un popolo ha lottato per la propria libertà, per autodeterminarsi; guarda un po’ te quando cazzo è curioso il mondo.

Se lanci una bombola contro la polizia non sei un rifugiato, sei un disgraziato. In attesa di aspettare che si pronunci il sindaco Raggi, sull’accaduto – a proposito, fa ben notare Maria Carla Sicilia sul Foglio: “Al Campidoglio manca, da anni, un piano per fronteggiare sia la questione dell’accoglienza sia quella abitativa e com’era prevedibile neppure la giunta a cinque stelle è riuscita a gestire le cose. “Mai più situazioni come Ponte Mammolo, senza un piano alternativo prima di uno sgombero”, aveva detto nel 2016 Laura Baldassarre, assessore ai Servizi sociali, all’indomani del suo insediamento. Una promessa rivolta alle associazioni che a Roma sono impegnate con i tanti migranti che ogni giorno arrivano e non sanno dove passare la notte. 

Non si era risparmiata neanche Virginia Raggi, quando in campagna elettorale ha partecipato a un confronto organizzato al Cinema Palazzo, spazio occupato di San Lorenzo. In quell’occasione, parlando a centri sociali e associazioni, il futuro sindaco ha avanzato la proposta di una carta dei “beni comuni urbani” che comprendeva, tra i dieci punti citati, anche la casa. Quello che da oltre dieci anni è un tallone d’Achille per la Capitale, Raggi l’aveva messo al centro del suo programma di governo, il settimo degli undici “passi per portare a Roma il cambiamento di cui ha bisogno”: il diritto all’abitare. Dove siano finite queste buone intenzioni oggi, dopo lo sgombero del palazzo in via Curtatone, non è dato sapersi” -.

Blasfemia, la ricerca assurda. "Italia come Qatar e Yemen"

ilgiornale.it
Noam Benjamin - Dom, 27/08/2017 - 08:57

Sulla carta siamo sesti nel mondo per repressione. In realtà la legge non viene più applicata da decenni



A pari merito con l'Egitto e appena sopra l'Algeria. In una classifica che misura la violazioni dei diritti umani nella repressione del reato di blasfemia, l'Italia esce piuttosto male.

Con il punteggio più alto, a indicare gli abusi peggiori, troviamo l'Iran (66,7 punti). Seguono Pakistan, Yemen. Somalia e Qatar. Con 56,2 punti l'Italia è sesta, appaiata all'Egitto. La lista va avanti con Algeria, Comore, Malta, Libia, Arabia Saudita, Bahrein, e passa in rivista la quasi totalità del mondo islamico per chiudersi invece con Filippine, Spagna e Irlanda (25 punti), Paesi dove l'abuso contro i bestemmiatori non è di casa. Non avendo avuto notizie né di impiccagioni in piazza né di pubbliche fustigazioni abbiamo chiesto a Joelle Fiss, una delle coautrici dello studio americano, perché il Belpaese si trovi in così mesta compagnia.

Esperta di diritti umani e libertà religiosa, Fiss non si fa trovare impreparata. «Siamo consapevoli che la metodologia da noi utilizzata sarebbe stata contestata. In primo luogo abbiamo descritto il dettato della legge in ogni Paese in cui la blasfemia sia considerata reato e misurato la distanza fra la legge e il diritto internazionale», dice al Giornale. Sotto questo profilo gli articoli 402, 403 e 404 del codice penale procurano all'Italia il non commendevole posizionamento. Come un dottor Frankestein spaventato dalla sua stessa creatura, Fiss è la prima a riconoscere che «il caso dell'Italia è un'anomalia.

Noi sappiamo che nel 2000 la Corte costituzionale ha disapplicato gli articoli sulla blasfemia, ma ci risulta che gli stessi siano formalmente ancora parte del codice penale, e noi li abbiamo tenuti considerazione». La stessa Fiss ricorda che descrivere una legge e valutarla in basa a criteri come tutela della libertà religiosa e di espressione, gravità delle pene o discriminazioni di gruppi religiosi «è solo l'inizio dell'opera». Perché bisogna poi tenere in considerazione anche una serie di fattori, fra i quali «il contesto politico e giudiziario, l'atteggiamento dell'opinione pubblica verso la religione, il livello di violenza registrato nel Paese».

Ecco perché la classifica dei 71 Paesi va presa cum grano salis. Il rapporto menziona per esempio un caso opposto, quello del Bangladesh. Privo di leggi draconiane contro la blasfemia, il Paese asiatico ha solo 32 punti ma «nel 2015 quattro bengalesi sono stati assassinati per i loro scritti sulla laicità dello Stato e la libertà di pensiero», mentre «Al Qaida e altri movimenti jihadisti riprende Fiss pubblicano regolarmente il nome di apostati e atei da eliminare». Oppure ricorda il caso dell'Arabia Saudita, «che ha meno punti dell'Italia solo per la vaghezza della legge: qua i giudici sono liberi di infliggere pene terribili».

Quanto ai giudici pachistani, la loro formazione in stile britannico non serve a nulla «perché vengono intimiditi se non condannano, così come gli avvocati degli accusati di blasfemia rischiano la loro stessa vita». Fiss menziona anche il caso di Asia Bibi (condannata per aver offeso Maometto) e quello del governatore del Punjab, Salman Taseer, e dell'ex ministro per gli Affari religiosi, il cristiano Shahbaz Bhatti, uccisi per aver tentato di emendare la legge. Infine menziona i copti, minoranza cristiana d'Egitto: «Sono vittime ricorrenti della legge contro la blasfemia: solo nel 2015 si sono contati 21 casi di abuso». Fiss si augura che, a fini di chiarezza, «l'Italia possa abrogare la legge disapplicata». Il rapporto però parla chiaro: la maggior parte degli abusi avviene nel mondo arabo e islamico.

San Germano, multe fino a 5 mila euro a chi ospita profughi: “Le case non solo alberghi per migranti”

lastampa.it
valentina roberto

Fa discutere la delibera del sindaco leghista Michela Rosetta



san germano (vercelli) 

Il sindaco di San Germano dice «no» ai profughi. E lo fa nero su bianco, multando gli abitanti che non comunicano al municipio di aver affittato casa a un migrante attraverso un’organizzazione umanitaria: la contravvenzione va dai 150 ai 5 mila euro. Un’altra crociata per il primo cittadino di questo Comune di 1.800 abitanti alle porte di Vercelli, che già aveva firmato un’ordinanza per vietare l’uso del parco giochi ai figli degli evasori di tasse

Michela Rosetta, tessera della Lega Nord, nella sua delibera se la prende con prefetture, privati e organizzazioni che a suo parere «fanno business con il sistema dell’accoglienza, disinteressandosi delle amministrazioni comunali che dovranno gestire enormi problemi quando la maggioranza dei richiedenti asilo scoprirà di non aver diritto allo status di profugo, continuando a pesare sulle comunità locali». 

Servirà a scoraggiare chi aderisce a bandi pubblici per ospitare i migranti? In ogni caso chi non comunica al municipio, entro 15 giorni dal contratto, di aver concesso la propria abitazione a una cooperativa o a un ente che si occupa di accoglienza, diventa fuorilegge, almeno a San Germano. E una volta comunicato agli uffici comunali? «Applicherò, semplicemente, il regolamento urbano - racconta il sindaco -: chi ospita persone che non fanno parte del proprio nucleo famigliare, di fatto trasforma la casa in un albergo e può essere multato. Scommetto che in questo modo scoraggerò il fenomeno». 

New York, nuova stretta contro il fumo: 13 dollari per un pacchetto di sigarette

ilgiornale.it
Ginevra Spina - Lun, 28/08/2017 - 20:10

Il sindaco di New York, Bill De Blasio, ha firmato una legge che porta il prezzo minimo per un pacchetto di sigarette a 13 dollari per disincentivarne l'acquisto



Il vizio del fumo non è mai stato così caro: d'ora in poi un pacchetto di sigarette a New York costerà almeno 13 dollari. Anche la Grande Mela entra nel novero di quelle città che cercano di ridurre il numero dei fumatori aumentando il prezzo delle sigarette. Il sindaco Bill de Blasio ha firmato una serie di 7 leggi anti-fumo che si prefiggono l'obiettivo di ridurre il numero dei fumatori della città di almeno 200 mila unità entro il 2020.

Sono infatti ancora quasi un milione, infatti, le persone che fumano a New York, anche se i numeri sono in costante calo dal 2002. Così, l'amministrazione democratica ha introdotto un pacchetto di norme per contrastare il fenomeno. Le leggi spaziano dall'alzare il prezzo minimo dei pacchetti a quota 13 dollari al vietare la vendita di prodotti a base di tabacco nelle farmacie. Nella Grande Mela, inoltre, la vendita di sigarette è vietata ai minori di 21 anni fin dal 2013. "Il fumo resta una delle maggiori cause di morte a New York. Stiamo lavorando per cambiare questa situazione", ha scritto così il sindaco Bill de Blasio nel tweet con cui annunciava la firma dei nuovi provvedimenti.

Senza tetto dorme fuori dal rifugio sperando di trovare il suo cane e realizza il sogno

llastampa.it
cristina insalaco



Un clochard ha dormito per una notte fuori da un rifugio della Georgia pur di riabbracciare il suo quattro zampe. «L’uomo non aveva scelto il canile per rifugiarsi - dicono i volontari -. Era qui perché aveva perso il suo cane e voleva riprenderselo». L’animale, una cagnolina di nome Tata, era scappata qualche giorno prima e non aveva più fatto ritorno dal suo proprietario. L’uomo aveva così speso tutti i suoi soldi per comprare il biglietto dell’autobus, e arrivare al rifugio più vicino al luogo in cui si era perso l’animale, il «Dekalb County Animal Service».



«Avevamo effettivamente preso noi Tata - proseguono dal rifugio - ma era stata spostata in una nuova struttura, in un’altra parte della città». I volontari hanno quindi deciso di pagargli il biglietto del treno per raggiungere l’altro canile. E qui, appena Tata ha rivisto il suo proprietario ha iniziato a correre verso di lui. «Avevano entrambi gli occhi molto gioiosi e commossi quando si sono incontrati - continuano -. Probabilmente il cane è al centro della vita del senzatetto». Poco dopo sono tornati a casa insieme: «I due sono inseparabili e si vogliono davvero molto bene».

Prezzo del burro alle stelle, raddoppia in un solo anno

lastampa.it

L’aumento della domanda dovuta al riconoscimento di proprietà salutistiche, soprattutto in alternativa a grassi come l’olio di palma che un numero crescente di grandi gruppi industriali sta abbandonando



Boom del prezzo del burro in Italia. È addirittura raddoppiato nell’ultimo anno (+113%) per l’aumento della domanda dovuta al riconoscimento di positive proprietà salutistiche, soprattutto in alternativa a grassi come l’olio di palma che un numero crescente di grandi gruppi industriali sta abbandonando.

E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti nell’ultima seduta della Borsa di Milano con un picco alla produzione di 5,04 euro al chilo per il burro pastorizzato nazionale che ha raggiunto il massimo da almeno cinque anni. «Il burro - sottolinea la Coldiretti - sta riacquistando popolarità ed è tornato ad essere uno dei grassi più usati in cucina per i suoi molti suoi punti di forza: a differenza delle margarine non è un prodotto chimico, è meno calorico degli oli, non è idrogenato ed è ricco di nutrienti come il calcio, sali minerali, proteine del latte e la vitamina A, senza contare che è un prodotto del tutto naturale e senza conservanti».

Un ritorno che ha favorito il balzo delle quotazioni, dopo quelle insostenibili del passato per gli allevamenti, che riguarda in realtà tutti i prodotti lattiero caseari, dalla panna alla crema di latte, dal formaggio al latte spot che alla Borsa di Lodi, principale piazza di riferimento per il nord Italia, ha toccato i 45,36 centesimi al litro, il valore più alto dal 2014, con una crescita di quasi il 27% rispetto all’agosto del 2016. Un segnale importante per salvare le stalle italiane dopo l’obbligo di indicare in etichetta l’origine entrato in vigore in Italia sotto il pressing della Coldiretti lo scorso 19 aprile 2017. 

A pesare è la riduzione delle importazioni di olio di palma per uso alimentare che sono calate in Italia del 51% nei primi cinque mesi del 2017 con sei italiani su dieci che evitano di acquistare prodotti alimentari che contengono olio di palma, a conferma della diffidenza che sta portando un numero crescente di imprese ad escluderlo dalle proprie ricette, secondo elaborazioni Coldiretti su dati Eurispes.

«La riscossa del burro - sottolinea la Coldiretti - è peraltro giustificata da recenti studi scientifici che hanno fatto cadere pregiudizi nei confronti di un prodotto che viene oggi percepito come più naturale e salutare con l’incremento della domanda di alcuni Paesi a partire dalla Cina. Ma i consumi procapite di burro - precisa la Coldiretti - sono aumentati nel 2016 dall’Australia (23%) al Canada (+7%) fino agli Stati Uniti (+2%) dove l’USDA prevede per quest’anno un aumento del consumo mondiale di burro del 3%».

Tra i maggiori consumatori mondiali c’ è la Nuova Zelanda con 6,13 chili seguita dall’ Unione Europea con 4,71 chili, ma livelli elevati si registrano anche in India con 3,91 chili e negli Stati Uniti con 2,63 chili. Al contrario - continua la Coldiretti - la produzione di burro in calo del 6% nei primi cinque mesi del 2017 rispetto allo stesso periodo dello scorso anno in Europa dove si estende la carestia.

L’inversione di rotta su latte e burro avviene in un contesto produttivo che negli ultimi dieci anni ha visto praticamente dimezzato il numero di stalle presenti, tanto da aver raggiunto il minimo storico di 30mila allevamenti, rispetto ai 60mila attivi nel 2005. Un fenomeno causato dal crollo del prezzo pagato agli allevatori che è sceso per lungo tempo addirittura al di sotto dei costi di alimentazione del bestiame. Una situazione insostenibile che richiede una decisa inversione di tendenza, poiché da salvare ci sono i 120mila posti di lavoro nell’attività di allevamento da latte che generano lungo la filiera un fatturato di 28 miliardi, la voce più importante dell’agroalimentare italiano dal punto di vista economico ma anche dal punto di vista dell’immagine del Made in Italy.

Sono 488 i formaggi tradizionali censiti dalle Regioni che si aggiungono ai 49 a denominazione di origine protetta (Dop) riconosciuti dall’Unione Europea, ai quali è destinato circa la metà del latte consegnato dagli allevamenti italiani. Ma la chiusura di una stalla - conclude la Coldiretti - non significa solo perdita di lavoro e di reddito, ma anche un danno ambientale con quasi la metà degli allevamenti italiani che si trova in zone montane e svantaggiate e svolge un ruolo insostituibile di presidio del territorio dove la manutenzione è assicurata proprio dal lavoro silenzioso di pulizia e di compattamento dei suoli effettuato dagli animali.

Le frasi dimenticate di Wojtyla: "Controllare i flussi di migranti"

ilgiornale.it
Claudio Cartaldo - Lun, 28/08/2017 - 10:14

Le parole di Giovanni Paolo II sui migranti nell'enciclica Ecclesia in Europa: "Salvaguardare il patrimonio culturale proprio di ogni nazione"



La Chiesa nelle parole di Bergoglio, papa Ratzinger e Giovanni Paolo II. Quando si parla di migranti, migrazioni e regole dei paesi ospitanti, la linea del Vaticano non è sempre stata quella dell'accoglienza a tutti i costi che sembra trapelare in questi anni con papa Francesco sul soglio di Pietro. A far scattare nuovamente la polemica è stato l'ultimo messaggio per la Giornata Mondiale del migrante in cui Bergoglio ha esortato a dare la cittadinanza a chi nasce in un Paese. Dando nuovo slancio allo Ius soli italiano.

Eppure c'è chi ha ricordato al papa le parole di Benedetto XVI, quando disse chiaramente che il primo diritto del migrante è quello a "non emigrare", ovvero a trovare le condizioni economiche e sociali giuste per rimanere nel proprio Paese e farlo prosperare invece di cercare fortuna altrove. Ma anche Giovanni Paolo II nella sua Ecclesia in Europa, pubblicata nel 2003, pose l'accento sulla questione immigrazione e il rapporto che l'Europa dovrà affrontare con l'avanzata dell'islam.

Come ricorda il Foglio, infatti, a proposito di islam e migrazione Wojtyla scriveva che "Si tratta pure di lasciarsi stimolare a una migliore conoscenza delle altre religioni, per poter instaurare un fraterno colloquio con le persone che aderiscono ad esse e vivono nell’Europa di oggi. In particolare, è importante un corretto rapporto con l’islam. Esso, come è più volte emerso in questi anni nella coscienza dei vescovi europei, ‘deve essere condotto con prudenza, con chiarezza di idee circa le sue possibilità e i suoi limiti, e con fiducia nel progetto di salvezza di Dio nei confronti di tutti i suoi figli’.

E’ necessario, tra l’altro, avere coscienza del notevole divario tra la cultura europea, che ha profonde radici cristiane, e il pensiero musulmano. A questo riguardo, è necessario preparare adeguatamente i cristiani che vivono a quotidiano contatto con i musulmani a conoscere in modo obiettivo l’islam e a sapersi confrontare con esso; tale preparazione deve riguardare, in particolare, i seminaristi, i presbiteri e tutti gli operatori pastorali". Insomma: rapportarsi con l'islam sì, ma facendo attenzione e ponendosi in un confronto crtico. "Il rapporto con l'islam deve essere condotto con prudenza - scriveva ancora Giovanni Paolo II - con chiarezza di idee circa le sue possibilità e i suoi limiti", riconoscendo "la frustrazione dei cristiani che accolgono dei credenti di altre religioni e che si vedono interdire l'esercizio del culto cristiano".

Per Wojtyla, insomma, è necessario comprendere che c'è un "notevole divario" tra islam e Occidente, che il dialogo deve essere "corretto", vissuto con "prudenza" e che non può essere semplicemente di apertura totale come sembra prevalere oggi l'approccio del clero nei confronti dei musulmani (preghiere islamiche in Chiesa e via dicendo). "E’ peraltro comprensibile – prosegue il Papa, come riporta il Foglio – che la Chiesa, mentre chiede che le istituzioni europee abbiano a promuovere la libertà religiosa in Europa, abbia pure a ribadire che la reciprocità nel garantire la libertà religiosa sia osservata anche in paesi di diversa tradizione religiosa, nei quali i cristiani sono minoranza".

Ecco insomma il principio di reciprocità, che sembra dimenticato dalla Chiesa attuale. Mentre nei Paesi musulmani i cristiani continuano ad essere perseguitati e i fedeli di Cristo scompaiono da intere regioni Medio Orientali (come descritto dettagliatamente nei reportage de ilGiornale.it e da Gli Occhi della Guerra), qui i musulmani vengono trattati con i guanti bianchi. E questo non era accettabile dal Papa polacco, che affermò il diritto dell'Europa e della Chiesa di chiedere appunto "reciprocità" nel rapporto di libertà religiosa con l'islam.

Sul tema dell'immigrazione, invece, Wojtyla si sofferma nella sua enciclica quando parla di evangelizzazione. La sfida dell'immigrazone "interpella la capacità della chiesa di accogliere ogni persona, a qualunque popolo o nazione essa appartenga. Esso stimola anche l’intera società europea e le sue istituzioni alla ricerca di un giusto ordine e di modi di convivenza rispettosi di tutti, come pure della legalità, in un processo d’una integrazione possibile". Integrazione possibile, ma ad alcune condizioni:

"E’ responsabilità delle autorità pubbliche - scriveva il Papa polacco - esercitare il controllo dei flussi migratori in considerazione delle esigenze del bene comune. L’accoglienza deve sempre realizzarsi nel rispetto delle leggi e quindi coniugarsi, quando necessario, con la ferma repressione degli abusi". Per Wojtyla era inoltre necessario "salvaguardare il patrimonio culturale proprio di ogni nazione" e dare una particolare attenzione ai migranti cattolici. Come a dire: prima si faccia attenzione ai propri fedeli, poi agli altri. Un messaggio che in molti dovrebbero rileggere oggi.

Kawtar Barghout, la figlia di marocchini che umilia Boldrini e Kyenge: "Lo Ius Soli è una legge stupida"

liberoquotidiano.it

Kawtar Barghout, la figlia di marocchini che umilia Boldrini e Kyenge: "Lo Ius Soli è una legge stupida"

In tempi di boldrinismo dilagante sembrerà impossibile, ma in Italia esistono anche figli di immigrati critici con Ius Soli e accoglienza senza limiti. Ne è un esempio Kawtar Barghout, 26enne figlia di marocchini, di religione islamica, in Italia da quando aveva 2 anni e diventata cittadina a tutti gli effetti senza quelle che con la legge nei piani del governo Gentiloni lei stessa definisce "scorciatoie". Intervistata dal Giornale, Kawtar è spietata (anche sulla sua pagina Facebook) nel condannare il terrorismo di matrice islamica. Non solo: la sua battaglia è indirizzata anche contro le "scemenze progressiste" di chi vuole regalare letteralmente la cittadinanza ai figli di stranieri.

"Non averla non è una limitazione, visto che sei equiparato agli italiani in tutto - spiega la giovane, alla larga dal buonismo -: la tessera sanitaria ce l'hai, il conto corrente puoi aprirlo, a scuola puoi andare. È un non problema. Io sono stata extracomunitaria fino a 24 anni: qui mi avete curato il diabete, mi sono iscritta all'Università, ho studiato, ho viaggiato. Senza alcun disagio". Anche suo padre non ne ha mai fatto un problema, ottenendo la cittadinanza a 45 anni, dopo 20 trascorsi in Italia "occupato a lavorare".

Il passaporto, insomma, "era l'ultimo dei suoi pensieri". L'attuale legge sulla cittadinanza non è una giungla né tantomeno discriminatoria, anzi. "Tiene conto che l'Italia è in una posizione geografica delicata, meta di immigrazione massiccia e dove esistono molti escamotage per ottenere i documenti. Ricevere un permesso di soggiorno illimitato è facile e di conseguenza con lo ius soli regaleremo il passaporto a tutti quanti. Senza selezionare".

La Kyenge e la Boldrini non apprezzeranno, ma d'altronde la Barghout va dritta al punto, smontando anche l'ipotesi di "ius culturae" che regalerebbe la cittadinanza agli under 12 dopo 5 anni di scuola: "Se uno studia non è detto che abbracci i valori fondanti della Repubblica e i principi costituzionali. Non è automatico". Le condizioni necessarie sono altre: "La moralità, quindi non avere precedenti penali. La continuità abitativa, quindi vivere in Italia per un tempo prolungato. E i requisiti economici, visto che lo Stato deve basarsi sulla capacità contributiva.

La nuova legge è un'aberrazione giuridica". A chi dice che lo Ius Soli sarebbe una legge di civiltà, contro le discriminazioni, lei risponde secca: "È la più grande stupidaggine mai sentita. Io ho fatto tutte le scuole italiane, dall'asilo alle superiori, e non mi sono mai posta il problema di quale passaporto avessi. Nessuno viene discriminato". Perché quel che conta, per diventare italiani, è "condividere dei valori e mostrare orgoglio nazionale. Significa abbracciare la storia del nostro Paese. Ridurre il tutto a una questione burocratica è una cosa di cui mi vergogno".

"Bello e muscoloso", la nonnina di 72 anni sposa il nigeriano di 27 anni dopo 3 mesi: rovinata

liberoquotidiano.it



Una attrazione fatale finita malissimo. Una donna inglese di 72 anni, nonna di 6 nipotini, si è innamorata di un nigeriano di 27 anni. Galeotto fu Facebook, su cui i due piccioncini hanno iniziato a chiacchierare. Dopo 3 mesi, la decisione folle di sposarsi senza mai essersi visti prima in carne e ossa. Il primo incontro, infatti, avviene davanti all'altare. Qualcosa non torna? Sì, almeno per la burocrazia britannica che ha negato al giovanissimo africano il visto per entrare nel Paese.

Dal 2015, anno delle nozze, la coppia è stata così costretta a vivere separata. Oltre il danno la beffa: l'arzilla vecchietta, Angela, ha speso 20mila sterline per rimediare al consorte, CJ, la documentazione necessaria per farlo arrivare in Inghilterra e, poi, per andarlo a trovare in Nigeria. "Lui è così bello e muscoloso - ha confessato lei ai tabloid britannici -. Abbiamo parlato per ore delle nostre famiglie e dei nostri hobby, ho sentito come se ci fossimo conosciuti da sempre". "Non sta con me per i soldi, non ne ho - giura la signora -. Il nostro è amore e CJ non è un toyboy".

L'imam: "Stringere mano alle donne come violenza sessuale"

ilgiornale.it
Luca Romano - Sab, 26/08/2017 - 16:17

Per il predicatore toccare una persona dell'atto sesso è come uno stupro



Non è una novità che per i più rigorosi tra i musulmani stringere la mano a una persona del sesso opposto, se sconosciuta, sia un atto disdicevole e da evitare. Ma per un predicatore in particolare, un convertito australiano, la questione è decisamente più seria. Per lo sheikh Zainadine Islam Johnson, che dal cognome tradisce le sue origini non esattamente mediorientali, ma con le sue idee esplicita invece un radicalismo difficile da ignorare, la richiesta di stringere la mano a una donna equivale a una violenza sessuale.

Johnson, originario dello Stato del Queensland, ha di recente descritto il contatto con la mano di una donna in questi termini dal pulpito della sua pagina su Facebook. Un atteggiamento che ben poco ha a che fare con la sua vita prima dell'Islam, quando si chiamava soltanto Zean ed era chitarrista in una band rock. "Mi sento sessualmente abusato quando qualcuno cerca di costringermi", ha scritto senza mezzi termini, definendo l'atto di stringere la mano a una donna come un qualcosa di peccaminoso.

Quell’accordo “segreto” per aiutare i migranti. Gentiloni, perché non parli di Pontus?

ilgiornale.it



Ebbene sì, cari italiani, sugli immigrati e sulle Ong, il premier Gentiloni non ve la racconta giusta.In un recente post sollevavo due quesiti di fondo.
Il primo:

Perché Gentiloni è così timido e remissivo con le Ong? Esistono degli accordi di cui l’opinione pubblica non è stata messa al corrente e che in una certa misura legano le mani al governo? O forse c’è dell’altro?
Il secondo era rivolto al ministro degli Interni Minniti.

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Quando parla dell’immigrazione come di un “fenomeno epocale che va governato” e della necessità di ”liberare la gente dalle sue paure“, quando lascia intendere che le navi Ong dovrebbero essere sostituite da quelle delle missioni europee lancia il messaggio sbagliato. Della serie: regoleremo un po’ ma i migranti continueranno ad arrivare..
Sono passate poche ore e i dubbi, anziché diminuire sono aumentati. L’agguerrito Luca Donadel ha rivelato sulla sua pagina Facebook che la nave militare irlandese WILLIAM BUTLER YEATS ha effettuato ben due operazioni di recupero a poche miglia dalla costa libica. Non ne ha parlato nessuno in Italia; ma in Gran Bretagna la Bbc sî, evidenziando un aspetto finora sconosciuto: i “salvataggi” sono avvenuti nell’ambito di un accordo bilaterale fra Italia e Irlanda denominato Operazione Pontus, risalente al 2015.

Lo stesso Donadel osserva che è difficile trovare informazioni al riguardo sui siti ufficiali italiani, mentre se ne trovano su quelli irlandesi. Si scopre così che lo scopo dell’Operazione Pontus non è di contrastare i trafficanti di esseri umani ma di contribuire a una missione di “ricerca e soccorso umanitario”. Il ministro della Difesa irlandese, in una nota entusiastica del 2015, scriveva che l’obiettivo era di “soccorrere i migranti che fuggono dal Nord Africa“.

Capito? Peccato che questo obiettivo contrasti con l’Operazione Sophia, attualmente in corso e a cui ha appena aderito la stessa Irlanda, che si proponedi neutralizzare le consolidate rotte della tratta
dei migranti nel Mediterraneo“. Mi sono detto: con quel che è successo negli ultimi mesi, chissà quanti gommoni avranno sequestrato! Sono andato sul sito ufficiale per cercare annunci al riguardo, ripercorrendo la bacheca dei comunicati stampa. Tenetevi forte.Da inizio anno ad oggi viene data notizia di una sola operazione (il sequestro di armi su una nave battente bandiera libica), mentre sono frequenti gli annunci delle conferenze stampa della Mogherini (importantissimi, non c’è che dire).

Delle due l’una: l’ufficio stampa fa pena e non comunica gli straordinari successi o l’operazione non funziona, come tutte quelle varate finora dall’Unione europea (Mare Nostrum, Triton, Frontex). Però è stata prolungata nel 2018. Dunque, riepiloghiamo: le navi militari devono salvare i migranti e aiutarli a scappare dal Nord Africa (Operazione Pontus) e al contempo “individuare le reti di contrabbando”,”cercare e dirottare le navi sospette” e se necessario “smaltirle” (Operazione Sophia). Ma la seconda non funziona, la prima sì e benissimo.

Tutto questo mentre il comportamento del governo italiano, e in particolare dapprima di Matteo Renzi e poi di Paolo Gentiloni appare sconcertante. Non è ammissibile che un’intesa di questo genere venga di fatto silenziata persino sui siti ufficiali. A proposito, caro presidente del Consiglio, ci può dire se quell’accordo, come pare, è ancora in vigore? E, già che ci siamo, non ritiene suo dovere renderlo di pubblico dominio? Chissà perché ma ho l’impressione che il premier ignorerà questa richiesta. E in fondo possiamo capirlo: significherebbe dire la verità agli italiani. Un’eresia per un leader piddino.

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mercoledì 30 agosto 2017

Una funzione nascosta dell’iPhone dice quanto tempo trascorriamo su ciascuna app

lastampa.it
lorenza castagneri

Basta accedere alla sezione Batteria per avere la risposta e prendere più consapevolezza di come utilizziamo lo smartphone



Sappiamo di stare troppo a lungo con il cellulare in mano, ma ora possiamo raggiungere un maggior livello di consapevolezza grazie a una funzione nascosta dell’iPhone che indica esattamente quanto tempo passiamo alla settimana o in un giorno su ciascuna app. Recuperare l’informazione è assai facile. I dati sono lì, a portata di mano, il fatto è sono poco visibili, ma basta cliccare sull’icona delle Impostazioni e da lì accedere alla sezione Batteria per trovarli.


Scorrendo lo schermo verso il basso, nell’area dell’Utilizzo batteria, vedrete la classifica delle app che più hanno consumato l’energia del telefono nelle ultime 24 ore o 7 giorni. In alto, c’è il simbolo di un orologio. Cliccate lì e scoprirete in che modo esattamente avete utilizzato l’iPhone in questi due lassi di tempo. Le app sono indicate sempre in ordine di maggior dispendio di batteria, per cui, guardate con attenzione.



Il sistema è accurato: per ciascuna app, ci sono due numeri. Il primo indica esattamente per quanti minuti abbiamo avuto la app in uso, il secondo quanto a lungo l’app è rimasta attiva in background.



Siete stati sorpresi dai risultati? Pensavate di usare meno Whatsapp o di non essere così dipendenti da Facebook come risulta dai numeri? Chissà che questo non sia il punto di partenza per un autunno un po’ più detox dal punto di vista tecnologico. La frenesia di immortalare e subito condividere online le vacanze dovrebbe essere ormai quasi esaurita.

Lerner contro la polizia "Così si lava la coscienza"

ilgiornale.it
Franco Grilli - Ven, 25/08/2017 - 13:36

Gad Lerner commenta la foto simbolo degli scontri di Roma e mette nel mirino gli agenti di polizia



Gad Lerner festeggia l'addio al Pd attaccando i poliziotti.L'occasione per puntare il dito contro gli agenti è lo scontro avevnuto ieri tra le forze dell'ordine e gli immigrati sgomberati da un edificio a piazza Indipendenza a Roma. Le fasi dello sgombero sono stati segnati da due episodi. Il primo riguarda le parole di un funzionario che per difendere i suoi uomini dal lancio di bombole di gas da parte dei migranti ha detto: "Se serve spaccategli un braccio". L'altro episodio invece riguarda una foto che ritrare un poliziotto che con fare comprensivo accarezza la testa di una donna cercando di spiegare cosa stesse accadendo.

Ebbene, Gad Lerner ha usato proprio quella foto per commentare i fatti di Roma e le sue parole hanno suscitato on poche polemiche. Con un tweet in cui ha riportato l'immagine del poliziotto e della donna ha affermato: "Troppo comodo mettersi a posto la coscienza con la carezza di un poliziotto". Un attacco senza se e senza ma alle forze dell'ordine che ieri hanno di fatto riportato ordine in un palazzo e in una zona di Roma per troppo tempo rimasta in mano al disordine creato dagli immigrati.

Sorpresa, dalla stalla spunta una Ferrari Daytona

repubblica.it

E' una delle prime 365 GTB/4 Daytona ed è stata appena ritrovata in Giappone dopo anni di abbandono. A settembre andrà all'asta di Sotheby’s che stima un valore di circa due milioni, anche se sul mercato si trovano esemplari perfetti a molto meno: la rarità di questa Ferrari sta nel fatto che dovrebbe essere l'unica sopravvissuta con carrozzeria in alluminio, la numero 30 prodotta e che ha percorso solo 30 mila km. Ecco le immagini del ritrovamento

Sorpresa, dalla stalla spunta una Ferrari Daytona
Sorpresa, dalla stalla spunta una Ferrari Daytona
Sorpresa, dalla stalla spunta una Ferrari Daytona
Sorpresa, dalla stalla spunta una Ferrari Daytona
Sorpresa, dalla stalla spunta una Ferrari Daytona
Sorpresa, dalla stalla spunta una Ferrari Daytona
Sorpresa, dalla stalla spunta una Ferrari Daytona
Sorpresa, dalla stalla spunta una Ferrari Daytona

Ahmed, il sindaco musulmano anti-islamista

ilgiornale.it
Paolo Bracalini - Sab, 26/08/2017 - 08:32

Aboutaleb è marocchino: "Agli immigrati arabi non piace la nostra libertà? Se ne vadano"



L'attentato terroristico a Rotterdam era una bufala, ma il sindaco musulmano che invita ad «andare a farsi fottere» gli immigrati islamici che non vogliono integrarsi no, quello è vero.

Si chiama Ahmed Aboutaleb, marocchino emigrato in Olanda a 15 anni insieme alla famiglia, figlio di un imam sunnita, musulmano praticante e sindaco di Rotterdam dal 2009, ben prima che Londra avesse un primo cittadino di fede islamica. In una città ad altissima percentuale di immigrazione (il 38% della popolazione), segnata dall'omicidio di Pim Fortuyn, il leader del movimento anti-immigrati assassinato nel 2002 pochi giorni dopo che il suo Leefbaar Nederland (Olanda Vivibile) era diventato il partito più votato a Rotterdam, Aboutaleb non è certo un musulmano di destra, piuttosto è un laburista il suo soprannome è l'«Obama sul Mosa», il fiume che attraversa Rotterdam - con le idee molto chiare sui pericoli del fanatismo islamico e sui doveri degli immigrati verso la società che li accoglie.

Il sindaco ah avuto modo di esprimerle, in un intervista alla televisione olandese NOS, nel 2005 subito dopo gli attentati jihadisti a Parigi: «È incomprensibile che ci si opponga alla libertà. Ma se proprio non ti piace la libertà, santo cielo, prendi le tue cose e vai via. Se non vuoi stare qui perché qualcuno pubblica su un piccolo giornale (era Charlie Hebdo, ndr) una cosa che non ti piace, posso dire che dovresti andare a farti fottere. È stupido e incomprensibile. Puoi lasciare i Paesi Bassi se non te la senti casa tua o se non accetti la società che noi vogliamo costruire» spiegò Aboutaleb. In seguito intervistato dalla Cnn ha detto che «la costituzione olandese, ma anche la società olandese, sono costruite sui valori base della tolleranza e dell'accettazione», e chi vuole ottenerne la cittadinanza deve accettarne i valori.

Giudizi di buon senso, che se non arrivassero da un sindaco, ex immigrato, musulmano, verrebbero tacciate di razzismo e xenofobia. Boris Johnson, allora primo cittadino (conservatore) di Londra, lo prese a modello: «Se vogliamo vincere la battaglia nelle teste di questi ragazzi, abbiamo bisogno di ascoltare questo tipo di cose e soprattutto, cose dette da un musulmano».

Durante il suo mandato ha licenziato un membro musulmano del suo gabinetto che aveva sostenuto le posizioni del governo iraniano. Le sue critiche al fondamentalismo hanno un prezzo, Aboutaleb vive da anni sotto scorta. Dopo gli attentati di Parigi ha sostenuto che fosse l'ora di «spazzare via» l'Isis, poco dopo aver chiesto di vietare il ritorno nei Paesi Bassi dei cittadini olandesi che scelgono di andare a combattere con lo Stato islamico. «Poiché questi fatti danneggiano prima di tutto i musulmani europei, tutti gli islamici amanti della pace del continente dovrebbero prenderne le distanze».

All’asta in Inghilterra il Land Rover d’epoca... cingolato

lastampa.it
omar abu eideh

Ideato per l’agricoltura alla fine degli Anni 50, è un mezzo rarissimo


Andrà all’asta con Bonhams il prossimo 9 settembre a Chichester, nel Regno Unito, la speciale Land Rover “Series II” (antenata del Defender) raffigurata nelle foto: si tratta di un esemplare costruito nel 1958 che verrà battuto con un prezzo di base stimato fra 55 e 66 mila euro. È un veicolo estremamente particolare: le ruote sono infatti state sostituite da un sistema di cingoli in gomma che, grazie alla trazione integrale, lo rendono praticamente inarrestabile.



La conversione da fuoristrada nuova di pacca a simil-carro armato venne portata a termine dalla Cuthbertson, un vecchio costruttore di pneumatici per mezzi pesanti, particolarmente attivo durante la seconda guerra mondiale e inventore della prima cinta in gomma progettata per non essere mai sostituita. Ed è proprio con quest’ultimo componente che sono fabbricati i cingoli dell’auto, che venne ideata per quegli agricoltori costretti a lavorare su terreni particolarmente impervi, specie quelli con fondo fangoso.


Sotto al cofano della vettura, attentamente restaurata nel 2000, c’è un motore a benzina di 2,3 litri di cilindrata con all’attivo appena 6.400 chilometri. L’esemplare è uno dei pochi ancora in circolazione: è appartenuto a una collezione norvegese prima di essere venduto nel novembre del 2011 e di passare nelle mani di un appassionato tedesco (fino al 2015) e poi in quelle dell’attuale proprietario. Dotata di servosterzo, si ritiene che questa speciale Land Rover sia l’unica convertita da Cuthbertson ancora presente nel Regno Unito.

Viaggio in Piemonte sulle calamite da frigorifero

lastampa.it
selma chiosso

Il bancario che si ispira alle cartoline antiche



Il Piemonte raccontato dalle calamite d’autore. Una Google maps, provincia per provincia, per fissare sul frigorifero i ricordi dei bei paesi piemontesi o delle città regali. Vanno a ruba e hanno sostituito le cartoline. Sì, perché anche nell’epoca in cui il mondo si può conoscere on line quando le visite si fanno per davvero la tentazione di portarsi a casa un ricordo fa breccia nel cuore. Ben lo sa Rinaldo Bellato, consulente bancario, appassionato di storia e art stylist di calamite. 

Indietro nel tempo
Viaggia, guarda, fotografa, disegna. Gira con un libro, una macchina fotografica, un album da disegno dove prendere appunti. Il suo viaggio d’antan inizia sui banchi dei mercatini alla ricerca delle cartoline del tempo che fu. Diventa leggiadro con l’aggiunta di romantici personaggi volanti. Poi ci sono lo «schizzo» e il lavoro di fine artigianato che trasforma cartoline antiche, paesaggi di Monferrato, Langhe e Roero in calamite. Ed ecco la sabauda Superga, i borghi o le cittadine piemontesi raccontare la storia da appendere al frigorifero. Passione dettata dall’amore per la storia e dal fatto di essere quasi nato in un mobilificio e quindi di avere sentito parlare di stile ed eleganza da quando era in fasce. 

Le città
Bellato, calamita dopo calamita, sta realizzando una sorta di «guida Michelin» del Piemonte. Ne ha già fatte di Asti, Alba, Bra, Cherasco, Racconigi, Mondovì, Fossano, Carmagnola, Chieri e Superga, Torino, Rivoli, Venaria Reale, Avigliana, Pinerolo, Giaveno, Cuneo, Saluzzo, Carmagnola, Moncalieri e anche un pezzetto di Liguria con Savona. Si trovano in tabaccheria e nei book shop della Palazzina di Caccia di Stupinigi, basilica di Superga, e presto anche al museo dei fossili di Asti. 
Racconta: «È stata la passione per la storia a portarmi nei musei e il fatto di essere cresciuto in una famiglia di mobilieri a trasmettermi un certo gusto estetico. In ogni città o paese cerco uno scorcio storico, un monumento simbolo, un angolo pittoresco.

Poi lo personalizzo con i personaggi volanti di gusto retrò: il ragazzino in bici, la signorina con l’ombrello rosso, il dottore con la valigetta. Sono la mia firma, ci tengo a differenziarmi. Per ogni città propongo tre o quattro modelli e li realizzo su ordinazione. Da poco rifornisco i musei come quello di Superga o la Palazzina di caccia di Stupinigi. Alla Sacra di San Michele ho venduto magneti a turisti di tutto il mondo. Ne fanno collezione, cercano le città e si portano a casa il Piemonte». Ad Asti, Mauro Bruno, titolare della tabaccheria Portici Rossi, conferma: «Le calamite sono l’oggetto cult di questa estate, ma devono essere belle e particolari». 

Drone in volo sulla no fly zone del Vaticano, scattano i controlli

ilgiornale.it
Franco Iacch - Sab, 26/08/2017 - 11:30

Il drone ha effettuato alcuni voli sulla no fly zone di San Pietro. Ad oggi le città non sono protette contro uno sciame robotizzato



Un quadricottero commerciale in volo in zona Vaticano, nell'area del rione Borgo, ha fatto scattare controlli di sicurezza in base ai protocolli vigenti contro il terrorismo. Il drone, segnalato ieri pomeriggio alle forze dell’ordine e non ancora rinvenuto, ha effettuati alcuni voli sulla no fly zone di San Pietro. Alle sei di questa mattina sono scattati i controlli che hanno dato esito negativo. Le verifiche si sono concentrate in particolare nella zona di Borgo Vittorio. L’area è stata sorvolata anche da un elicottero.

Le no fly zone

Sono delle zone in cui il volo è interdetto o consentito soltanto previa autorizzazione. Costantemente aggiornate, le no fly zone sono in vigore sulle zone a rischio terrorismo, di importanza strategica per uno Stato o aree private in cui è proibito volare senza specifica autorizzazione. In base alla normativa vigente, tutti i firmware dei sistemi commerciali a pilotaggio remoto impediscono (in teoria) ai droni di accedere in tali aree. Sulla rete sono disponibili delle schede elettroniche che consentono al drone di ignorare le limitazioni imposte dal produttore.

Come si protegge una città dai droni

Le attuali contromisure a difesa delle grandi città europee sono scarse poiché la minaccia è relativamente nuova e non ancora ben definita. Per dimensioni e materiali (molti dei quali non riflettenti), i droni sono difficilmente rilevabili dai sistemi convenzionali di tracciamento. Una ottimale rete di difesa urbana dovrebbe implementare diverse misure di rilevamento radar ed individuazione (acustica, emissione radio, elettro-ottica) così da migliorare la capacità di tracciamento. Tranne pochissime eccezioni in aree sensibili, le città europee non sono protette da un sistema stratificato di difesa contro uno sciame robotizzato.

Nel 2013, un drone gestito dal German Pirate Party, riuscì ad atterrare vicino il cancelliere tedesco Angela Merkel, durante un evento sportivo a Dresda. Nell’aprile del 2015, un drone che trasportava sabbia radioattiva proveniente dalla centrale nucleare di Fukushima riuscì ad atterrare sul tetto degli uffici del primo ministro giapponese a Tokyo.

Il 15 ottobre scorso, l’Air Force ha disattivato per la prima volta un drone dello Stato islamico con un'arma elettronica. Si sarebbe trattato di uno dei primi impieghi operativi per il DroneDefender, un fucile d'assalto provvisto di un jammer o disturbatore di frequenze. La sua portata utile è di 400 metri. Una volta individuata la minaccia UAV, agisce interrompendo il contatto radio tra il drone e l’operatore in remoto. Il sistema DroneDefender ha un peso di sette chili ed è alimentato da una batteria di 4,5 chili, solitamente trasportata in uno zaino. L’Isis impiega diversi tipi di droni, ma utilizza principalmente i quadricotteri a causa della loro maggiore stabilità e capacità di carico (granate da 40 millimetri).



Tale tecnologia non è da tempo esclusiva pertinenza dei militari. Con poche centinaia di euro, chiunque può acquistare un drone stabilizzato dotato di telecamera HD, GPS e con una minima capacità di carico. La pronta disponibilità di questo tipo di tecnologia offusca la linea tra elettronica militare e commerciale. Nel contesto urbano, tale minaccia potrebbe avere effetti devastanti.

Alterare il paradigma della minaccia
In ambito militare è stato dimostrato che anche il miglior sistema di difesa come l’Aegis statunitense, non potrebbe fare nulla contro uno sciame robotico. Aegis è ritenuto in grado di intercettare con i suoi missili ed i suoi cannoni da 20 millimetri, ogni tipo di minaccia tranne uno sciame robotico. Il problema è che i piccoli droni hanno una firma radar minuscola: anche se identificati non potrebbero essere ingaggiati dai missili o dai cannoni perché troppo vicini. E’ stato stimato che tra l’individuazione e l’impatto dei droni, anche la più potente nave della Marina USA avrebbe un tempo di reazione di 15 secondi. La minaccia non verrebbe comunque neutralizzata al 100%.

Nel contesto urbano, un attentato combinato, potrebbe avere effetti devastanti. Storia insegna che le armi utilizzate sul campo di battaglia, approdano sempre nel contesto civile. In quest’ultimo caso, è proprio la componente psicologica ad alimentare la natura stratificata del terrore. Ad oggi, i droni civili sono stati utilizzati per la ricognizione, la sorveglianza e per sferrare attacchi informatici (già testato Snoopy), cinetici (in atto) e chimici. I droni armati di agenti chimici o biologici come il Sarin rappresentano una possibilità. Sarebbe opportuno rilevare che la letalità di un drone sarà sempre e comunque proporzionale alla sua limitazione operativa.

Parliamo, quindi, più di effetti psicologici (alla base del terrorismo) che fisici, ma che richiedono contromisure specifiche. Alcune, come ad esempio il Geo-fencing (confine virtuale sulle aree geografiche), lo Spoofing (false coordinate GPS) e l’attacco elettronico (come ICARUS della Lockheed Martin), hanno dimostrato una certa efficacia nel disabilitare i droni ostili.

Le aquile corazzate in servizio in Francia, Inghilterra e Olanda, hanno dimostrato la loro efficacia sul campo. Le flying squad hanno già protetto il Festival di Cannes ed alcuni eventi in Inghilterra. Anche le semplici armi da fuoco sono ritenute l’ultima difesa contro i droni (munizionamento a frammentazione), mentre la contromisura missilistica potrebbe essere efficace in un contesto operativo (economicamente insostenibile, strategia di logoramento Enormous overkill), ma del tutto impraticabile in un ambiente domestico.

Sono già in atto dei programmi paralleli come l’Aerial Combat Swarms, che prevede l’impiego di sciami per autodifesa contro altri droni nemici. Ci vorranno anni, infine, per ottimizzare le griglie laser come Athena. La particolare natura asimmetrica, altera il concetto standard di difesa. La minaccia attuale è ben più complessa rispetto a quelle percepite nel 2010, a causa delle tecniche di occultamento creative associate ai nuovi dispositivi esplosivi improvvisati e non. L’implementazione degli esplosivi sui dispositivi a basso costo, in alcuni casi rappresenta soltanto un dettaglio, poiché l’Improvised Air Threat, non deve essere necessariamente concepita soltanto come armata.

I droni dell’Isis

Il primo abbattimento di un drone commerciale utilizzato dai terroristi islamici risale al 20 marzo dello scorso anno. Nei pressi di Fallujah, i terroristi islamici utilizzarono un velivolo pilotato in remoto per la sorveglianza. Era un piccolo drone commerciale, acquistabile in internet. Dopo averlo fatto alzare in volo per circa trenta minuti, i fondamentalisti lo hanno fatto atterrare, caricandolo poi su un veicolo. Il comando aereo alleato, che monitorava il contesto tramite rete satellitare, diede ordine ad un caccia armato di pattuglia nell’area di eliminare la minaccia, lanciando un missile contro il mezzo. La distruzione del drone e del veicolo è stata poi confermata dal Combined Joint Task Force.

Un mese dopo, l’Isis pubblica sulla rete il video intitolato Defiant Attack on the Apostates at the Refinery. E’ il primo video di propaganda rilasciato sui canali twitter dei jihadisti con immagini ad alta definizione effettuate dall’alto, sopra la più grande raffineria di petrolio del paese, nell’Iraq centrale. La zona filmata era saldamente nelle mani delle forze governative, ma il drone non è stato mai intercettato. Le capacità di sorveglianza in remoto dell’Isis erano note fin dal 2014. In un video chiamato Clanging of the Swords, Part 4, girato indicativamente nei primi mesi del 2014, si nota una città dell’Iraq occidentale, chiaramente ripresa dall’alto, quasi certamente da un drone. La naturale evoluzione di una tale esperienza acquisita sul campo, potrebbe essere messa in pratica contro obiettivi occidentali.

Proprio in Iraq, l’Isis ha testato con successo sciami di droni contro le forze della Coalizione. I quadricotteri modificati per trasportare delle granate da 40 millimetri, sono stati utilizzati a sciame su Mosul.

Ritrovato in una baia della Micronesia un idrovolante della Seconda Guerra Mondiale intatto

lastampa.it
noemi penna



Un aereo precipitato durante la Seconda Guerra Mondiale è stato scoperto quasi perfettamente intatto nella laguna di Nikko Bay, su un remoto isolotto del Pacifico, in Micronesia. Per oltre settant'anni non si è saputo che fine avesse fatto questo Aichi E13A, un idrovolante da ricognizione utilizzato dalla Marina Imperiale Giapponese dal 1941 al 1945.



Le ali, complessivamente lunghe 14 metri e mezzo, sono rimaste intatte proprio come la fusoliera. E le acque trasparenti di Palau permettono di apprezzarlo appieno, anche perché si è arenato in una zona poco profonda. Ma trovandosi lontano da tutto e da tutti, per anni e anni il relitto è rimasto nascosto nella baia, per poi essere «scoperto» dai canoisti che frequentano Nikko Bay alla scoperta della sua natura incontaminata.



Palau è soprannominato il Serengeti subacqueo proprio per la sua incredibile vita sottomarina. L'arcipelago è formato da oltre 500 isole calcaree e vulcaniche, interamente ricoperta dalla foresta tropicale. La baia di Nikko è anche celebre per le sue incredibili «foreste di coralli» che crescono lungo le sue pareti verticali suqacquee, raggiungendo dimensioni e formazioni semplicemente incredibili che sono sopravvissute anche alla guerra.



La vicinanza a Koror ha reso infatti Palau una posizione difensiva ideale per i giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale. Ma questa zona è stata anche teatro dell'Operazione Forager realizzata dall'esercito degli Stati Uniti d'America nell'estate del 1944 per assicurarsi aeroporti per il lancio di attacchi sul suolo giapponese con i bombardieri B29. Non c'è quindi da stupirsi se nei suoi fondali, oltre all'idrovolante, negli anni sono state ritrovate numerose attrezzature militari ormai inglobate dalla natura sottomarina.

La scuola dell’obbligo

lastampa.it
mattia feltri

È stata una bellissima giornata. Sembrava fosse arrivato il giudizio universale e il Padreterno avesse detto: tutti i comunisti di qua, e tutti i fascisti di là. In fondo è facile. Pensi che a Roma la polizia abbia torto e i rifugiati ragione? Sei comunista. Pensi che la polizia abbia ragione e i rifugiati torto? Sei fascista. Non scocciate con le sfumature, il dibattito è questo. O fascista o comunista.

Dunque, se pensi che la polizia non avesse tutti i torti, ma ti dispiace un po’ di più per i rifugiati, sempre comunista sei, e viceversa. Per esempio, ieri è bruciata la scritta Dux fatta con i pini sulla montagna sopra Antrodoco (vicino ad Amatrice), e se ti dispiace perché era suggestiva, si vedeva da lontano, era lì da settantotto anni, sei fascista. Al contrario sei tutto contento perché era uno dei simboli di una tirannia? Sei comunista. Ancora: pensi che il prevosto che ha fatto il selfie coi migranti in piscina poteva almeno risparmiarsi il selfie? Fascista. Pensi che quelli di Forza Nuova che hanno promesso di tenerlo d’occhio siano dei dementi? Comunista. Ieri era tutto così, nelle agenzie di stampa, nei social, fascista a te, comunista a me. 

È un gioco che va di moda. Qualche mese fa mia figlia, era in prima media, mi ha chiesto: sei fascista o comunista? E io, né l’uno né l’altro. Lei non capiva, non è possibile, o fascista o comunista, me lo hanno detto i miei compagni, devo decidere se essere fascista o comunista. Vabbè, almeno lei a settembre va in seconda media, noialtri non so. 

Svelato il mistero della tavoletta sumera: furono i babilonesi a inventare la trigonometria

repubblica.it
di GIACOMO TALIGNANI

Matematici australiani hanno completato la sequenza mancante del "Plimpton 322"

Svelato il mistero della tavoletta sumera: furono i babilonesi a inventare la trigonometria
foto: YouTube/UNSW Sydney

PER più di 100 anni quella tavoletta matematica era rimasta un mistero indecifrabile. Ora però la chiave del "Plimpton 322", un manufatto di argilla di circa 3700 anni, è finalmente stata svelata e ci dice che furono i babilonesi a scoprire la trigonometria e non i greci.

Gli scienziati della dell'Università del Nuovo Galles del Sud (UNSW Sydney) hanno infatti scoperto lo scopo di quella che è considerata la tabella trigonometrica più antica e più precisa del mondo e che probabilmente veniva utilizzata in passato per calcolare come costruire palazzi, templi, piramidi e costruire canali di irrigazione. Lo studio è stato pubblicato su Historia Mathematica.

Per il team guidato dal matematico Norman J. Wildberger i babilonesi inventarono l'uso dei triangoli nei modelli matematici ben mille anni prima degli antichi greci. La tavoletta, che si pensa sia originaria dell'antica città sumera di Larsa ed è datata tra il 1822 e il 1762 aC,  fu ritrovata in Iraq nei primi del Novecento dall'archeologo Edgar J. Banks. Oggi è custodita  presso la Columbia University di New York.

E' composta da una serie di numeri incisi in caratteri cuneiformi disposti in quattro colonne e quindici file, con parti incomplete. "Il Plimpton 322 ha interrogato i matematici per anni" spiega il ricercatore Daniel Mansfield e grazie alle parti mancanti delle sequenze numeriche ricostruite dall'università australiana si è stabilito che il reperto rappresenta "la più antica tavola trigonometrica del mondo", precedendo di oltre mille anni quella dell'astronomo e geografo greco Ipparco.

Finora era infatti era Ipparco ad essere stato a lungo considerato il padre della trigonometria. "Plimpton però precede di più di 1000 anni" ricorda ancora Wildberger. Secondo il matematico, questa scoperta "apre nuove possibilità, non solo per la ricerca matematica moderna, ma anche per l'insegnamento. Con Plimpton 322 abbiamo una trigonometria più semplice e accurata che presenta chiari vantaggi rispetto alla nostra. Vantaggi che si potrebbero utilizzare in futuro", ad esempio nei sistemi della grafica digitale.

"Il mistero enorme, finora, era il suo scopo, perché gli antichi scribi hanno svolto il complesso compito di generare e ordinare i numeri sul tablet. La nostra ricerca rivela che Plimpton 322 descrive le forme di triangoli ad angolo retto usando una nuova tipologia di trigonometria basata su rapporti, non angoli e cerchi. È un lavoro matematico affascinante che dimostra un indubbio genio" concludono i ricercatori.

Migranti in piscina e prete radical

ilgiornale.it




Caro don Massimo Biancalani,
prete ‘ideologicio’, antifascista, terzomondista, bla,bla …non è un errore dare una giornata premio ai migranti che fanno cuochi e camerieri nella tua Onlus e farli divertire in piscina dopo una settimana di lavoro.
Hai fatto bene!

E sbagliano coloro i quali ti attaccano pesantemente sui social e sui giornali.

Cattura

Il tuo errore è la maglietta firmata

Morto Alberto Menichelli, l’autista di Enrico Berlinguer

lastampa.it

È stato vicino al leader comunista fino alla fine: quindici anni, che ha raccontato in un libro uscito nel 2014


Alberto Menichelli, qui alla destra di Enrico Berlinguer

Si è spento oggi a Roma, Alberto Menichelli, lo storico autista e capo-scorta di Enrico Berlinguer, Segretario del Partito Comunista Italiano, dal 1972 all’11 giugno 1984, giorno della morte del leader politico. Aveva 88 anni. Ex-operaio edile romano, Alberto Menichelli iniziò a lavorare a Botteghe Oscure dal ’64: prima con Terracini, poi nella vigilanza. Nel ’69, il giorno dei funerali di Mario Berlinguer, padre di Enrico, il partito mandò Alberto ad accompagnare alla camera ardente l’allora segretario regionale del Lazio che si accingeva di lì a pochi giorni a diventare vice-segretario nazionale. Doveva essere una cosa provvisoria, ma da quel giorno è stato con Enrico Berlinguer per quindici anni.

Dalla morte del segretario del Pci, Menichelli non smise mai di organizzare manifestazioni ed eventi per ricordarlo: dalla mostra fotografica itinerante fino al libro, uscito nel 2014 per l’Unità, In Auto con Berlinguer. A ogni anniversario della morte del leader comunista Menichelli organizzava la commemorazione ufficiale al cimitero di Prima Porta. I funerali si terranno lunedì alle 10.30 nella Basilica di San Giovanni Bosco nel quartiere romano di Cinecittà. Il feretro verrà condotto successivamente per una breve commemorazione al circolo dell’Associazione Enrico Berlinguer di Roma di cui Menichelli era presidente, in Viale Opita Oppio 24. Camera ardente dalle 8.00 di lunedì al Policlinico Casilino.

Buddha, Colombo e Diogene il presente teme la Storia

lastampa.it
gianni riotta

Chicago vuole rimuovere Balbo, gli Stati del Sud gli eroi confederati. Ma non c’è solo l’America incapace di convivere con il passato


La statua del generale sudista Stonewall Jackson a Charlottesville, Virginia, viene coperta con un drappo nero dopo che una donna - lo scorso 14 agosto - ha perso la vita, uccisa da un neonazista che difendeva la statua del più celebre generale sudista Robert Lee

Nel 1336 avanti Cristo scomparve il faraone egiziano Akhenaton, celebre per aver imposto al suo antico Paese un culto monoteista, devoto ad Aton, il disco del Sole. Per meglio radicare la nuova fede il faraone fece abbattere templi ed iscrizioni sacre ai culti ancestrali, perché solo i segni della nuova religione fossero visibili. Oggi gli Stati Uniti sono squassati dalla polemica sulla rimozioni dei monumenti ai generali confederati, che si batterono spesso con coraggio e astuzia tattica per il Sud schiavista durante la Guerra Civile 1861-1865.

A Charlottesville, in Virginia, una donna ha perso la vita, uccisa da un neonazista che difendeva la statua del più celebre generale sudista, Robert Lee. I monumenti ai leader sudisti non vennero eretti nel XIX secolo, quando ancora gli animi erano divisi e anzi si tentavano momenti di riconciliazione. Per l’anniversario della campale battaglia di Gettysburg, canuti reduci unionisti e confederati ne rivissero insieme i momenti più tragici come la suicida carica del generale Pickett.

Solo più tardi, intorno al 1920, sulle piazze ridenti delle cittadine sudiste vennero elevati monumenti alle vecchie glorie militari, tanto adorate che gli anziani custodirono per anni le corde con cui le statue di bronzo venivano innalzate. Non tutti gli eroi furono celebrati allo stesso modo, a Lee, al severo Stonewall Jackson, perfino al generale Forrest, fondatore del Ku Klux Klan razzista, toccarono grandi onori, solo qualche oscura targa ricorda invece il generale William Mahone, eroe sudista alla battaglia di Petersburg, che però paga il prezzo di avere, dopo la guerra, favorito una politica di integrazione civile per gli schiavi liberati. Insomma le statue vecchie solo un secolo sono, per il vecchio Sud, memoria di una ribellione romantica, per il nuovo Sud di odio razzista.

Come ai tempi di Akhenaton bronzo e pietra fanno politica. C’è chi vuole rimuovere a Chicago il monumento al gerarca fascista Italo Balbo, che ricorda le trasvolate atlantiche Anni Trenta, capaci allora di entusiasmare gli americani ma oggi insufficienti a coprire le responsabilità del Quadrumviro nel sanguinoso squadrismo fascista e le complicità col regime di Mussolini. Il sindaco democratico di New York medita se abbattere la statua di Colombo, dove Central Park tocca Broadway, e già l’esploratore italiano ha visto il proprio monumento abbattuto a Buenos Aires in Argentina.
Dove fermarsi? La Turchia vuol distruggere una statua del classico filosofo cinico Diogene, morto nel 323 a.C., perché estraneo alla cultura locale, anche se nella antica Bisanzio, oggi Istanbul, ci si divise su iconoclastia e culto delle immagini, quando pregare un’icona veneranda poteva costare la vita, ai tempi dell’imperatore Leone III. 

A che punto il rispetto per la nostra sensibilità contemporanea deve prevalere sul rispetto per la cultura del passato? All’apice della tragica rivoluzione culturale cinese, le Guardie Rosse sguinzagliate da Mao contro «I 4 Vecchi» della tradizione remota, marciarono sulla Città Proibita di Pechino. Avevano devastato il Cimitero Confuciano, distrutto o incendiato templi buddisti, biblioteche ricche di manoscritti preziosi. Il premier Zhou En Lai comprese che della storica cittadella imperiale non sarebbe rimasta pietra su pietra e fece schierare l’esercito in difesa dei tesori che testimoniavano sì di una era oppressiva ma anche di glorie artistiche.

Ai millenari Buddha di Bamyan, in Afghanistan, andò peggio, i taleban musulmani li distrussero, a cannonate e col tritolo, come idoli sacrileghi. Isis ha fatto lo stesso con le antichità che ha conquistato, minacciandole in Siria, Iraq, Libia. I protestanti cancellarono l’arte cattolica dai Paesi Bassi durante la follia del Beedelnstorm, nel XVI secolo, Stalin usò i marmi della chiesa del Salvatore a Mosca per decorare le stazioni del metro, i repubblicani bruciarono capolavori cattolici nel 1936 in Spagna (quel che resta della chiesa di Santa Maria de Cap de Aran lo ammirate ai Cloisters a New York), Pol Pot disfece l’arte cambogiana e la famiglia Rockefeller distrusse a New York un affresco del maestro Diego Rivera «troppo anticapitalista».

Politicizzando oggi come «eroici» i busti dei confederati, facendone simbolo del nuovo razzismo, gli estremisti di destra ne rendono giusto l’abbattimento. Ma il presidente Trump sa di toccare una corda con tanti elettori quando ricorda che anche i presidenti Washington e Jefferson, celebrati fin sui dollari, possedevano schiavi come Lee. Saranno abbattuti i loro monumenti, i più sacri della capitale? 

Lo studioso Odo Marquard ci ammoniva di non trasformare la Storia in un processo e noi in Accusa e Difesa petulante di chi è venuto prima. Difendere con gelosia i diritti conquistati a prezzo di tanta sofferenza è un dovere. Evitare che il passato semini odio, come i razzisti han fatto politicizzando le statue al Sud, è saggio. Ma pretendere che il passato sia a nostra norma, spianare piramidi e Acropoli perché erette da schiavi, bruciare i codici, copiati da servi, mettere al rogo arte e cultura patriarcale è sbagliato. Se abbiamo conquiste di libertà e tolleranza lo dobbiamo a chi è venuto prima di noi, a una paziente crescita collettiva. Dobbiamo giudicare il passato con equanimità, perché presto sarà il futuro a giudicare, altero, le nostre colpe.

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Un incendio manda in fumo la scritta “Dux” sul monte Giano

lastampa.it

Bruciati 20mila pini, cancellato l’omaggio fatto a Mussolini nel 1939


Il monte Giano, prima e dopo l’incendio

Apologia, arte, o tecnica? Un tributo a Mussolini sul fianco di una montagna, creato all’epoca del fascio, divenuto inutile o un monumento da restaurare? Era lì su un fianco del Monte Giano, nel Reatino, sovrastante Antrodoco, da quasi 80 anni e l’hanno vista in un numero considerevole di persone, senza curarsi troppo del significato della parola che era disegnata - Dux (duce, in latino) e soffermandosi invece sul fatto che comunque si era riusciti a disegnarla sfruttando la capacità di adattamento della natura ed anche la capacità della mano dell’uomo di piantumare ad arte gli alberi. Visibile addirittura da Roma in condizioni di cielo completamente terso e luminoso. Anche se ultimamente non è che la curassero tanto. E innescando anche polemiche, fino alle interrogazioni in Parlamento. 

Ora quella parola è bruciata, l’incendio di ieri ha cancellato `Dux´ sul Monte Giano, ha praticamente cancellato quella pineta composta da alberi di pino e visibile da diversi chilometri di distanza avvicinandosi ad Antrodoco sulla via Salaria. Anche se non è detta l’ultima parola sulla sparizione definitiva: se infatti per Fabio Refrigeri, assessore regionale del Lazio alle Infrastrutture, Politiche abitative ed Enti locali, si prefigura «una notevole ferita ambientale» perché adesso si avvia «un robusto dissesto idrogeologico» perché le migliaia di radici aggredite dal fuoco non saranno più in grado di drenare e compattare il versante del monte, ecco gli attivisti di CasaPound annunciare con il presidente Gianluca Iannone che «la storia non si cancella». E dunque CasaPound è pronta a scendere in campo per ripristinare la gigantesca scritta `Dux´«. Quella scritta «ha superato indenne 70 anni di antifascismo militante, non consentiremo che venga cancellata dal gesto imprudente di uno sciocco», riferendosi al fatto che l’innesco dell’incendio sarebbe partito dal fuoco acceso per far bollire i pomodori e poi divenuto fuori controllo. 


ANSA
Una pineta che si estendeva per otto ettari, formata da circa 20.000 pini su quella montagna dominante, con una prominenza di circa 1300 metri, la parte bassa delle Gole del Velino, guardando a ovest il massiccio del Terminillo, a Sud il gruppo del Monte Nuria e a est quello di Monte Calvo, collegandosi ai Monti Reatini, mentre verso nord-est guarda verso la Piana di Cascina e i Monti dell’Alto Aterno. La scritta «Dux» venne realizzata durante il periodo fascista dalla Scuola Allievi Guardie Forestali di Cittaducale nel 1939, con il contributo di numerosi giovani del posto, come omaggio a Mussolini. Il rimboschimento fu realizzato sul versante nord-ovest ove si trovava originariamente una costa calcarea desolata. La scritta è stata considerata patrimonio artistico e monumento naturale, ed anche restaurata con i fondi regionali nell’estate del 2004.


ANSA

Alle pendici della montagna sono presenti le essenze tipiche della macchia mediterranea: roverelle, querce, aceri, che giungono fino ai 1200/1300 metri. Più su si fanno largo i faggi, che sul versante Ovest si possono trovare fino a circa 1700 metri. Le maggiori e più recenti polemiche si ebbero a causa di una delibera regionale che stanziò circa 135mila euro per la manutenzione della pineta. I difensori di quella pineta sostennero che da trent’anni non si faceva manutenzione, e che il bosco di pini rappresentava un pericolo d’incendio, per le sterpaglie cresciute spontaneamente sul terreno. Ora il fuoco ha messo tutti d’accordo, in un senso o nell’altro. Inutile il tentativo di salvataggio operato da uomini e mezzi aerei, impegnati da ieri mattina nelle operazioni di spegnimento del rogo. Qualcuno sarà contento perché l’apologia arborea è sparita, qualcun altro scontento perché era comunque arte a quota 1300 metri.