lunedì 3 luglio 2017

Operazione Catapult: 1940, le bombe di Churchill sugli ex alleati

corriere.it
di Silvia Morosi e Paolo Rastelli | @MorosiSilvia @paolo_rastelli

Winston Churchill

Secondo lo storico di Vichy Robert Aron, citato da Raymond Cartier in “La seconda guerra mondiale”, fu una

«maniera tutta inglese di bruciare i propri vascelli immolando quelli degli altri».
Per Winston Churchill (Memorie), fu un gesto di sfida paragonabile all’esecuzione del re Luigi XVI da parte dei rivoluzionari francesi nel 1793: «Cosa occorre? Audacia… I re coalizzati ci minacciano. Rispondiamo gettando loro una testa di re». Di sicuro l’operazione Catapult del 3 luglio 1940, 77 anni fa, lasciò il mondo senza fiato. A pochi giorni dalla resa della Francia nella Seconda guerra mondiale, la Gran Bretagna attaccò a colpi di cannone le navi francesi, pressoché inermi, ancorate nella rada di Mers El Kebir, nel nord ovest dell’Algeria. Lo scopo era renderle inutlizzabili dai tedeschi. Morirono 1.300 marinai francesi, una parte dei quali, solo pochi giorni prima (29 maggio-3 giugno), aveva collaborato all’evacuazione di Dunkerque, portando in salvo 338mila soldati tra inglesi e francesi.

Decisione – In un altro post pubblicato su Poche Storie abbiamo cercato di mettere in luce quanto la guerra sia una cosa tremendamente seria, tale da evidenziare con assoluta spietatezza la forza e la debolezza delle compagini nazionali e statuali. In quell’occasione abbiamo raccontato come la classe dirigente fascista, nonostante la sua retorica guerriera, al momento della dichiarazione di guerra (10 giugno 1940) fosse in realtà talmente poco consapevole della smisurata prova in cui si stava infilando da non tentare neppure di sfruttare le opportunità favorevoli (che pure in quel momento si presentavano).

Nel caso della Gran Bretagna e dell’operazione Catapult il discorso è inverso ma speculare: la leadership dell’Impero britannico, e soprattutto il premier Winston Churchill, era talmente consapevole della severità della prova che la attendeva da non indietreggiare davanti ad alcunchè  pur di raggiungere lo scopo del momento. Scopo che era la pura e semplice sopravvivenza, visto che Londra – dopo la caduta della Francia – si trovava da sola ad affrontare la più grande macchina da guerra che il mondo avesse mai visto.

La flotta francese sotto il fuoco (da Historum.com)
La flotta francese sotto il fuoco (da Historum.com)

Moralità
Da ciò discende un altro concetto che pure ci sembra piuttosto interessante: quando si tratta di sopravvivenza nazionale, i concetti di moralità e immoralità che governano (o dovrebbero governare) la vita dei singoli perdono molto del loro valore. Uccidere un ex alleato è, da un punto di vista morale, non meno spregevole che attaccare alle spalle un avversario già  prostrato. Eppure nessun politico o storico britannico si è mai sognato di attaccare Churchill per questo. Invece in Italia, almeno nei mezzi di comunicazione di massa, la questione dell’entrata in guerra si è focalizzata spesso, con monotona, petulante e superficiale ossessività, sulla pugnalata alla schiena alla Francia e per nulla, come avrebbe dovuto essere logico, sui motivi, gli obiettivi, i pro e i contro di una decisione tanto grave che metteva a rischio la stessa sopravivenza nazionale.

Motivazioni – Churchill era ben conscio che l’esercito britannico era del tutto inadeguato a opporsi alla Wehrmacht. Non solo per carenza di equipaggiamento (la cui parte migliore e più abbondante era stata lasciata in Francia al momento dell’evacuazione), ma anche per minori capacità tattiche e di leadership. La coscienza di questa inferiorità era talmente profonda che anche negli anni successivi i britannici fecero di tutto per ritardare il più possibile un confronto diretto con il grosso dell’esercito tedesco, affrontato solo nel 1944 in Europa occidentale con l’aiuto degli Stati Uniti e dopo che la campagna di Russia aveva «sbudellato» (per usare le parole di Churchill) la Wehrmacht.

Nel luglio 1940 il divario era ancora più elevato. I leader inglesi sapevano che solo la scarsa dimestichezza dei tedeschi con le operazioni anfibie, la loro carenza di equipaggiamento adeguato allo scopo e soprattutto la Royal Navy e la Raf erano di scudo all’invasione. La marina di Sua Maestà era di gran lunga più forte di quella tedesca. Ma, essendo la Gran Bretagna una potenza globale, aveva anche mille impegni. Non solo la difesa della madrepatria ma anche la scorta ai convogli da cui dipendeva la sopravvivenza dell’isola assediata.

La situazione strategica nel Mediterraneo era peggiorata dall’oggi al domani con l’entrata in guerra dell’Italia e la resa francese. Era minacciato il canale di Suez (qui la storia della figuraccia del 1956), vitale per la difesa dell’India e dell’Impero in un momento in cui il Giappone si stava facendo più aggressivo (sarebbe entrato in guerra nel dicembre dell’anno dopo). In una situazione così incerta, la caduta in mani tedesche delle navi francesi, soprattutto i modernissimi incrociatori da battaglia Dunkerque e Strasbourg, avrebbe potuto alterare l’equilibrio con conseguenze catastrofiche.

Marinai francesi il 3 luglio 1940 (da WW2gravestone.com)
Marinai francesi il 3 luglio 1940 (da WW2gravestone.com)

Senza cedimento – Ma c’erano anche altre considerazioni, più politiche. Da subito Churchill si era reso conto che (come del resto era successo nella Prima guerra mondiale) solo l’aiuto americano avrebbe portato alla sconfitta tedesca. Ma l’opinione pubblica degli Stati Uniti era isolazionista, non voleva mischiarsi di nuovo con una guerra europea. Il presidente Franklyn Delano Roosevelt, benché sicuro che una vittoria della Germania avrebbe alla lunga messo in pericolo anche la sicurezza degli Usa, aveva bisogno di tempo per tentare di portare il popolo dalla sua parte.

E durante questo tempo la Gran Bretagna doveva affermare di fronte al mondo la propria volontà di combattere e resistere a tutti i costi, senza segni di cedimento, in modo che Roosevelt continuasse a considerare gli aiuti all’isola un buon investimento e non uno spreco. Una ciambella di salvataggio lanciata a un uomo che sta affogando ma ha deciso di smettere di nuotare. L’ambasciatore americano a Londra dal 1938 all’ottobre 1940, Joseph Kennedy, il padre del futuro presidente ucciso a Dallas, non aveva alcuna simpatia per gli inglesi: era di origine irlandese, isolazionista, ammirava Hitler e aveva molti dubbi sulla capacità e la volontà di una  parte della classe dirigente britannica di resistere ai nazisti. I suoi rapporti a Wahington non erano incoraggianti. Bisognava dare un segnale a Roosevelt. E l’attacco ai francesi era perfetto.

L'ammiraglio britannico James Somerville (da Wikimedia)
L’ammiraglio britannico James Somerville (da Wikimedia)

Preoccupazioni – L’Ammiragliato sconsigliò l’operazione, ma Churchill la impose, nonostante i tedeschi (addolcendo i termini iniziali dell’armistizio con cui il 22 giugno la Francia si era arresa) avessero concesso alle navi di restare, disarmate, in porti controllati dal governo francese di Vichy. Anche Hitler era preoccupato del destino delle navi: le preferiva innocue in mano agli ex nemici piuttosto che tentare di impadronirsene rischiando che passassero agli inglesi e al governo (illegittimo) francese che veniva messo in piedi a Londra dall’allora semisconosciuto Charles De Gaulle. Nonostante le rassicurazioni dell’ammiraglio François Darlan, il capo della marina di Vichy, e le promesse tedesche di non toccare le navi, Churchill non si fidava. Come disse alla Camera dei Comuni, riferendosi alla lunga serie di impegni disattesi da parte di Hitler:
«Qual è il valore (di queste promesse)? Chiedete a  una mezza dozzina di nazioni quanto valgono queste assicurazioni solenni…».
La flotta francese il 3 luglio era divisa in più tronconi. Una parte era in porti inglesi (Plymouth e Portsmouth) o controllati dagli inglesi, tra cui Alessandria d’Egitto dove erano di stanza la corazzata Lorraine e quattro incrociatori. La corazzata Richelieu, ancora in fase di allestimento, era a Dakar, in Senegal. La sua gemella Jean Bart, anch’essa a dotazioni incomplete, a Casablanca. Il grosso era però a Mers El Kebir: la Dunkerque e la Strasbourg, le due corazzate della Prima guerra mondiale Provence e Bretagne e sei cacciatorpediniere. L’attacco fu portato dalla forza H comandata dall’ammiraglio britannico James Somerville, appena costituita a Gibilterra: l’incrociatore da battaglia Hood, le corazzate Resolution e Valiant, la portaerei Ark Royal, due incrociatori e 11 caccia.

I fatti – Il 3 luglio soldati britannici armati presero possesso della navi ancorate in Gran Bretagna: lo scontro fece tre morti, un marinaio francese e due ufficiali inglesi. Ad Alessandria d’Egitto le trattative condotte dall’ammiraglio britannico Andrew Cunningham portarono a un pacifico disarmo. Ma a Mers El Kebir andò diversamente. Alle 7 del mattino del 3 luglio, Somerville (molto a disagio ma senza altra scelta che obbedire agli ordini) si presentò di fronte al porto algerino e mandò al comandante delle navi francesi, ammiraglio Marcel Gensoul, un ultimatum, cui rispondere nel giro di sei ore.

Cinque le alternative: unirsi alla squadra inglese e combattere contro Germania e Italia; raggiungere un porto inglese con equipaggio ridotto; raggiungere le Antille sotto controllo americano; affondare le navi; essere cannoneggiati. Gensoul, mentre aspettava la risposta del suo governo ma deciso a non sottostare senza resistere alle intimazioni inglesi (il rischio era che i tedeschi considerassero violate le condizioni di armistizio e riprendessero la guerra contro la Francia), diede ordine di accendere le caldaie. Mostrò però agli emissari inglesi gli ordini segreti di Darlan: distruggere le navi piuttosto che farle cadere in mani straniere, soprattutto se tedesche.

Un volantino di propaganda francese di Vichy sui fatti di Mers El Kebir (dal Daily Mail, foto di Roger Viollet/Getty Images)
Un volantino di propaganda francese di Vichy sui fatti di Mers El Kebir (dal Daily Mail, foto di Roger Viollet/Getty Images)

Somerville, che intanto aveva fatto minare la bocca del porto per impedire la fuga agli ex alleati, chiese a Londra se poteva bastare. Ma gli ordini non furono cambiati: «Le navi francesi devono adempiere alle nostre condizioni: o autoaffondarsi o essere affondate da voi prima di sera».

Alle 17,54 le navi inglesi aprirono il fuoco. La Strasbourg con quattro cacciatorpediniere, strappò gli ormaggi e schivando proiettili e mine fece rotta per Tolone, dove arrivò in discrete condizioni. La Provence, colpita seriamente, si arenò e lo stesso fece la Dunkerque. Peggio andò alla Bretagne e al caccia Mogador, che saltarono in aria con gravi perdite (977 morti solo sulla corazzata). Dopo trenta salve il fuoco cessò.

La Gran Bretagna aveva dimostrato al mondo la propria volontà di non cedere. Per un attimo la bilancia fu in bilico: la Francia valutò se entrare in guerra contro l’ex alleato. Non avvenne. Ma l’odio e il disprezzo per l’attacco furono molto lenti a placarsi e avrebbero gettato un’ombra anche sull’Europa post-bellica. La reazione francese, anche una eventuale dichiarazione di guerra (che per fortuna però non venne), era un rischio che Churchill ritenne tuttavia giusto e necessario correre. Più tardi, il primo ministro inglese cosi parlerà dell’episodio:
« … fu una decisione dolorosa, la più penosa delle decisioni che io abbia mai preso…».