sabato 29 luglio 2017

La verità su Bana, la bimba di Aleppo

ilgiornale.it
Roberto Vivaldelli

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Impiegare i bambini come strumento di propaganda mediatica non è certo una novità, soprattutto nel contesto del conflitto siriano. Che questo vero e proprio sfruttamento d’immagine allo scopo di impietosire e sensibilizzare l’opinione pubblica sia opera degli stessi genitori, però, rappresenta qualcosa di stupefacente e al tempo stesso inedito. È l’incredibile storia della piccola Bana al-Abed. A soli 7 anni, infatti, il suo account twitter è divenuto, nei mesi antecedenti la liberazione di Aleppo dai terroristi conclusasi lo scorso dicembre, uno dei profili social più seguiti e discussi.

Dall’account dell’adorabile Bana al-Abed, dal settembre 2016, giungono appelli a favore di un intervento militare contro il presidente siriano Bashar al-Assad e contro la Federazione Russa. Bana twittava da Al-Muasalat, quartiere situato nella parte nord-orientale di Aleppo e al tempo occupato dai terroristi. La giornalista indipendente Eva Bartlett ha recentemente ricostruito i legami tra i genitori della piccola e gli islamisti. Perché dietro quello sguardo innocente, che sembrava denunciare gli orrori della guerra, c’è molto di più.

Dalla Siria alla Turchia

Nonostante i tweet apocalittici – «Sto parlando al mondo, vivo ad Aleppo est. Questo è il momento di vivere o morire» – a metà dicembre Bana e la sua famiglia sono stati evacuati in sicurezza dall’esercito governativo a Idlib e poi trasferiti in Turchia, dove hanno ottenuto a metà maggio lo status di rifugiati da Ankara. L’account di Bana, che ora conta circa 369 mila seguaci, continua ad attaccare Assad e il governo russo. La rivista Time l’ha inserita tra le 25 persone più influenti di twitter mentre, lo scorso 30 giugno, è stata annunciata la pubblicazione di un libro, edito da Simon & Schuster.

Una storia apparentemente incredibile, se non presentasse numerosi lati oscuri. Dopo molte critiche e dubbi emersi sulla veridicità dei suoi tweet, complici la punteggiatura perfetta e il linguaggio troppo forbito – poco plausibili per una bambina di soli 8 anni – la madre di Bana, Fatema, ha ammesso di essere l’autrice di alcuni tweet e di gestire in parte il profilo della figlia. Ne è la dimostrazione la lettera che la stessa Bana ha pubblicato sul suo account, indirizzata al presidente Usa Donald Trump, con l’esplicita richiesta di un intervento occidentale contro Assad. Nonostante sia stata pubblicata in maniera acritica dalla BBC, è difficile credere che una bambina di quell’età possa aver scritto di sua iniziativa una lettera di quel tipo e con quei contenuti.

I genitori e i rapporti con i terroristi siriani

Come racconta Eva Bartlett, lo scorso giugno il giornalista siriano Khaled Iskef è andato a visitare la casa di Bana, «situata a pochi metri dall’ex quartier generale di Al Nusra (Al Qaida) ad Aleppo». E non finisce qui. Nella casa, «Iskef ha trovato un quaderno che documenta il lavoro di Ghassan, il padre di Bana, con le formazioni terroristiche nel corso degli anni». Ghassan Al-Abed, infatti, ha militato nella Sawfa Brigade Islamic, formazione salafita vicina ad Al Qaida. Si aggirava spesso all’Eye Hospital di Aleppo, usata per un lungo periodo dai ribelli islamisti come base. Secondo i racconti dei vicini, il padre di Ghassan, Mohammed al-Abed, era un noto trafficante di armi e collaborava con le formazioni terroristiche. Il negozio di armi della famiglia al-Abed si trovava davanti una scuola, nei pressi del quartier generale di Al Qaida – ora Hayat Tahrir al-Asham –  ad Aleppo.

Chi ha seguito il profilo social di Bana, sa inoltre che per un lungo periodo non è mai andata a scuola. Questo perché, sottolinea Eva Bartlett, «nei quartieri controllati dai terroristi, le scuole venivano impiegate come basi per le milizie». Secondo la giornalista investigativa Vanessa Beeley, tra le voci più autorevoli sul conflitto siriano, inoltre, Ghassan al-Abed era il direttore del registro civile del consiglio orientale di Aleppo guidato da Abdul Aziz Maghrab, uno dei capi di Al-Nusra e membro dei caschi bianchi. Insomma, rapporti torbidi quelli dei genitori con i jihadisti, autori di efferati crimini contro la popolazione. Dopo la vicenda del piccolo Omran, un’altra storia terribile in cui i bambini vengono messi al servizio della propaganda di guerra.