venerdì 28 luglio 2017

Schierato l’esercito al tunnel del Fréjus per impedire il passaggio del profughi

lastampa.it
federico genta

Tredici chilometri percorsi a piedi col rischio di essere travolti da un treno Una fuga pericolosa e inutile: dall’altra parte ci sono i gendarmi francesi


Il tunnel collega la stazione di Bardonecchia a quella di Modane. Lungo 13 chilometri è da sempre presidiato dai francesi sull’altro versante

La traversata dura poco più di tre ore. È buio pesto, ma basta conoscere gli impianti elettrici usati dagli addetti alle manutenzioni e, arrivati alla prima nicchia, si accendono le luci. Si cammina uno dietro l’altro su una fila di piastrelle di cemento larghe non più di due spanne. Tredici chilometri di marcia ed ecco la Francia. Ma le luci di Modane restano un miraggio che dura pochi secondi. Perché chi arriva fino in fondo trova ad aspettarlo la polizia di frontiera. Che lo carica su un pulmino e lo riporta al punto di partenza. 

Italia, stazione ferroviaria di Bardonecchia. Blindato il confine di Ventimiglia, è qui che arrivano gli ultimi degli ultimi. I profughi che non si possono permettere i passeur, che in cambio di denaro li stipano nei furgoni e tentano la via più veloce dell’autostrada, attraverso il traforo del Frejus. Anche loro dovranno attraversare un tunnel, ma è quello ferroviario da percorrere a piedi. È di fatto impossibile passare inosservati, perché nel tratto francese i sensori rilevano subito la presenza di intrusioni. Il rischio vero è quello di essere investiti, risucchiati dai treni che percorrono la galleria tra i cento e i centodieci chilometri orari.

MISURE STRAORDINARIE
Ecco perché, da ieri, l’ingresso al tunnel è presidiato giorno e notte dall’esercito. Ma c’è di più: questura e prefettura di Torino hanno chiesto ad Rfi di aggiornare anche la tecnologia presente sul versante italiano della galleria. Con sensori termici e soprattutto con un impianto acustico, per avvisare di raggiungere la prima area di sicurezza disponibile e aspettare l’arrivo della polizia ferroviaria. Perché il primo obiettivo non è bloccare i gruppi di disperati, ma salvargli la vita. È storia di pochi giorni fa. Il 20 luglio la corsa di un Tgv diretto in Piemonte è stata bruscamente interrotta a Modane. Dentro al tunnel c’erano quattro ragazzi originari della Guinea. Ai piedi calzavano semplici infradito. Tutto il loro bagaglio consisteva in un sacchetto di plastica, uno spazzolino da denti e un dentifricio. 

Avevano raggiunto Bardonecchia da Milano. È questa la prima tappa per chi riesce a lasciarsi alle spalle Lampedusa e approdare nel Continente sottraendosi a qualsiasi controllo successivo. Così il capoluogo lombardo diventa lo snodo di un nuovo viaggio. C’è chi punta al Brennero, altri a Ponte Chiasso per guadagnare la Svizzera. Chi sogna la Francia sceglieva Ventimiglia. Ma oggi varcare quel confine è diventato quasi impossibile, anche con l’aiuto di un automobilista compiacente, perché la Gendarmeria controlla tutte le auto in transito. Ecco perché, con il clima favorevole, i migranti tentano la strada delle montagne. Da maggio ad oggi carabinieri e polizia hanno segnalato un arrivo quasi continuo di stranieri. Quattro, sei persone alla volta, tutte provenienti dall’Africa Occidentale.

I SENTIERI SULLE ALPI
La scelta del tunnel ferroviario del Frejus è un fenomeno diventato emergenza soltanto da luglio. Ancora l’altra sera un uomo, pare magrebino, è stato notato dagli alpini della Taurinense mentre cercava di superare l’ingresso. Ha provato a nascondersi ai soldati restando rasente alla massicciata. Poi è stato visto più a monte, a cercare varchi oltre il posto di blocco. Le voci sui controlli si spostano veloci, di stazione in stazione. I prossimi profughi che arriveranno sanno già che le rotte percorribili tornano essere quelle dei sentieri. 

La salita lungo il torrente Rochemolles inizia dopo la galleria. Dopo ore di cammino un cartello di divieto sbarra la strada per il colle di Sommeiller: un altro miraggio. Perché la prima cittadina francese, Bramans, è ancora lontana chilometri. Figurarsi d’inverno: nel dicembre 2015 era stata una spedizione di Vigili del fuoco, Finanza e Soccorso alpino a salvare dall’assideramento tre donne iraniane. Avevano seguito il fiume e si erano perse, di notte, in un orrido.

«Ormai lo sanno anche loro che bisogna passare da Ovest, sulla strada che una volta usavano i ladri d’auto», dice un vecchio poliziotto seduto al bar di Bardonecchia. «Dieci chilometri e si arriva alla statale che scende a Briançon». Va a fortuna. La salita al Colle della Scala ieri era presidiata dai carabinieri. Passato il confine, c’è un avamposto della Gendarmeria. La terza chance è il colle della Rho, anche questo verso Modane. Il tracciato è conosciuto da almeno quattro anni, quando i militari trovarono i segni di un piccolo accampamento, nascosto tra i boschi.