sabato 10 giugno 2017

Parole, parole, parole

lastampa.it
mattia feltri

Quello che resta dopo la giornata esoterica di giovedì è un cumulo di parole, con un’etimologia che non corrisponde al significato, né per chi le pronuncia né per chi le riceve. Schifo, bugiardi, traditori, codardi, vigliacchi, burattini, epiteti così, che volano in Parlamento da un settore all’altro come mosche in un pomeriggio estivo. Vergogna è la parola più pronunciata in politica, 910 volte nell’ultimo anno (ricerca in Ansa), quasi tre volte al giorno, Natale e Pasqua compresi, e senza contare vergognati e vergognatevi. Un’esortazione collettiva e vicendevole a vergognarsi, farlo di continuo, a turnazione, e cioè niente più che un fastidioso sottofondo. Ci si scambiano qualifiche di assassini, mafiosi, criminali, fascisti, con la noncuranza di uno sbadiglio, e nessuna considerazione ha un calibro o una conseguenza. 

Nel 1898, il deputato Felice Cavallotti accusò di menzogna il giornalista Ferruccio Macola, e ne scaturì un duello da cui Cavallotti non uscì vivo. Se si applicassero quelle categorie a oggi, in Parlamento sarebbero rimasti forse in quindici. Non succede più perché il duello è stato abolito, e l’offesa pure. Nessuno si offende dal momento che le parole hanno perso la portata semantica, non vogliono dire più niente, si usano a caso, escono dalla bocca simili a eruttazioni. Se non si sanno più usare le parole, figuriamoci se le si sanno incastrare per esprimere pensieri, forse nemmeno mai formulati; e dunque, se la parola non ha più un peso, che peso può avere la parola data?