venerdì 9 giugno 2017

Torna in libertà Matteo Boe Tagliò l’orecchio al piccolo Farouk

corriere.it
di Elvira Serra

A fine mese lascerà il carcere dopo 25 anni. Non si è mai pentito. La primogenita fu uccisa nel 2003: il delitto è ancora senza colpevole



La Primula Rossa. Il bandito-studente. Il bandito dagli occhi blu (anche se in realtà erano nerissimi). La sua personalissima leggenda cresceva assieme alla ferocia delle sue gesta. Una su tutte: il taglio del lobo dell’orecchio di un bambino di sette anni, Farouk Kassam, sequestrato la sera del 15 gennaio 1992 dalla sua casa di Porto Cervo e liberato dopo 177 giorni così sporco che i genitori dovettero tenerlo a mollo per ore nell’acqua calda; a causa dell’immobilità forzata dentro una grotta aveva le ossa decalcificate e le gambe fragilissime. Matteo Boe negò sempre di aver tagliato lui l’orecchio, nonostante Farouk lo avesse riconosciuto con innocenza davanti ai giudici. «È stato lui, non è uscito sangue, non so perché lo ha fatto».
Le condanne per i sequestri
Per quel sequestro, e per quelli della studentessa Sara Niccoli e dell’imprenditore romano Giulio De Angelis, rapiti nel 1983 e nel 1988 (quest’ultimo durante la latitanza), Matteo Boe è stato condannato a trent’anni di reclusione, che grazie ai meccanismi dell’aritmetica penitenziaria finirà di scontare con cinque anni di anticipo il 25 giugno nel carcere milanese di Opera. Ha ottenuto la riduzione della pena per buona condotta. Negli ultimi anni di detenzione si è dedicato all’arte, un suo disegno è diventato un francobollo di Poste italiane: raffigura un uccellino su un muretto a secco. Un’immagine bucolica distante dalla sua carriera criminale.
L’evasione dal carcere dell’Asinara
Perché Matteo Boe, 59 anni, nato a Lula, nel Nuorese, in una rispettabile famiglia di pastori, ha sempre scelto. Dopo il diploma di perito agrario e il militare alla caserma di Cecchignola a Roma, si iscrive in Agraria a Bologna e comincia a frequentare ambienti vicini all’Autonomia. Qui conosce Laura Manfredi, compagna di (quasi) una vita che diventerà madre dei suoi tre figli, Luisa, Andrea e Marianna. È Laura ad aiutarlo a fare l’unica evasione andata a buon fine nella storia del carcere dell’Asinara, l’Alcatraz sardo circondato dalle correnti del mare. Boe qui sta scontando la pena per il sequestro di Sara Niccoli in una cella di Cala d’Oliva, nel punto più lontano dalla terraferma.

Il primo settembre del 1986 Laura lo aspetta con un gommone che ha noleggiato a Olbia e trasportato con un carrellino in auto fino a Stintino. Approfitta della confusione durante la regata programmata per la Festa della Madonna per avvicinarsi all’isola senza dare nell’occhio. Boe approfitta, invece, dell’ora d’aria per tramortire una guardia, con il detenuto Salvatore Duras, e allontanarsi. La latitanza finirà il 13 ottobre del 1993 in Corsica, nell’hotel «U Palmu» di Porto Vecchio, dove la gendarmerie e le squadre catturandi delle questure di Nuoro e di Sassari lo trovano assieme alla compagna, all’epoca incinta, e dei piccoli Luisa e Andrea. Boe, armato, non reagisce, probabilmente per non mettere in pericolo la famiglia. Dalla Francia sarà estradato nel 1995 per il processo del sequestro Farouk.
La pietà della mamma di Farouk
Mai pentito dei reati per i quali è stato condannato, in opposizione a uno Stato di cui non riconosce l’autorità, quattordici anni fa ha subito il lutto più terribile per un padre: Luisa, la figlia prediletta di 14 anni, viene uccisa sul terrazzo di casa a Lula da un colpo di fucile, forse è stata scambiata per la mamma. Quel delitto ancora non ha un colpevole. Marion Bleriot Kassam disse a La Donna Sarda: «La notizia mi gelò. Nessuno, neanche Matteo Boe, merita la morte di un figlio». Pietà di una madre. Quella che lui non ebbe.

@elvira_serra