venerdì 7 luglio 2017

Quel premio ai furbetti delle auto-certificazioni

corriere.it

di Gian Antonio Stella

Scusate: ma le sanzioni per i furbetti del «certificatino»? Zero. Dimenticate. Ed è questo, oltre al resto, ad allarmare imprenditori, giuslavoristi, vertici della previdenza e qualche sindacato davanti al disegno di legge che vorrebbe assegnare direttamente ai dipendenti pubblici il diritto ad auto-dichiararsi inabili al lavoro per i primi tre giorni di malattia. Il firmatario del ddl, il senatore Maurizio Romani che di mestiere (coincidenza) fa proprio il medico, è assai preoccupato infatti per quelle previste per i colleghi in camice i quali sui certificati falsi rischiano «sanzioni molto severe». E per otto volte sospira sui pericoli che corrono quanti sono accusati di sfornare diagnosi stilate in base, diciamo così, alle aspettative dei pazienti.

Pazienti che non di rado equivalgono a clienti se è vero, per fare due soli esempi, che alle Comunali di Messina si presentarono qualche anno fa 110 medici e che nel penultimo consiglio regionale calabrese il Ptd (Partito trasversale dottori) contava su 15 deputati. Pari a 182 seggi a Montecitorio. Una casta nella casta. Ma gli eventuali imbroglioni dell’auto-certificazione di malattia? Nulla. Nel Ddl non c’è una riga. C’è chi dirà, come ipotizza il giuslavorista Giampaolo Perdonà, che potrebbe essere invocata una estensione delle leggi che già ci sono («il dipendente di una pubblica amministrazione che attesta falsamente la propria presenza in servizio (…) ovvero giustifica l’assenza mediante una certificazione medica falsa o falsamente attestante uno stato di malattia è punito con la reclusione da uno a cinque anni…») ma è così?Immaginiamo le risse sui cavilli.

E poi: quando mai è stata applicata nella nostra storia tanta severità prevista dalla legge Brunetta? Mai. Qui è il punto. L’autocertificazione che secondo i camici bianchi (veri promotori delle nuove norme) «potrebbe essere utile, prima ancora che a sollevare il medico, a responsabilizzare il paziente», avrebbe un senso solo se la sanzioni fossero davvero esemplari. Imbrogli lo Stato che ti dà lavoro e ti paga? Risposta durissima. Ma non è così. Lo ribadiscono troppe sentenze bonarie se non assolutorie verso chi in questi anni ha auto-certificato tutto e il contrario di tutto. Perfino bidelli o agenti di custodia che per raggirare le regole si sono dichiarati manager, docenti o magistrati in pensione. Andrea Camilleri si divertì anni fa, nel delizioso

La rivolta dei topi d’ufficio, a immaginare lo sgomento dei travet contro l’autocertificazione e la fondazione dei Baac, Burocrati anti-auto-certificazione. Obiettivo: seminare il panico dichiarando, in posti diversi, di «volersi maritare auto-certificandosi. Naturalmente avrebbero usato tutti lo stesso nome e cognome: quello di uno sconosciuto, però regolarmente sposato e padre di non meno di tre figli». Un sabotaggio reso poi inutile purtroppo (purtroppo) da migliaia di imbrogli impuniti, in ogni settore, che hanno minato alla base la fiducia in uno strumento che sarebbe preziosissimo.

Capiamoci: sul principio che un medico, per quanto bravo, non sia sempre in grado di smascherare l’assenteista che accusa un mal di testa o di pancia siamo d’accordo tutti. Lo sgravio preventivo di responsabilità, però, è un’altra faccenda. Perché, ha scritto Pietro Ichino, «in moltissimi casi la malafede del medico è evidentissima. Uno di questi, il più clamoroso per dimensioni, è quello degli 800 certificati di un giorno di malattia rilasciati a Fiumicino il 2 giugno 2003 ad altrettanti assistenti di volo dell’Alitalia, che intendevano così bloccare i voli senza preavviso». Ora, se è vero come dicono le statistiche che le assenze brevi per malattia cadono già ora per metà di venerdì o di lunedì o a cavallo di altre feste, cosa succederà se passeranno le nuove regole sull’auto-dichiarazione di tre giorni?

Può darsi che i medici siano meno assediati da aspiranti-malati. Ma il furbo vivrà l’innovazione come una comoda auto-diagnosi convalidata da un camice ancora più passacarte di prima. E dopo un rientro momentaneo in ufficio, in reparto o a scuola potrebbe, chissà, auto-certificarsi una ricaduta: altri tre giorni. E via così, in mancanza di argini, come quel professor M. denunciato da Ichino che «per centinaia di volte si è fatto certificare infermo regolarmente nelle giornate di lunedì, di venerdì, o di ponte tra due festività, e sempre al paesello natale in Sicilia». E tutto senza la guarentigia (niente stipendio) almeno sul primo giorno che danneggerebbe solo inizialmente chi sta male davvero ma sarebbe in grado, secondo il professore, di arginare un diluvio di assenteisti a singhiozzo.

Diciamolo: alzi la mano chi non teme, in un paese come il nostro che già patisce da danni sul fronte della competitività, nuovi abusi. Per non dire dell’ipotesi già fatta di incostituzionalità: perché mai dovrebbe essere concessa l’auto-diagnosi con annesso auto-permesso per malattia solo ai dipendenti pubblici e non ai privati? Per perpetuare ancora una volta una serie di piccoli e grandi privilegi che da anni si sta faticosamente cercando di riallineare?