sabato 29 luglio 2017

La vecchia lira resiste nelle stalle del Piemonte: “È più precisa dell’euro”

lastampa.it
manuela macario

Così avvengono le trattative fra allevatori e macellai


Un allevatore di Dusino San Michele, nell’Astigiano, che contratta in lire

«Ti faccio ottomila e 200 lire al chilo» gli dice. «Te ne offro al massimo 7.800» risponde l’altro. «Non bastano, non scendo sotto le ottomila lire - incalza il primo - prendere o lasciare». Pochi attimi di silenzio, uno sguardo e infine la stretta di mano. L’affare tra allevatore e macellaio è concluso. La trattativa in una moneta che non esiste più da 16 anni si è svolta solo pochi giorni fa, in una delle 1551 piccole stalle del Piemonte che hanno da due a 50 bovini da macello. A stento ci si crede, ma qui è come se gli sforzi di Prodi e Ciampi di portarci all’euro si fossero fermati a fondovalle, anzi davanti alle stalle. 

Nella sua cascina di Dusino San Michele, nel verde del Pianalto astigiano, tra campi di mais e distese di piante di zucchine mature, Cesare Turco, 80 anni tra meno di un mese, racconta di essere arrivato così all’ultima vendita fatta a un macellaio di Trofarello, che gli ha acquistato uno dei suoi venti vitelli di razza piemontese, quelli della coscia igp. «Certo che abbiamo trattato in lire, e come se no?» dice, anche se ammette che quel vitellino che ha allevato e cresciuto per due anni lo aveva acquistato in euro. 

La sua è stata solo una delle centinaia di contrattazioni che ancora avvengono in lire in oltre il 40% delle stalle di bovini da ingrasso del Piemonte. Di solito i rilanci si fanno a colpi di 100, 200, 500 lire. Solo per la fattura nessuna deroga alla conversione in euro. 

Una consuetudine, quella delle lire in stalla, che ha anche ragioni economiche. «Sui vitelli al chilo, la lira dà l’impressione di essere più precisa» dice l’assessore all’Agricoltura della Regione Piemonte, Giorgio Ferrero. «Convertono poi in euro, sì, ma hanno in mente solo la lira» conferma il presidente della Cia di Alessandria e referente regionale del settore per la confederazione, Gian Piero Amelio. Un mercato ancora legato al passato, ma dal quale hanno preso le distanze la grande distribuzione, le stalle con centinaia di capi e le grandi cooperative piemontesi. 

In lire anche per comprare e vendere bovini al mercato all’ingrosso agroalimentare di Cuneo, il Miac, l’unico mercato italiano del bestiame ancora attivo (nel 1997 ce ne erano 14 in tutto il Paese). Ogni lunedì si ritrovano 1.200 operatori, tra allevatori e addetti alle vendite e acquisti, interessati a 500 capi da macello (22 mila in un anno). Anche qui, il 25% circa degli affari si fa ancora in vecchie lire. «Arrivano verso le cinque del mattino - spiega il direttore del Miac, Giovanni Battista Becotto - e verso le sette le contrattazioni si fanno serrate. Non siamo nemmeno rimasti i soli, anche allevatori e macellai francesi utilizzano i franchi».

Lo conferma anche il direttore dell’associazione degli Allevatori della razza bovina piemontese, Andrea Quaglino: «Ragionare in euro pare non sia così veloce come farlo nella vecchia moneta». I prezzi variano su peso, età e muscolatura. Il vitello a carne bianca, il «sanato», sotto i 300 chili, allevato solo a latte, arriva alle 13 mila lire al chilo. Poi ci sono i vitelloni piemontesi della coscia Igp, altrettanto pregiati, otto mila lire, circa quattro euro.