mercoledì 14 giugno 2017

Riina Party

lastampa.it
mattia feltri

Da nove giorni l’Italia è impegnata in una discussione allucinogena: Totò Riina va scarcerato? Tutto parte lunedì della settimana scorsa quando la Cassazione riceve la sentenza con cui il tribunale di sorveglianza stabilisce, per l’ennesima volta, che no, Riina deve restare nella clinica di Parma dov’è detenuto. La Cassazione dice ok, però c’è un piccolo problema, le motivazioni sono insufficienti, vanno precisate meglio perché dire che Riina è pericoloso non basta: la Costituzione, valida per tutti, buoni e cattivi, e anche cattivissimi, garantisce pure ai reclusi il diritto a una morte dignitosa (sempre che stiano morendo), magari in altre strutture, raramente persino a casa. Che poi è un concetto giuridico prossimo alla banalità almeno dai tempi in cui furono dichiarate illegali la razzia e lo squartamento. 

Chissà come, sui giornali la notizia diventa che la Cassazione libererà Riina. E parte un dibattito surreale fra politici, magistrati in carriera e in pensione, avvocati, opinionisti, sociologi, passanti e semplici conoscenti, coralmente allibiti dalla demenza (e delinquenza) dello Stato. Un abbaglio globale e comico che spiega molto dei nostri tempi, e non se ne parlerebbe più se ora, sulle basi del nulla, non si fossero mobilitate le istituzioni, nella persona della presidente dell’Antimafia, Rosi Bindi, autoincaricata di un blitz a verificare le condizioni di prigionia e salute del boss. Sta benone, muoia pure lì, ha detto Bindi. Questa è l’unica verità: Riina morirà lì e non serviva Bindi, basterà una sentenza scritta meglio.