lunedì 3 luglio 2017

“Fu il Lodo Moro a tenere gli italiani al sicuro a Beirut nell’82”

lastampa.it
francesca paci

Bassam Abu Sharif: l’Italia fu l’unico paese con cui il Fronte per la liberazione della Palestina strinse un patto di non belligeranza. Le Br? Nessun rapporto


Bassam Abu Sharif

Bassam Abu Sharif è uomo di molte parole. Fuma una sigaretta dietro l’altra con la mano a cui dal 1972 mancano quattro dita: sopravvissuto a un’operazione del Mossad, perse però anche l’occhio e l’orecchio destro. All’epoca era il responsabile dell’informazione dei marxisti-leninisti del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (Fplp), in seguito sarebbe diventato uno dei più ascoltati consulenti di Arafat. «È possibile che non dica tutto quello che so, ma quello che dico è tutto vero» ripete durante l’intervista in esclusiva rilasciata a La Stampa all’indomani dell’audizione alla Commissione parlamentare sulla morte di Moro.

Dice che l’Italia fu l’unico Paese con cui il Fplp prese un impegno scritto di non belligeranza, il cosiddetto Lodo Moro. Dice che grazie a quell’accordo la nostra ambasciata a Beirut venne risparmiata dagli attentati in cui 35 anni fa morirono oltre 300 militari francesi e americani. E dice che sa di un rapporto simile voluto dalla Germania con l’organizzazione palestinese al Fatah dopo il massacro alle Olimpiadi del 1972 a Monaco.

Come nasce l’accordo che in Italia è noto con il nome di Lodo Moro?
«Le relazioni tra i palestinesi e l’Italia, intesa anche come istituzioni preposte alla sicurezza, iniziano nei primi anni ’70. C’era il sospetto che le Brigate rosse avessero rapporti con il Fplp il cui leader era George Habbash. Le Br erano il prodotto di una storia europea dovuta al fallimento del partito comunista nel portare cambiamenti sociali. Questo piccolo gruppo estremista ed altri analoghi si chiesero cosa fare e pensarono di ricorrere alla violenza. In Medioriente la situazione era movimentata per altri motivi, la sconfitta dei paesi arabi nel 1967 aveva dato a noi palestinesi la possibilità di iniziare la nostra battaglia contro l’occupazione israeliana e molti gruppi vennero in Medioriente per incontrarci. Non ricordo i nomi dei tanti italiani che vidi ma ricordo Andreas Baader e Ulrike Meinhof. Venivano a migliaia. Li chiamavamo i turisti della rivoluzione».

Cosa facevano lì con voi?
«Wadie Haddad (il capo delle operazioni del Fplp) aveva una scuola rivoluzionaria per insegnare alle forze sociali oppresse economicamente a combattere il capitalismo. In Europa non si poteva, la situazione non era matura. Per indebolire l’imperialismo era meglio agire nel terzo mondo, affiancare noi nella lotta contro Israele, l’avamposto mediorientale dell’imperialismo e del neocolonialismo americano. Oltre mille italiani frequentarono i nostri campi in Giordania tra il 69 e il 70. Erano campi di due settimane, si parlava di politica, si imparavano a smontare e rimontare le pistole o a sparare, soprattutto si spiegavano i pilastri della nostra rivoluzione. Alcuni divennero membri del Fplp, solo una piccola parte erano combattenti ma combatterono esclusivamente nelle file del Fplp e nelle nostre battaglie, mai nei loro paesi d’origine».

Perche’ questo rapporto speciale con l’Italia?
«Vennero da noi da tutti i paesi, oltre 10 mila europei ci raggiunsero dopo la battaglia di al Karama, nel 1968. Ma l’Italia aveva una location importante, confinava con la Jugoslavia, con la Francia, aveva il più forte partito comunista occidentale e un popolo caldo. Il nostro maggior alleato non era il Pci ma il sindacato. In quel contesto nascono le Br ma la seconda generazione viene infiltrata: nel 71, diffidandone, Wadie Haddad, dice di voler avere niente a che fare con loro.

Ed eccoci al 1972: attraverso dei giornalisti incontrammo a Beirut l’intelligence italiana, fui io il primo a vedere Giovannone, all’epoca ero il direttore della rivista del Fplp. Giovannone era un patriota, voleva proteggere l’Italia. Iniziò a mandare aiuti umanitari ai campi profughi palestinesi, ambulanze, medicine. Poi si mise a lavorare con noi per ottenere un documento da presentare al suo governo il cui il Fplp affermava di non avere rapporti con le Br. Voglio sottolineare che noi palestinesi non abbiamo mai avuto rapporti diretti ne indiretti con le Br».

Fu un’idea di Giovannone?
«Giovannone era simpatetico. Io proposi che avrei chiesto un documento firmato in cui il Fplp affermasse che non avrebbe mai messo a rischio la sicurezza dell’Italia e non avrebbe mai collaborato con chi lo facesse. Voi lo chiamate accordo ma in realta’ fu una promessa scritta. Una copia per noi e una per voi, sar’ stato l’inizio del 73. Non so a chi la diede Giovannone, doveva convincere qualcuno in Italia riguardo a noi».

Perché Arafat non firmò?
«Io parlo per noi, affiancai Arafat solo nel 1987. Non so cosa facesse in quel momento Al Fatah e se Giovannone o altri parlassero con loro, posso immaginarlo. So che Abu Iyad, il responsabile dei servizi segreti di Fatah, venne molte volte a Roma a incontrare capi della sicurezza e una volta ci incrociammo per caso».

Il Fplp prese lo stesso impegno con altri paesi europei?
«Il Fplp solo con l’Italia. I volontari erano benvenuti, tutti. Ma nessun altro in Europa fece uno sforzo come Giovannone di venire in quanto Paese. Io parlo del Fplp. So che dopo Monaco la Germania instaurò un rapporto con Abu Iyad (Fatah) per avere qualcosa di simile».

Cosa aveste in cambio dall’Italia?
«Ci accontentavamo degli aiuti umanitari. Chiedemmo se magari si potessero aumentare, ma non era una condizione».

Chi era il garante della vostra promessa in Italia?
«Nessuno, il garante era Habbash. Eravamo molto centralizzati. Le organizzazioni di studenti palestinesi in Italia facevano solo campagne di solidarietà. In quel periodo vennero a contattarmi anche altri dall’Italia con altre offerte, ma io parlavo con Giovannone e basta».

Come è passato di generazione in generazione l’impegno di Habbash?
«È stato sempre rispettato. Poi col tempo le relazioni sono diventate politiche, abbiamo iniziato a dialogare su piani diversi, parlavamo con Andreotti, Craxi. Tenete conto che nel frattempo c’e la dichiarazione di Venezia nel 1980 con il riconoscimento dell’Olp che ci permette di aprire 50 uffici palestinesi del mondo, dobbiamo quell’accordo all’Italia».

La dichiarazione di Venezia può essere considerata un frutto dell’impegno preso da Habash e il Fplp?
«Sì, lo possiamo considerare uno sviluppo di Venezia. Inoltre in Italia c’era una forte opinione pubblica pro-palestinese. Furono gli italiani a mandarci l’informazione dell’invasione in Libano nel 1982».

Per questo in quegli anni l’Ambasciata italiana, diversamente da quella francese e americana, non fu attaccata a Beirut?
«L’impegno a evitare azioni che colpissero l’Italia era a tutto campo, si sottintendeva che non avremmo colpito neppure interessi israeliani in Italia. E ovviamente comprendeva le ambasciate italiane. A Beirut dovemmo difendere anche fisicamente gli italiani».

Rispettaste sempre l’impegno preso? Chi fece gli attentati alla sinagoga e a Fiumicino, nell’82 e nell’85?
«Non ne sappiamo niente. Di altri non so ma noi, come Fplp prima e poi insieme a Fatah come Olp, rispettammo l’impegno al cento per cento. In quel momento in Italia agivano gli 007 iracheni, arabi, israeliani, gruppi palestinesi infiltrati come quello di Abu Nidal dopo la rottura con Fatah».

Gli attentati no. Ma i missili in transito nel 1979 per cui fu arrestato Daniele Pifano erano vostri, giusto?
«Quella non era un’operazione, era trasporto di materiale. L’impegno diceva chiaramente che avremmo evitato ogni operazione che colpisse gli italiani o l’Italia: lo rispettammo e l’Italia lo sa».

L’Italia sapeva anche del transito dei missili di Pifano?
«In Italia c’erano differenti istituti».

Vuol dire che la mano destra non sapeva cosa facesse la sinistra?
«Esatto. Ma poi Pifano fu rilasciato quasi subito, giusto? Ecco».

Sa qualcosa della stazione di Bologna? E di Ustica? Anche allora si nominarono i palestinesi.
«Non ne so nulla. Ma c’era di tutto in Italia in quel periodo. Le racconto una storia. Una volta, sara’ stato l’89, dovevo andare in Francia con Arafat sorvolando l’Italia, dove c’erano molte basi americane. Prima di partire ricevemmo una nota da un buon contatto italiano che diceva di fare attenzione ai missili. Allora Arafat chiese due jet identici, su uno volava lui e sull’altro io con la delegazione palestinese. Volammo a diverse altitudini per confondere i radar».