giovedì 22 giugno 2017

Donne forti e uomini ostinati: la vita dei migranti dell’800

lastampa.it
paola guabello

Nel Biellese un museo dedicato agli artigiani delle montagne



Quindici stanze e più di mille oggetti (senza contare le decine di fotografie d’epoca dai grigi un po’ sbiaditi) che raccontano la vita della gente di montagna alla fine dell’800. Vita dura per donne forti: quelle che restavano in Alta Valle del Cervo (in dialetto la Bürsch, la tana, la casa) a combattere l’«ostilità della natura» che le circondava, in un territorio fatto di un suolo avaro, pochi pascoli, silenzi e raggi di sole rubati a un inverno sempre troppo lungo.

Rosazza è un piccolo paese dai tetti in «lose», calato in una valle stretta da due versanti scoscesi. L’attraversano un torrente pescoso e una rete di mulattiere che portano in quota e che, come il centro abitato, sono tempestate da sculture di pietra. L’autore è Giuseppe Maffei che fu «assoldato» dal senatore e filantropo Federico Rosazza, appassionato d’arte e di occultismo, per dare grazia all’austera valle. In una antica abitazione d’impianto settecentesco, incastonata in un vicolo dove l’ombra regna sovrana, tra giugno e ottobre da trent’anni, la Casa museo della Valle Cervo accoglie visitatori e ricercatori, per raccontare loro una storia lontana. 



Alle pareti, fra scaffali e mobili, gli oggetti descrivono gli anni in cui l’emigrazione degli uomini condannava mogli e promesse spose alla solitudine e a un’economia domestica povera, fatta di attesa e di pazienza. Gli abitanti della Bürsch erano imprenditori (pochi ma notevoli), provetti scalpellini e muratori specializzati nella lavorazione dell’unica «ricchezza» che il luogo offriva loro, la sienite, una varietà di granito di pregio, ideale per l’edilizia e apprezzato in tutto il mondo.

Da un piano all’altro
Il percorso si dipana su quattro piani e un sottotetto, dove un’esposizione, articolata per ambienti di vita e per temi, porta dalla stalla alla cucina, dal «laboratorio» per la lavorazione della sienite fino agli ambienti più intimi in cui si trovano biancheria e camicie da notte ricamate e pure gli «scapin», simbolo perfetto di un sapere antico tramandato di madre in figlia ancora fino a pochi anni fa. Gli «scapin» sono le «scarpe» tipiche della Bürsch, fatte di stoffa la cui tomaia, per essere robusta, era ricavata da più strati di tessuto cuciti insieme con mille punti. 

SCUOLE PROFESSIONALI E SOCIETA’ OPERAIA
Uno spazio della casa è dedicato anche alle scuole professionali a indirizzo edile, caratteristiche del luogo, e agli ambienti delle tre società operaie di mutuo soccorso, che si contendevano gli scalpellini. 
Anima dell’istituzione è Gianni Valz Blin, architetto di origini valligiane che ereditò dal padre la passione per l’etnografia: «Com’é nata l’idea della Casa museo? Nel 1964, con un gruppo di studiosi guidato da Alfonso Sella, allestimmo una mostra durante la quale i visitatori ci suggerirono di creare un’esposizione permanente di tutto il materiale raccolto.

Finalmente nell’84 acquistammo l’edificio per contenerlo (i fondi furono stanziati da due privati e dalla Comunità montana). Si inaugurò nel 1987: eravamo l’unica struttura museale aperta nel Biellese e contavamo 250 visitatori ogni domenica, decine di scuole, gruppi e associazioni: dalla primavera all’autunno si arrivava a 4000 visitatori l’anno, tutti accolti da volontari. Ora sono aperte 14 cellule ecomuseali nel Biellese, ma il 9 luglio noi festeggeremo il trentennale con un evento e la presentazione del libro dedicato a questo anniversario». 

E in prima linea, come sempre, ci saranno le donne. Si chiamano «valete an gipoun» e vestono il costume tradizionale fatto di ampie gonne di lana e scialli ricamati. L’unico gruppo «organizzato» in abiti tradizionali che il Biellese possiede e che non manca mai agli appelli della Casa museo: sono le valete, parte integrante dell’istituzione, a mettere in risalto il valore e il ruolo della donna che abitava la Bürsch.