domenica 23 luglio 2017

Marte affascina, ma lo sbarco sulla Luna rimane insuperato

lastampa.it
piero bianucci



Che cosa rappresentò nella storia della scienza e dell’umanità lo sbarco sulla Luna? Come è cambiata la comunicazione scientifica dopo la telecronaca di quell’impresa? La conquista di Marte oggi avrebbe lo stesso fascino? Qual è l’eredità delle missioni “Apollo”?

Sarà perché ho assistito al primo sbarco sulla Luna nella notte (italiana) tra il 20 e il 21 luglio 1969 già da cronista o perché ho scritto alcuni libri dedicati alla Luna e alla sua esplorazione, ma intorno all’anniversario della storica data mi capita spesso di dover rispondere a queste domande provando l’emozione del vegliardo testimone di un tempo che fu. Stranamente, le mie risposte sono cambiate nel tempo, ma ormai stanno stabilizzandosi. Del resto, tra due anni da quella notte sarà passato mezzo secolo. L’ampiezza della prospettiva forse giova all’obiettività.

Dunque: che cosa ha rappresentato il 20 luglio 1969? La prima risposta è ovvia: una grande impresa scientifica resa possibile da una impresa tecnologica ancora più grande. Ma il significato di quella data va oltre, ed è politico. Dal 21 luglio 1969 fu stabilito il primato spaziale degli Stati Uniti sull’Unione Sovietica, che fino a quel giorno era stata in serrata competizione e che inizialmente era partita in netto vantaggio, come dimostrò con il lancio del primo satellite artificiale della Terra (Sputnik, 4 ottobre 1957). Dopo il primo sbarco americano, l’Unione Sovietica rinunciò alla corsa alla Luna. Tra gli effetti collaterali ci fu una svolta nella “guerra fredda” tra le due superpotenze. 

Negli Anni 70 dal punto di vista propagandistico per entrambe le superpotenze diventò preferibile mostrare al mondo non tanto una rivalità spaziale ma piuttosto una cooperazione e specializzazione nella ricerca. La cooperazione si tradusse nella missione congiunta Apollo-Sojuz del 17 luglio 1975. La specializzazione si espresse nel primato sovietico nell’esplorazione robotizzata della Luna e di Venere, mentre gli Stati Uniti si dedicarono al sistema solare esterno (Giove, Saturno, Urano, Nettuno) con le sonde Pioneer e Voyager. Lo spazio divenne così il primo teatro del dialogo USA-URSS e la premessa dei successivi trattati per il parziale disarmo nucleare. 

La comunicazione scientifica di oggi è in qualche modo figlia della diretta televisiva dell’allunaggio? Dipende dal punto di vista. La discesa di Armstrong e Aldrin sulla Luna (ma non dimentichiamo Collins rimasto solitario in orbita lunare) trasmessa in diretta televisiva fu un evento mediatico di enorme portata, con seicento milioni di televisori accesi su quelle immagini, in un tempo in cui gli apparecchi televisivi erano ancora diffusi quasi soltanto nei paesi sviluppati, essenzialmente Nord America ed Europa. La diretta tv (condotta per l’Italia da Tito Stagno e Ruggero Orlando) fu peraltro il culmine di un forte interesse giornalistico che accompagnò la preparazione dell’impresa dal discorso programmatico del presidente Kennedy fino allo sbarco (attraverso le cronache dei programmi Mercury e Gemini). 

La nascita e lo sviluppo dell’astronautica portarono alla ribalta una nuova generazione di giornalisti scientifici (tra questi anche Piero Angela) e un modello di “big science” che prima non esisteva. Ne derivò una comunicazione scientifica ampia e spettacolarizzata, piuttosto acritica ma capace di suggerire al pubblico popolare una immagine della scienza eroica e affascinante. Da allora la diretta televisiva di grandi eventi scientifici divenne “normale”, e non solo in campo astronautico: la decifrazione completa del genoma umano fu presentata in diretta mondiale dal presidente americano Clinton e dal primo ministro del governo inglese Blair; in streaming mondiale avvenne l’annuncio della scoperta della particella di Higgs, e poi quello delle onde gravitazionali. Non tutto fu bene. Da allora è diventato più difficile dare il giusto valore a notizie scientifiche importanti ma non spettacolari.

Lo sbarco dell’uomo su Marte potrebbe avere lo stesso significato e lo stesso seguito dello sbarco sulla Luna? La risposta è no. Con lo sbarco sulla Luna l’uomo usciva per la prima volta dal proprio pianeta. Un evento epocale. Seguirono altri cinque sbarchi, l’ultimo nel dicembre 1972, ma l’attenzione inevitabilmente si attenuò sia perché l’impresa sembrava ormai “routine” (benché non lo fosse affatto) sia perché era venuta meno la competizione con l’Unione Sovietica.

Lo sbarco su Marte sarebbe di nuovo una prima assoluta, carica di significati simbolici e culturali. Ma probabilmente l’impatto mediatico ed emotivo non eguaglierà quello dello sbarco sulla Luna perché nel frattempo sono mutate tutte le condizioni al contorno e l’esplorazione robotizzata di Marte avrà tolto gran parte dell’interesse scientifico. Resterà ovviamente l’aspetto umano. Sarà un po’ come, a suo tempo, la conquista dell’Everest: una impresa “acrobatica” eccezionale, eroica e meravigliosa, ma senza risvolti scientifici, politici e sociali di grande rilievo.

Infine, il lascito dello sbarco sulla Luna. A quasi cinquant’anni di distanza, l’eredità pratica è in migliaia di brevetti e applicazioni tecnologiche che fanno parte della vita quotidiana. Non c’è quasi nulla, dalle fotocamere ai cellulari, dai nuovi materiali alle telecomunicazioni, dalla sensoristica alle tecnologie mediche avanzate, dall’informatica a Internet fino alle energie alternative, che non affondi le radici in ricerche sviluppate originariamente per finalità spaziali. 

L’eredità ideale consiste nella consapevolezza che l’uomo è in grado di affrontare sfide straordinarie. E poi c’è l’eredità ecologica: fu con la visione della Terra dallo spazio, una sfera azzurra sospesa nel buio, che l’umanità acquistò la consapevolezza della fragilità ambientale del pianeta sul quale siamo nati.