martedì 11 luglio 2017

Quando il comunista Togliatti convinse i Costituenti a non esagerare sui reati di opinione fascista

lastampa.it
fabio martini


il segretario del Pci Palmiro Togliatti

Nell’assemblea Costituente, riunita quando la caduta di Mussolini era ancora recentissima, il segretario del Pci Palmiro Togliatti convinse gli altri leader democratici che andava vietata la riorganizzazione del partito fascista, ma facendo attenzione a circoscrivere i reati di opinione a casi gravissimi. Lo spirito di quella norma ha vissuto per quasi 70 anni, durante i quali sono state ammesse e mai perseguite nè il semplice elogio del regime ma neppure le manifestazioni più esteriori di nostalgia, proprio quelle che in queste ore sono invece in discussione in Parlamento.

Il dibattito in corso in Parlamento e nel Paese ma anche la giurisprudenza di quasi 70 anni si basano tutte proprio sulla XII Disposizione transitoria e finale della Cositutuzione, secondo le quali «è vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista». Nel dibattito che precedette l’approvazione del dispositivo fu decisivo fu l’intervento del segretario del Pci Palmiro Togliatti, che convinse gli altri padri costituenti – personalità come Dossetti, Moro, Calamandrei, Basso e leader come De Gasperi e Nenni – a non esagerare nei divieti. Togliatti chiese di <non formulare un articolo che possa fornire pretesto a misure antidemocratiche, prestandosi ad interpretazioni diverse>.

Spiegando: <Se in Italia nascesse domani movimento nuovo, anarchico, lo si dovrebbe combattere sul terreno della competizione politica democratica, convincendo gli aderenti al movimento della falsità delle loro idee, ma non si potrà negargli il diritto di esistere e di svilupparsi, solo perché si rifiutano alcuni dei loro principî>. E propose di circoscrivere il divieto ad una fattispecie molto precisa: la ricostituzione del partito fascista, ma quello che <prese corpo in Italia dal 1919 fino al 25 luglio 1943>. 

Anche la successiva legge Scelba, del 1952, quella che istituì il reato di <apologia del fascismo> fu attenta a circoscrivere l’intervento della magistratura. Tanto è vero che la Corte Costituzionale, chiamata ad intervenire, segnalò che il reato si configura allorquando l’apologia non consista in una mera “difesa elogiativa”, bensì in una «esaltazione tale da potere condurre alla riorganizzazione del partito fascista», cioè in una «istigazione indiretta a commettere un fatto rivolto alla detta riorganizzazione e a tal fine idoneo ed efficiente>. 

Il combinato disposto di norme costituzionali e ordinarie ben calibrate, l””esempio” della democrazia, la configurazione solo episodicamente eversiva dei movimenti neofascisti per 70 anni hanno sconsigliato l’intervento legislativo che toccasse i reati di opinione relativi a quella ideologia. Ora la svolta.