venerdì 14 luglio 2017

La nostra fragile Costituzione

lastampa.it
arduino vettorello

La «Costituzione più bella del mondo» è ormai così fragile e datata da poter essere paragonata a una porcellana di Capodimonte: da mettere nelle teche museali della storia e non sulla «tavola» della Repubblica. Settant’anni di storia patria, europea e mondiale, l’hanno resa obsoleta e incapace a indirizzare il governo del nostro Paese. Lo si deduce dall’insignificanza del Parlamento, inadatto ad aggiornare il corpo legislativo ai bisogni dei tempi mutati. Che cosa dobbiamo attenderci da 1.500 parlamentari di cui un terzo ha cambiato casacca? Mi par chiaro che in molti non si sentano più legati al mandato di rappresentanza attribuito loro dagli elettori. 

Non parliamo poi degli Enti che, includendo i politici nelle liste elettorali, hanno reso possibile la loro elezione. Movimenti, raggruppamenti, magari vietati dalla Costituzione stessa in quanto riedizione del partito fascista, e partiti ormai non più ideologici che spesso abbracciano posizioni definite dagli avversari populiste. Ma i cittadini non sono incolti e disattenti. La maggioranza desidera leggi chiare e applicabili, così da rendere l’azione della magistratura giusta e comprensibile.

De leggi efficaci nasce il rispetto civico in ogni strato della società, che va intesa come «polis» e non come insieme di individui separati. Serve una scuola che sia veramente gratuita, così come la sanità, entrambe fatte da individui preparati e selezionati per merito ed esperienza, pagati adeguatamente, senza barriere agli ingressi mascherate da concorsi che poi non portano all’impiego, coperto invece da precari senza diritti. Lo stesso vale per le altre funzioni pubbliche non citate.

Per aggiornarle ai tempi, i partiti vanno accreditati secondo la Carta costituzionale e i parlamentari, in quanto rappresentanti degli elettori, devono avere chiaro il vincolo di mandato: se non sono più d’accordo con il partito con il quale sono stati eletti e si dimettono, allora decadano dal mandato e venga fatto subentrare loro il primo dei non eletti della stessa lista. E se i partiti si sciolgono o si scindono? Il Capo dello Stato, esaminati i fatti, eserciti la sua facoltà di sciogliere le Camere e di indire nuove elezioni. Un’utopia?

Certo, ma è ora di aprire un dibattito. L’Italia non può essere lasciata al capriccio dei rissosi come «nave senza nocchiero in tempesta». Rimettiamo mano alla Carta senza timori e senza retorica.