mercoledì 21 giugno 2017

C’era un cinese a Roma

lastampa.it
mattia feltri

Il dubbio è uno dei nomi dell’intelligenza, diceva uno che purtroppo non è più di moda, proprio come il dubbio. Sono tempi in cui, nell’unico dubbio ammesso, quello di passare per deboli, si preferisce inerpicarsi sulle barricate delle certezze, e sparare al nemico. Il dibattito parlamentare sullo ius soli (la cittadinanza per nascita) e il carnevale di commenti su Internet hanno seguito le logiche anabolizzate della certezza, per cui da una parte ci sono quelli persuasi che lo ius soli sia una sciagura, e dall’altra quelli persuasi che sia un grande passo dell’umanità.

Da certezza discende certezza, e dunque quelli a favore dicono che gli altri sono contrari per accarezzare gli istinti suburbani dei loro elettori, e quelli contrari dicono che gli altri sono a favore per accarezzare l’imbecillità buonista dei loro, di elettori.

Dopo di che, chissà se sarà utile a incrinare le certezze degli schieramenti un vecchio discorso di George W. Bush, ex presidente degli Stati Uniti dove c’è lo ius soli: «Noi siamo legati da valori di fondo che ci muovono al di sopra della nostra quotidianità, ci sollevano al di sopra dei nostri interessi, ci insegnano che vuol dire essere cittadini. Ogni cittadino deve sostenere questi principi. E ogni immigrato, attraverso la condivisione di questi ideali, rende il nostro paese più, non meno, americano».

Senza bisogno di Bush, qui qualche dubbio è sorto quando nostro figlio ha invitato a casa un bimbo orientale della sua scuola romana. Di dove è?, abbiamo chiesto a nostro figlio quando il bimbo è andato via. «Di Roma».