giovedì 6 luglio 2017

Va eliminato il mercato degli atti giudiziari

corriere.it

di Caterina Malavenda



Caro Direttore, con un recente intervento su la Repubblica, Raffaele Cantone ha rispolverato un tema tuttora ignorato dalla politica, nonostante si stia discutendo di importanti e non sempre condivisibili riforme del codice di procedura penale. Cantone auspica che i giornalisti possano finalmente accedere direttamente agli atti di indagine, nel rispetto dei diritti delle parti coinvolte nel processo, per svolgere tutti ed al meglio il loro lavoro; non sollecita, però, il necessario intervento legislativo, bensì un dibattito, l’ennesimo che, come gli altri, risulterà del tutto inutile.

Non si tratta, infatti, di un’idea nuova, che necessiti di un confronto, visto che l’instancabile Luigi Ferrarella ne parla da anni sul Corriere della Sera e non solo, condividendola con diversi giuristi e, da ultimo, con alcuni esponenti di spicco della magistratura. Tutti gli addetti ai lavori oramai si rendono conto della necessità di un intervento che liberalizzi tale accesso, autorizzandolo e disciplinandolo, mentre è assordante il silenzio di chi dovrebbe dar seguito agli auspici, introducendo nel codice i necessari correttivi.

Nulla di più semplice, visto che l’articolo 114, comma 7 del Codice di procedura penale consente già la pubblicazione degli atti non segreti, siccome noti all’indagato; basterebbe aggiungere solo che, a tal fine, il giornalista può averne copia dai competenti uffici, al pari delle altre parti interessate. E si potrebbe farlo, utilizzando uno dei molteplici e poliedrici provvedimenti sulla giustizia, senza trincerarsi dietro la comoda scusa che altri e più importanti sono i problemi da risolvere, la disciplina delle intercettazioni, per dirne una, che è strettamente connessa, però, alla loro successiva diffusione e, quindi, alle modalità con le quali i giornalisti possono entrarne legittimamente in possesso, quando l’indagato ne ha preso cognizione, certo trattandole, al pari degli altri atti di indagine, con garbo e professionalità, oltre che secondo legge.

Finora nessuno è parso porsi il problema per tentare di risolverlo, eppure chiunque abbia a cuore la democrazia e una buona informazione percepisce il vulnus che arreca all’una e all’altra la attuale totale mancanza di regole, che consentano al giornalista di chiedere ed ottenere ufficialmente copia degli atti giudiziari, quando non sono più segreti. A cascata ne derivano, infatti, la necessità di procurarseli di straforo, la difficoltà di trovare qualcuno disposto a dare una mano ed il forte rischio che la fonte sia interessata e, perciò, parziale.

Ciò comporta una visione altrettanto parziale della vicenda processuale e la possibilità che la cronaca non sia esauriente, completa e, perciò, corretta per le parti ed appagante per chi voglia informarsi. Dunque, tutto tace sul fronte legislativo e c’è da chiedersi se davvero il potere ha voglia di lasciar le mani libere al suo guardiano, in un settore così sensibile, al punto da agevolare un accesso totale ed indiscriminato agli atti di indagini anche delicate, che spesso coinvolgono esponenti di spicco di questo o di quel partito, di questo o di quell’altro settore dell’economia.

O se, piuttosto, non preferisca lasciare le cose come stanno, mantenendo intatta l’ambiguità dei rapporti fra giornalisti e fonti, sperando che prevalga l’interesse al silenzio, che accomuna le parti coinvolte nelle indagini. C’è da scommettere — ma sarebbe davvero un sollievo perdere — che tutto rimarrà così com’è. Quieta non movere et mota quietare dicevano gli antichi e mai motto è apparso più calzante per chi sembra preferire lo status quo, un equilibrio fragile, che favorisce il manovratore e convenienze di compromesso, sedando con l’inerzia chi dovesse apparire un po’ troppo agitato nel chiedere una riforma: il mercato degli atti giudiziari rimane aperto e non sempre chi vince è il migliore.