lunedì 5 giugno 2017

Licenza di uccidere

corriere.it
di Massimo Gramellini

Il ragazzo rom arrestato ieri per il rogo delle tre sorelle di Centocelle è lo stesso che pochi mesi prima, sempre a Roma, aveva scippato la studentessa cinese travolta da un treno mentre cercava di riprendersi la borsetta. Non che da allora il ladro si fosse dato alla latitanza. Era stato regolarmente arrestato. Ma altrettanto regolarmente era tornato libero in meno di due mesi. Libero, a quanto pare, di dare fuoco a tre ragazze imprigionate dentro una roulotte.
Ammettiamo che, dal punto di vista giuridico, la decisione di lasciarlo uscire non facesse una piega. Tra prescrizioni e patteggiamenti, scontare la pena è ormai considerata una bizzarria in un Paese costretto a rimettere in strada i condannati che non è in grado di ospitare nelle sue poche e fetide carceri. Però ci sono ancora casi in cui questo esito ripudia al nostro senso più profondo di giustizia. L’imputato Serif Seferovic non era colpevole che dello scippo e solo per quello andava giudicato. Ma la morte accidentale della vittima era pur sempre avvenuta in conseguenza del suo reato. Come è possibile che questo piccolo particolare non abbia suggerito qualche precauzione speciale?

Obbligo di firma, braccialetto elettronico, qualsiasi cosa tranne che mandare fuori lo scippatore e dimenticarsi della sua esistenza un attimo dopo. A chi dice «è la legge» verrebbe da rispondere che, quando la Giustizia non sa più parlare alla Vita, l’utilità delle leggi svanisce e le stesse vengono percepite dai cittadini come un sopruso. Offrendo il più solido dei pretesti a chi vuole farsi giustizia a modo suo.


Omicidio delle sorelle rom: chi è Serif, l’uomo arrestato. Condannato a 2 anni e libero venti giorni dopo. Scippò Zhang
corriere.it
di Ilaria Sacchettoni

Vent’anni, una moglie e due figli: chi è l’uomo fermato per l’omicidio delle sorelline rom a Centocelle. Il fermo per lo scippo della studentessa cinese morta sui binari, poi i domiciliari e ora l’arresto. Ma si cerca anche un’altra persona



Vent’anni, moglie e due figli, perché nei campi rom si cresce in fretta: Serif Seferovic è abituato alle fughe. La prima, dopo lo scippo alla studentessa cinese Yao Zhang, a cui rubò l’adorata borsa di Alexander Mc Queen, era durata quasi tre settimane. Arrestato per il furto — la morte della ragazzina sui binari del treno fu la tragica conseguenza del suo tentativo di inseguire i ladri — Serif trascorre venti giorni in carcere. Nessun precedente. Incensurato. Con due bambini. L’avvocato, Gianluca Nicolini, spunta presto i domiciliari. Dopo altri quaranta giorni trascorsi nel camper di famiglia, ai primi di aprile, Seferovic torna in libertà. Ha chiesto scusa fra le lacrime alla famiglia Zhang. Le sue parole— «potevamo essere fratelli aveva quasi la mia età» — convincono tutti sul suo pentimento.
La pena sospesa
La gup, Tamara De Amicis, lo giudica con rito abbreviato, sconto di un terzo della pena. Serif ascolta la sentenza da uomo libero. Due anni di carcere, pena sospesa. Per un soffio, ma intanto è la libertà. Il suo avvocato non ci pensa neppure più finché, racconta oggi, non riceve una telefonata. L’11 maggio scorso, la mattina dopo il rogo nel quale sono bruciate le sorelle Halilovic, Seferovic piange al telefono con Nicolini: «Continuava a ripetermi “non sono stato io, non sono stato io”. Gli dico “ma di che parli? Calmati. Non tutto quello che succede a Roma è colpa tua, fammi capire...”. Lui mi spiega allora di aver saputo di essere ricercato dalla squadra mobile per l’omicidio delle bambine». Nicolini si mette in ascolto con maggiore attenzione.
Dallo scippo alla morte delle sorelline
Giorni dopo va dal pubblico ministero Antonino Di Maio, che indaga sul rogo di quella notte e gli dice: «Ho un cliente, quello dello scippo alla ragazzina cinese, che vorrebbe essere ascoltato». Il magistrato gli risponde di no, che non c’è ragione di sentirlo. La motivazione è chiara: la Procura ha raccolto elementi sulla tragedia del 10 maggio scorso, ha la ricostruzione dei familiari, i verbali che accusano altre famiglie rom del gesto terribile, insomma sta completando il quadro delle accuse, non c’è bisogno della versione di Seferovic. Ma di prove per arrestarlo. Dunque dal regime di libertà in cui era tornato Seferovic avrebbe potuto tornare a commettere reati. Ma il punto ora sembra essere un altro: perché mai uno scippatore avrebbe deciso di fare il salto di qualità e trasformarsi in un potenziale omicida?

A questa domanda non c’è risposta perché Seferovic nega ogni addebito, spiega il suo difensore: «Semplicemente dice di non essere stato lui. La notte del rogo stava dormendo in un furgone lungo la Roma Civitavecchia, non può essere stato lui a incendiare quel camper». I dubbi sul suo comportamento non svaniscono per incanto però. Inclusa quella telefonata preventiva fatta al suo avvocato per chiedere di essere ascoltato dai pubblici ministeri. E compresa la fuga a Torino ovviamente, dove vivono gli altri familiari. Anche i Seferovic come gli Halilovic sarebbero stati in fuga da via Salviati dopo i contrasti fra le famiglie. E dunque una parte dei Seferovic si sarebbe ricongiunta a Torino con altri parenti.
Chi c’era con lui?
Ora il fermo. Lunedì si svolgerà l’udienza per la convalida. Mentre il 6 giugno prossimo ci sarà un altro passaggio fondamentale per l’inchiesta. Gli accertamenti tecnici irripetibili con il prelievo di un campione biologico: la Procura è certa che le impronte di cui dispone siano quelle di Seferovic. Manca all’appello una persona intanto. Seferovic non era solo la notte del rogo. Chi lo accompagnò all’appuntamento con gli Halilovic è tuttora in libertà. Per Elisabeth, Francesca e Angelica la giustizia è ancora incompleta.