venerdì 7 luglio 2017

“Vi racconto la mia vita da cavatrice”

lastampa.it
mauro pianta

Maria Cantamessa, novarese, è una delle poche donne italiane che lavorano in una cava di porfido. È appassionata di filosofia e ogni giorno «doma» la sua gigantesca ruspa. «Adoro questo mestiere. Se vinco la lotteria me ne compro una nuova»


Maria Cantamessa al lavoro sulla sua ruspa

Sola in una cava in mezzo ai boschi, i capelli biondi raccolti sotto l’elmetto, la tuta, i tappi nelle orecchie, alla guida di una ruspa da duecento quintali, Maria Cantamessa non nasconde la sua felicità. «È un mestiere durissimo – dice -, ma ce l’ho nel sangue e non lo cambierei per niente al mondo. Se vincessi alla lotteria mi comprerei una ruspa nuova». Lei, 42 anni, da quando ne aveva 19 lavora nella cava di porfido “Castagna Morera”, in provincia di Novara, di proprietà dell’azienda familiare. «Ci lavoriamo io, mio papà e mia sorella Elisabetta che sta in ufficio, a qualche chilometro da qui, e si occupa della parte amministrativa».

Maria ogni giorno spacca il porfido con l’escavatore, poi trasporta il materiale dalla collina all’impianto di frantumazione. È una cavatrice, una delle poche donne italiane che sanno fare questo mestiere. Ogni giorno si sveglia alle 5,45, porta i suoi due bambini a scuola e all’asilo, per attaccare poi alle otto in cava. Niente tacchi, né rossetto, né chiacchiere su Whatsapp perché quassù lo smartphone non prende (funzionano, invece, i vecchi modelli di cellulare). «Le bolle di accompagnamento per i clienti le scrivo a mano, abbiamo una batteria per alimentare la pesa elettronica».

Il sole, a Castagna Morera, non batte quasi mai. «D’inverno c’è luce solo per un paio d’ore la mattina, poi bisogna accontentarsi dell’ombra». Freddo, silenzio, solitudine. Gli escavatori che vanno anche ingrassati, c’è da cambiare l’olio, fare la manutenzione, scaricare il porfido per i clienti. Maria, chi te lo fa fare? «A me questo lavoro piace –risponde lei -, la solitudine ti dà anche l’opportunità di riflettere. Non a caso ho fatto le magistrali e ho sempre avuto un’autentica passione per la filosofia… ». Quindi si mette in moto la macchina dei ricordi: «Quando sono salita per la prima volta sulla ruspa di mio padre avevo appena sei mesi e fin da piccolissima giocavo con i macchinari spenti facendo finta di guidarli». Adesso è lei a tenere dei corsi per insegnare agli altri come si guidano quei bestioni.

Quando però le chiedi se consiglierebbe questo mestiere ai suoi figli, una piega di amarezza increspa il suo sorriso. Ci pensa un po’, poi spiega: «No, non glielo consiglierei e non soltanto perché il settore attraversa una crisi profonda. Il fatto è – osserva - che i cavatori sono visti come quelli che distruggono la natura, che si “mangiano” le colline per arricchirsi. Non è così: il nostro è un lavoro necessario, ma rispettiamo e amiamo l’ambiente. Nella nostra cava stiamo facendo recupero ambientale: seminiamo erba e piantiamo alberi per ripristinare il verde. Personalmente ho una cultura ecologica, mi sposto in bicicletta, facciamo sempre passeggiate in montagna e cerco di trasmettere ai miei figli l’amore per la natura. E quando sarà ora, decideranno loro quale lavoro scegliere».