giovedì 22 giugno 2017

Sponda con gli alleati e falsi informatori. Così gli Usa neutralizzano le spie russe

lastampa.it
paolo mastrolilli   Pubblicato il 31/12/2016

Sei mesi sotto copertura per svelare la rete di contatti degli agenti del Cremlino all’Onu

Era l’inizio dell’estate scorsa, prima della Convention democratica di Philadelphia, quando i servizi segreti americani convocarono i colleghi dei Paesi alleati a New York per un’informativa speciale. Avevano scoperto che due diplomatici russi all’Onu in realtà facevano un altro mestiere: erano spie, e bisognava prima usarle, poi arginarle, e quindi cacciarle. Questa storia, che sembra presa dalla trama di un film dell’agente 007, aiuta in realtà a capire quanto profonda e radicata sia l’attività dello spionaggio di Mosca negli Stati Uniti, e quanto sia pericolosa.

L’allarme era scattato prima di quello sulle incursioni degli hacker che avevano attaccato il sistema digitale del Partito democratico, e riguardava obiettivi potenzialmente più preoccupanti per la sicurezza nazionale. Perché il tentativo della Russia di influenzare le elezioni fa notizia, e se si scoprisse una qualche complicità da parte della campagna di Donald Trump, la sua stessa presidenza potrebbe essere delegittimata e minata. Però lo spionaggio umano e digitale è costante, diffuso, e riguarda obiettivi militari, economici e politici che possono costare vite, oltre che la stabilità di interi Paesi.

Il modo in cui i servizi americani si erano accorti del doppio gioco condotto dai due presunti diplomatici russi all’Onu non è noto, anche perché i metodi di lavoro sono il primo segreto da difendere in queste occasioni. L’allarme però era risultato così serio, da spingere gli Usa ad avvertire gli alleati. In questi casi, le strutture che entrano in azione sono quelle del controspionaggio, e ad esse si erano rivolte gli agenti di Washington. I colleghi dei Paesi alleati, inclusa l’Italia, erano stati invitati a New York per un briefing molto dettagliato. Durante l’incontro, gli americani avevano rivelato l’identità delle due spie russe e tutto quello che avevano appreso sulla loro attività.

La capitale è Washington, però Manhattan è un centro privilegiato per questo genere di operazioni, perché ci sono l’Onu, il centro della finanza globale a Wall Street, i grandi media e la possibilità di incontrare persone in arrivo da ogni angolo del mondo. Anche la Cia, l’Fbi e la National Security Agency hanno sedi importanti a New York, alcune delle quali prima degli attentati dell’11 settembre si trovavano proprio nelle Torri Gemelle. Lo spionaggio in questa città, insomma, può riguardare tutto, dalla politica estera che si gioca al Palazzo di Vetro, alla sicurezza militare ed economica.

Gli americani avevano informato i colleghi del controspionaggio dei Paesi alleati per allertarli sul pericolo e insieme ottenere la loro collaborazione. L’invito era stato quello di far finta di nulla: le spie russe non dovevano capire che erano state scoperte. I diplomatici alleati avrebbero dovuto continuare a frequentarle, facendo naturalmente attenzione a cosa dicevano. Nello stesso tempo, però, avrebbero dovuto studiare le loro mosse, comprendere cosa volevano, quale missione dovevano svolgere, quali obiettivi dovevano colpire, e magari scoprire la rete dei loro contatti, anche per individuare eventuali talpe occidentali con cui collaboravano.

L’operazione di controspionaggio doveva continuare fino a quando l’intelligence occidentale avrebbe raccolto tutte le informazioni di cui aveva bisogno, o fino a quando i due infiltrati russi avrebbero dato la chiara indicazione che stavano diventando pericolosi. A quel punto potevano essere sacrificati, e quindi arrestati ed espulsi. Non sappiamo se i loro nomi sono fra quelli dei 35 agenti di Mosca cacciati dal presidente Obama, ma è possibile. Di sicuro però questa caccia alle spie dimostra come l’attività segreta del Cremlino negli Stati Uniti sia molto più aggressiva, diffusa e pericolosa di quanto possa apparire dalla pur sorprendente vicenda degli hacker. Una sfida costante, che riguarda anche gli alleati, e costringe a prendere posizione in una lotta che è rimasta quasi uguale a quella dei tempi della Guerra fredda.