lunedì 5 giugno 2017

Così camminavano i dinosauri

repubblica.it
di Viviana Monastero

Due paleontologi italiani hanno scoperto, in uno scheletro di Allosaurus conservato all’Università di Modena e Reggio Emilia, le tracce del muscolo responsabile del movimento nei dinosauri

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Una ricostruzione in vivo di Allosaurus. Illustrazione di Davide Bonadonna


Era il muscolo più grande nei dinosauri, quello che permetteva di generare la principale forza necessaria al movimento. Del caudofemorale lungo, che collegava la coda alla gamba, i ricercatori avevano finora potuto ipotizzare forma e dimensione attraverso metodi indiretti. Adesso un nuovo studio condotto da Andrea Cau, paleontologo dell’Università di Bologna e del Museo Capellini di Bologna, e Paolo Serventi dell’Università di Modena e Reggio Emilia, individua le tracce e l’estensione di questo muscolo direttamente sulle ossa di un esemplare di Allosaurus fragilis, un grande carnivoro giurassico conservato al Museo Paleontologico della Università di Modena e Reggio Emilia. Lo studio è stato pubblicato su Acta Palaeontologica Polonica.
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Lo scheletro di Allosaurus studiato dai ricercatori. Fotografia per gentile concessione Università di Modena e Reggio Emilia


La scoperta al museo
Una scoperta casuale, avvenuta quando, in occasione del nuovo allestimento della collezione paleontologica modenese, i due paleontologi hanno avuto modo di studiare con attenzione le ossa di Allosaurus. “Paolo Serventi ha notato uno strano solco che correva lungo un osso caudale”, racconta Andrea Cau. “Simile a una sottile cerniera, il solco non somigliava alle fratture prodotte, né ai segni dei denti lasciati dai morsi di un carnivoro quando rosicchia delle ossa. L’identificazione di altri solchi simili al primo in altre vertebre della coda non ha lasciato dubbi: questi tracciavano il punto in cui i fasci muscolari si ancoravano alle ossa della coda”.

Gli studiosi ipotizzano che questa struttura anatomica - che caratterizza anche i rettili attuali, fra cui i coccodrilli, e che permette di generare la spinta del passo in questi animali - raggiungesse la massima ampiezza nelle prime 17 vertebre della coda e si assottigliasse man mano fino a terminare fra la ventitreesima e la trentaduesima. Ma solo nuove osservazioni potranno confermare tale ipotesi.
Un osso oggetto dello studio. Il solco, le cui estremità sono indicate dalle frecce, appare simile ad una cerniera lampo. Fotografia per gentile concessione Università di Modena e Reggio Emilia


Il dinosauro studiato è un esemplare di Allosaurus fragilis ritrovato nella Formazione Morrison nello Utah, che fu acquistato nel 1966 dal Museo paleontologico della Università di Modena e Reggio Emilia e che oggi fa parte dell’esposizione permanente dell’università emiliana. Lungo fino a 10 metri, questo carnivoro, lontano parente di tirannosauri e velociraptor, assieme a dinosauri come brontosauri e stegosauri, sue prede abituali.

“Questa scoperta, che conferma quanto possano rivelarsi preziosi i reperti conservati nei musei, contribuirà a ricostruire con maggiore dettaglio il modo con cui i grandi dinosauri sostenevano il proprio peso, camminavano e correvano”, continua Cau. “Ci auguriamo che il nostro studio induca altri paleontologi a ristudiare con più attenzione gli scheletri conservati nei musei, in modo da verificare l’eventuale presenza di questi solchi anche in altri esemplari: se non illuminati da una luce adatta, a prima occhiata possono infatti sfuggire”.

Più vicini all’origine degli uccelli
Il muscolo caudofemorale lungo ha subìto una radicale riduzione lungo la linea evolutiva che dai dinosauri ha portato agli uccelli. La riduzione di questo muscolo permette di avvalorare l’ipotesi secondo la quale gli uccelli hanno avuto origine dai teropodi maniraptoriani (i dinosauri più strettamente imparentati con gli uccelli) e conferma il passaggio graduale da uno stile locomotorio basato sulla retrazione del muscolo caudofemorale - tipica dei rettili - a uno basato sulla flessione del ginocchio, che caratterizza invece gli uccelli. “Questa scoperta può aiutarci a capire il momento in cui questo muscolo comincia a ridursi contribuendo a far luce, dunque, sul passaggio dai dinosauri agli uccelli”, conclude Andrea Cau.