domenica 23 luglio 2017

Accampamenti e rifugi, nella Roma dei migranti tra ministeri e San Pietro

lastampa.it
mattia feltri
Non c’è quartiere della Capitale senza segni dei profughi. Cresce la protesta: bruciati alcuni ricoveri per la notte

Le chiese romane, come avviene in tutte le città d’Italia, attraggono le persone in difficoltà.Per i migranti, spesso senza punti di riferimento, San Pietro, o il sagrato di una chiesa, diventano l’unica certezza (oltre ai punti Caritas e di altre associazioni di volontariato) per recuperare una coperta o un pasto. Servizio fotografico di Alessandro Serranò
Sotto i mille campanili di Roma, Dio ha mille nomi e per ognuno c’è pronta una maledizione. Una vecchia signora, piccina, indica con orgoglio i materassi bruciati. Poco più in là, dei ruderi ricordano la fabbrica di zucchero di suo nonno. «Li ho bruciati io i materassi». Ha ancora le chiavi del cancello che dalla via Tuscolana conduce alla ferrovia, dove sorgeva la fabbrica. «E’ una vergogna, uno schifo. Scavalcavano il muro e venivano qui a bere e a dormire, a decine. Ma si può tollerare una roba del genere? Sono venuta, ho dato fuoco a tutto. Si è visto il fumo in tutta Roma. Poi sono arrivati carabinieri e gliel’ho detto: sono stata io. Mi hanno guardato come fossi matta. Non mi hanno creduto».



A Roma si brucia tutto quello che non va. La spazzatura, i campi rom, ora anche gli accampamenti dei migranti. Che sono migranti doppi, sono arrivati a Roma e migrano da un parco all’altro, da una strada all’altra, a seconda dell’esasperazione degli abitanti e dei rari interventi delle forze dell’ordine. A Colle Oppio, per dire, a qualche decina di metri dal Colosseo, sui prati che hanno coperto la Domus Aurea di Nerone, di accampati ne sono rimasti pochi, sdraiati dietro ai cespugli fra cumuli di bottiglie e resti di pasto e brandelli di carta e bambini che giocano a calcio. I più, le centinaia che avevano preso domicilio in una delle principali aree archeologiche del pianeta, che avevano fondato una piccola città parallela, che lavavano i panni nelle fontane e li stendevano sulle staccionate, che dormivano dentro le tende o sotto il cielo,sono stati sloggiati settimana scorsa. Sloggiati e basta, via da qua. Li avrà accolti qualche altro angolo di Roma.



Non c’è zona dalla città che non diventi anche la loro zona. Non è più nemmeno la vecchia questione delle periferie, è la questione di ovunque. A piazza della Repubblica, a duecento metri dalla stazione Termini, a trecento dal Quirinale, sotto i portici arrivano soprattutto la sera, coi cartoni e le coperte e i sacchi a pelo e dormono in fila, come all’ostello, e d’inverno arrivano i volontari con le pizze e le bottiglie di latte. A piazza Augusto Imperatore, a duecento metri da piazza del Popolo, portici simili, scena identica. A piazza Vittorio, fra Santa Maria Maggiore e San Giovanni in Laterano, bivaccano tutto il giorno sul prato o seduti sul muro di cinta con lattine di birra e cartoni di Tavernello da un euro e settantanove.

In questi giorni ne hanno mandati via un po’ perché serviva il minimo di spazio e di decoro per le Notti di Cinema, le arene all’aperto, e girano guardie private. Hanno pulito dai cocci di bottiglia e dagli abiti marci. A Trastevere la disputa è fra l’immigrazione e la movida, l’una dannosa all’altra, ed entrambe resistono e condividono gli spazi. A Santa Maria in Trastevere si beve, si fuma e si flirta mentre disgraziati lerci e spesso ubriachi si lasciano dietro il tempo sotto il secentesco palazzo San Callisto.

Trastevere è ricolma. Il maggior numero di immigrati, a dimostrazione di quello che oggi è Roma, un luogo di invasione e di disperazione senza zone franche, pernotta nei pressi del ministero delle Finanze o dell’Istruzione. L’intera via della Conciliazione, che va dal Tevere a San Pietro, e il colonnato di Gian Lorenzo Bernini, e di conseguenze le vie di Borgo Pio, sono luogo d’asilo per i senza tetto, e senza terra, e forse senza nome che Papa Bergoglio vuole lì, vicino a sé, nella sua interpretazione del pontificato. 



I mille campanili di Roma, si diceva. E San Pietro. La Roma cristiana, ecco un’altra eccezione. Le chiese, i monasteri, le opere pie, le decine di mense religiose, sono l’ultimo e utile appiglio per questa povera gente arrivata dall’altro mondo, magari salvata in mare, e poi abbandonata a sé. L’Italia è il paese delle emergenze, si sa, e in questo caso è capace di accogliere e poi tutto finisce. A Roma c’è una possibilità in più: i sagrati, per esempio, dove qualche moneta si raccoglierà senz’altro, dove qualche abito viene distribuito, e un pasto forse lo si rimedia.

Così, secondo gli ultimi dati, che risalgono al 2015, gli immigrati a Roma sono 364 mila (i tre quarti di loro ha un lavoro), circa il 13 per cento della popolazione, una percentuale che si considera fisiologica, visti i tempi. Ma si tratta degli immigrati iscritti all’anagrafe. E tutti gli altri, quelli che non lavorano, non hanno casa, e l’anagrafe ignora? Quante migliaia sono? Quante, se sono arrivati fin dentro il Vaticano, a due passi dal Quirinale, a pochi metri dal Colosseo? Perché qui si è volutamente trascurata la disastrosa condizione delle periferie, già nota, e non per tutelare le zone più ricche ma per restituire la dimensione del fenomeno.

Ci sono piccoli (o medi) accampamenti mobili a villa Ada, che fu la residenza estiva dei Savoia, a villa Borghese, in quasi tutti i parchi romani, nei sottopassi stradali, dentro e fuori le stazioni ferroviarie, sotto gli archi degli acquedotti, negli angoli delle piazze, a ridosso o nei dintorni di ognuno dei monumenti che rendono Roma la magnifica, ci sono accattoni a ogni angolo di strada, scalzi, storditi dalla vita all’aperto, che orinano e defecano dove possono, cioè lì, e passeggiare significa andare dentro zaffate e miasmi, e sbattere il naso contro la miseria irrimediabile, significa allungare una sigaretta e una moneta come palliativo alla disorganizzazione e all’incuria più plateali, davanti alle quali non c’è istituzione che possa ritrarsi.



Roma è sempre stata la città dei miserabili, lo era specialmente nel medioevo. Resiste perché è scritto sulla sua pelle, e resisterà ancora per sua natura, intanto però che le borgate ribollono, e una vecchia donna dà fuoco ai materassi, e si alzano le maledizioni.