domenica 9 luglio 2017

Non smetto la mia lotta alle ingiustizie

lastampa.it
ilaria capua*

Caro direttore,
sapeste quante persone mi dicono dimentica, dimentica! Smettila di farti del male. E’ finita un anno fa! Il libro è uscito, sei stata riabilitata. Cosa vuoi di più? Cosa vuoi ancora?

E invece, io no. Quando mi sono dimessa da Deputato della Repubblica ho preso un impegno, quello di dar voce a chi non ce l’ha. In medicina ci sono le malattie rare, e genitori e medici eroici ci fanno i conti tutti i giorni, ma qual è la cosa più importante che fanno? Si danno da fare perché le aziende farmaceutiche, gli enti di ricerca, le strutture sanitarie non si voltino dall’altra parte. L’ignavia e l’indifferenza sono orrende. Fra le più brutte malattie della nostra società.

A me tutto sommato è andata bene. L’incubo è durato poco, qualche anno. Ho avuto la fortuna di poterci mettere un oceano di mezzo. Ho iniziato una seconda vita. Perché ho avuto voce attraverso dei giornalisti coraggiosi. Primo di tutti Paolo Mieli. Al di là del merito, c’è chi ha voce e c’è chi non ce l’ha. C’è chi è innocente e chi è colpevole, e c’è chi ha sbagliato. Il punto non è questo. Chi viene processato in contumacia sui giornali, molto spesso non può dare voce alle sue ragioni. 

La gogna ti travolge, e diventa vergogna. Il tempo passa. Mesi, anni intrappolati in un meccanismo che è irragionevolmente lento. A chi si volta dall’altra parte o chi con sincera rassegnazione commenta «in Italia si sa che è cosi», e poi però nel binario parallelo della mente pensa «speriamo che non capiti mai a me» dico questo: c’è una vita di mezzo fra il prima ed il dopo. In questa vita di mezzo ci sono famiglie distrutte che non ritroveranno mai il loro equilibro.

Ci sono situazioni di grande, grandissimo disagio psicologico e fisico, malattie che si manifestano. Ci sono momenti di disperazione travolgenti. Ci sono relazioni umane che si spezzano e che non torneranno più. Ci sono notti e notti insonni, che non finiscono mai. Ci sono genitori anziani da proteggere e figli più o meno giovani da tutelare, che porteranno per sempre il marchio a fuoco della gogna.

Raffaele Cantone su Repubblica parla di «tollerata ipocrisia» quando affronta il problema della fuga di notizie dal mondo giudiziario alla stampa. «Tollerata ipocrisia» è il riconoscimento di una «patologia» del sistema. In medicina la patologia molto spesso crea dolore e sofferenza, che però rappresentano dei sintomi, campanelli d’allarme perché si intervenga. Il tuo corpo ti avverte che c’è qualcosa che non va, in questo caso la sofferenza è utile, ha una sua ragione d’essere. Nel caso dello svergognamento mediatico preventivo, prima persino che ci sia stata un’udienza preliminare, c’è una sofferenza composita che coinvolge più persone.

Madri. Padri. Figli. La verità inaccettabile è che in questo caso la sofferenza sia del tutto gratuita ed imprevedibile. Indomita. A parole, ognuno di noi è pronto a difendere gli esseri umani dalla sofferenza. Disprezziamo chi genera il dolore fine a se stesso oltre a chi infligge sofferenza con uno scopo, condanniamo la tortura. Noi stessi ci imbottiamo di farmaci per il mal di testa o il mal di schiena - e di fronte alle malattie terminali addirittura diciamo «che smetta di soffrire».

Chiediamo alla medicina di umanizzarsi, ai medici di curare i pazienti nella loro complessità e non di focalizzarsi solo sulla patologia in atto. Siamo sempre più consapevoli che c’è una vita intorno ad una malattia, ci sono risvolti assistenziali, psicologici, finanziari intorno ad una persona che soffre. 
E allora perché non dovremmo chiedere una umanizzazione della giustizia? Perché tolleriamo l’ipocrisia quando si potrebbe evitarlo? Perché la tollerata ipocrisia di Raffaele Cantone non la trasformiamo in una ipocrisia intollerabile? La sofferenza gratuita è intollerabile. 

Non voltiamoci dall’altra parte. Ci perdiamo tutti, ci perde l’Italia. Tutta.


* Virologa ed ex deputata italiana, nota per i suoi studi sui virus influenzali, in particolare sull’aviaria