martedì 13 giugno 2017

Roma, il segreto della stanza murata di Villa Medici

lastampa.it
andrea cionci

I lavori fatti nel 1943. Tra le ipotesi quella che la stanza contenga i beni confiscati agli ebrei dai nazifascisti. Sulle verifiche polemica tra un archeologo francese e l’Accademia di Francia, che ha sede nell’edificio



Uno dei gioielli rinascimentali di Roma, Villa Medici, sede, dal 1803, dell’Accademia di Francia, cela un segreto sul quale, dalla Seconda guerra mondiale fino ad oggi, nessuno avrebbe avuto ancora il coraggio di fare luce in modo completo e definitivo. Una stanza nei profondi sotterranei dell’edificio, affittata dal Banco di Roma, venne murata nel 1943, per motivi ancora oscuri.

L’Accademia sostiene, tramite i suoi tecnici, che ciò avvenne per questioni di staticità, ma non ha mai voluto abbattere quel muro e ha ripetutamente respinto, dal 2009 al 2016, la proposta dell’archeologo francese Vincent Jolivet, direttore di ricerca presso il CNRS di Parigi, di compiervi un sondaggio.
Naturale che sul contenuto di questo locale siano fioccate le ipotesi più varie e, tra le più interessanti, vi sono quelle che riguardano beni librari, o forse tesori, confiscati agli ebrei dalle autorità nazifasciste e dimenticati lì per settant’anni. Non a caso è intervenuta la Comunità ebraica di Roma. La richiesta di chi scrive circa il poter visitare il sito, ricevuta dall’Accademia il 20 maggio, non ha ricevuto risposta. Ad esprimere un giudizio imparziale sulla polemica divampata tra Jolivet e la prestigiosa istituzione francese abbiamo così chiamato un architetto specializzato in bunker con una certa esperienza anche in tema di tesori nascosti.

Ma andiamo con ordine.
 



Dai cunicoli romani al caveau della banca
Villa Medici è situata sul punto più alto e panoramico della Città eterna: anticamente vi sorgevano i famosi Horti Luculliani, uno splendido complesso costruito dal console romano - e famoso ghiottone –contemporaneo di Pompeo. Dopo la morte di Lucullo, la villa ebbe numerosi e illustri proprietari, tra questi, il senatore Valerio Asiatico, che vi si suicidò nel 47 d.C. e l’imperatrice Messalina che vi fu assassinata nel 48 d.C. 

Caduto l’impero, il sito rimase abbandonato fino al Rinascimento, epoca in cui passò nelle mani di due cardinali, prima Giovani Ricci da Montepulciano e poi Ferdinando de’ Medici. Quest’ultimo affidò a Bartolomeo Ammannati l’incarico di costruire una nuova, superba villa. Già in epoca romana era stata creata, sotto gli Horti, una fitta rete di cunicoli per la raccolta dell’acqua. Nel Rinascimento, un ulteriore livello di gallerie fu scavato per estrarre tufo e pozzolana.

Al di sopra della profonda cantina che il cardinale Ricci aveva fatto realizzare, Ferdinando de’ Medici fece erigere la Terrazza del Bosco, un enorme terrapieno, dell’altezza di 5 m, sormontato da una collina artificiale alta 12 m, concepita a imitazione di un tumulo etrusco. Passarono, da allora, circa 350 anni senza che venissero apportati molti cambiamenti ai sotterranei, finché, nel gennaio 1943, temendo i bombardamenti alleati che si ripetevano con sempre maggiore virulenza sulla Penisola, il Banco di Roma richiese di prendere in affitto la cantina di Ferdinando de’ Medici come riparo antiaereo per valori e documenti. (Si ricordi che, durante la guerra, i francesi non erano più i padroni della villa).



La muratura della camera e la sua datazione
Era una buona sistemazione per la banca: l’ipogeo si trova al centro di Roma e i suoi locali sono sepolti a una profondità di circa 11 metri sotto il livello del piazzale della Villa, e 16 metri sotto la Terrazza del Bosco. Prima di iniziare il trasferimento dei beni, il Banco di Roma fece realizzare una pianta del complesso da occupare. I lavori prevedevano, tra l’altro, la realizzazione di un impianto di condizionamento, alimentato a carbone, destinato a deumidificare l’ambiente.

Tuttavia, mentre la maggior parte della cantina venne adattata al suo nuovo ruolo di deposito di documenti cartacei, ad ovest del sotterraneo, una stanza di 2 x 3 m, con un’altezza di c.a 2,50 m, venne chiusa, inspiegabilmente, da un muro. E’ possibile datare con certezza questo intervento poiché le tracce dell’impianto di condizionamento si fermano in corrispondenza della tamponatura. La stanza fu sigillata nel 1943, quindi, tra la ricognizione dei sotterranei e l’esecuzione dell’impianto di condizionamento. Alla fine del 1944, il Banco di Roma sgomberò i luoghi, ma la stanza chiusa non venne riaperta. 



Prime scoperte
Nel 2008, fu l’archeologo Vincent Jolivet, ricercatore responsabile, dal 1981 al 2005, degli scavi sotto Villa Medici, a riscoprire interamente la vicenda dell’utilizzo dei sotterranei da parte del Banco di Roma, e a scriverne in un articolo scientifico, raccogliendo le testimonianze di un anziano cameriere di Villa Medici. “Questo signore parlava della Banca d’Italia, solo in seguito abbiamo potuto chiarire, grazie all’operato della storica Rosanna Scatamacchia, che si era trattato, invece, del Banco di Roma. Più di una volta – spiega Jolivet – ho presentato richiesta ai vari direttori di Villa Medici, per eseguire un sondaggio nel muro di questa sala. La mia idea, molto semplice e poco invasiva, era quella di praticare un piccolo foro nella parete attraverso il quale far passare una apposita telecamera. Ho sempre ottenuto risposte negative o evasive e la cosa mi colpì dato che l’amministrazione dell’Accademia di Francia stava realizzando, in questi stessi anni, imponenti operazioni di scavo sui terreni di Villa Medici”. A questo punto, Jolivet, nell’impossibilità fisica di fare chiarezza, elabora diverse teorie. 

Un lavoro di consolidamento?
La stanza è vuota, o riempita con detriti. Sarebbe stata chiusa per problemi di statica, di fragilità del banco di tufo, o per motivi di sicurezza rispetto alla possibilità di bombardamenti. Se è vero che la camera non dista molto dal sovrastante viale degli Aranci essa è però è stata scavata a una profondità di ben 11 m, in uno spesso strato di salda roccia vulcanica. E’ strano – secondo Jolivet - anche che la pianta del Banco di Roma indicasse esplicitamente come il locale dovesse essere adibito a deposito.



Deposito di sculture?
In questa seconda ipotesi, il Banco di Roma vi avrebbe sigillato beni non deperibili (più probabilmente, in questo caso, sculture, che non temono l’umidità degli ambienti chiusi). In effetti, dall’Antichità, fino all’ultimo secolo, si hanno numerosi esempi di questa pratica nel corso di conflitti. Potrebbe essere plausibile anche che le statue siano state “annegate” nel terriccio, a ulteriore protezione dagli urti. Manca tuttavia una documentazione in proposito, e pare difficile che, dopo la guerra, nessuno abbia rivendicato la proprietà di quelle opere. 

 Soldati tedeschi in ritirata da Roma (consulenza fot. Massimo Castelli)
 
Beni confiscati agli ebrei?
Nella terza opzione, la stanza murata conterrebbe beni confiscati dai nazifascisti alla comunità israelitica di Roma. Tra questi, vi potrebbero essere i 7000 volumi antichi della biblioteca della Sinagoga che mancano all’appello. Nelle fasi finali della guerra, dei libri antichi, probabilmente, ai tedeschi in ritirata non sarebbe importato granché e per questo motivo avrebbero potuto abbandonare a se stesso il deposito murato. Questa ipotesi, pure non suffragata da documenti, spiegherebbe anche il perché i valori, ritenuti definitivamente dispersi, non siano stati reclamati da nessuno alla fine della guerra. C’è da ricordare, anche, la forte vicinanza del Banco di Roma, all’epoca, con il regime fascista.

“Se nella camera vi fossero stati nascosti oggetti così “scottanti” – ipotizza Jolivet - si potrebbe comprendere come mai si sia preferito, dopo la guerra, tenere segreto lo scabroso contenuto di quella stanza”. Nel febbraio 2015, l’archeologo, ritenendo particolarmente degna di attenzione l’ultima ipotesi, scrive alla Comunità ebraica di Roma, accennando alla questione. Quest’ultima, il 22 giugno, invia all’Ambasciata di Francia e alla Direzione dell’Accademia di Villa Medici una lettera chiedendo di consentire a Vincent Jolivet di eseguire un sondaggio per verificare la questione. 



La risposta di Villa Medici alla Comunità ebraica
Il 6 agosto, il direttore di Villa Medici Éric de Chassey risponde alla Comunità ebraica spiegando che il sondaggio era stato già fatto poche settimane prima della loro richiesta (perciò senza la presenza di Jolivet) dalla società Acanthus, composta dalla stessa equipe di archeologi che lavorano negli scavi di Villa Medici. Il rapporto allegato alla risposta contiene due fotografie: un operaio colto nell’atto di praticare un “carotaggio” nella parete murata e, a parte, la fotografia della sezione di materiale che sarebbe stata scavata. Non vi è, tuttavia, la fotografia del foro praticato. Il documento afferma che il carotaggio ha incontrato tre strati di muro di tufo, intervallati da strati di frammenti di materiale tufaceo misto a malta e laterizi. 



Oltre le murature, una massa di terriccio vulcanico cedevole (terreno rimaneggiato) ha reso impossibile – si sostiene - infilare una telecamera nel foro. Nel rapporto, pure, si specifica che, “per un appianamento definitivo delle polemiche relative alla presenza di preziosi nascosti”, sarebbe necessaria la riapertura della tamponatura (abbattimento completo del muro) ma questa non è stata effettuata sia per i costi dei lavori che dello smaltimento dei materiali. In un secondo rapporto, inviato da Acanthus in risposta ai dubbi espressi da Jolivet, si ribadisce con convinzione il fatto che la sala sarebbe stata murata per motivi statici come già avvenuto in altre parti dei sotterranei, anche in considerazione della fragilità del tufo e della vicinanza con il Viale degli Aranci. Si afferma, inoltre, che il terriccio di riempimento esclude la presenza di manufatti nascosti. 



I dubbi e la proposta dell’esperto.
L’architetto strutturista Gregory Paolucci si occupa, fra le altre cose, della progettazione e costruzione di bunker moderni ed è il presidente dell’Associazione Bunker Soratte, noto per una vicenda riguardante l’oro della Banca d’Italia che sarebbe ancor oggi nascosto fra le sue gallerie. Data la sua diretta esperienza in materia, quindi, gli abbiamo sottoposto i due report di Acanthus: “Trovo che i dati acquisiti siano solo in parte significativi – spiega Paolucci – oggi la tecnologia offre strumenti che forniscono dati decisamente più completi e utili a sfatare miti e ad evitare il periodico svilupparsi di dubbi e “voci”.

Se l’Accademia volesse approfondire la conoscenza di ogni dettaglio degli ipogei, ritengo che potrebbe effettuare una prospezione con il georadar (affiancato ad altre prove geofisiche non distruttive) senza necessità di abbattere il muro. Questo tipo di test permetterebbe di conoscere con grande precisione, non solo l’esistenza di pieni e cavità, ma fornirebbe dati utili a discriminare la qualità dei materiali di riempimento e perfino l’esistenza di eventuali oggetti. E’ chiaro che un singolo carotaggio indaga su una porzione minima del locale e, in un ipogeo forse già storicamente interessato da eventi di crollo e cedimento, non si può avere la totale certezza che non vi possa essere qualcosa di sepolto. 

Per quanto riguarda l’ipotesi della natura difensiva della tamponatura della sala, posso garantire che l’assenza di rinforzi in cemento armato non avrebbe garantito la resistenza agli impatti di eventuali bombe cadute in prossimità o sulla verticale del sito. Se per un ricovero antiaereo destinato alle persone, la stanza sotterranea sarebbe stata quindi pericolosa, per un deposito di oggetti inanimati, la stanza, posta a quella profondità, avrebbe svolto egregiamente la propria funzione”.

L’impiego del georadar - che si potrebbe noleggiare con poca spesa - consentirebbe, a quanto pare, di fugare ogni dubbio rimanente, rasserenando gli animi di tutti, a condizione – come aggiunge Jolivet - che il nuovo sondaggio venga realizzato in un quadro metodologico e deontologico pienamente trasparente, con la presenza di tutti coloro che si sono dedicati a questo sito e alla sua misteriosa vicenda.