lunedì 5 giugno 2017

Assegno di divorzio: così sono cambiate le decisioni dei giudici

corriere.it
di Paolo Foschini

Da meno di un mese l’addio al criterio del tenore di vita con la sentenza 11.504: «La signora ha una laurea, provi a lavorare». L’idea: agevolazioni per chi dà lavoro alle donne «nuove» divorziate



È passato meno di un mese. E il numero 11.504 sta già diventando, in molti tribunali, come il Pi greco per il cerchio: la sentenza del 10 maggio con cui la Cassazione ha stabilito che il criterio per ottenere un assegno di divorzio non è più il tenore di vita precedente ma la semplice sopravvivenza par essere caduta sulle sezioni famiglia dei palazzi di giustizia come la pioggia su un campo che l’aspettava. E le decisioni conseguenti han preso a spuntare come l’erba.
«Non si impegna»
Come la sentenza emessa il 24 maggio dalla I sezione civile di Como. I giudici Donatella Montanari, Cristina Caruso e Marcella Bajona erano chiamati a decidere su un divorzio dopo otto anni di separazione di cui quattro di udienze. Hanno ricostruito ciò che in tutto quel tempo era emerso: che lui aveva cercato di aiutare lei a trovare un lavoro fin dal 2012, che lei non aveva mai «colto le occasioni» e i contatti procurati da lui, «anche solo con l’invio di un curriculum», insomma «appare che la signora molto poco si sia spesa per reintrodursi nel mondo del lavoro». Poi i giudici hanno richiamato espressamente la Cassazione 11.504: con l’«autoresponsabilità economica di ciascuno degli ex coniugi quali persone singole», il diritto all’assegno di divorzio solo in caso di «mancanza di mezzi adeguati o comunque impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive».

E hanno concluso: niente assegno alla donna poiché «è solo a lei che deve imputarsi, in spregio al principio di autoresponsabilità appena richiamato, la responsabilità per la sua attuale situazione». L’ormai ex marito è stato chiamato a versarle 1.200 euro al mese solo per un anno da ora, ultima finestra di aiuto. Del resto lui stesso si era offerto di dargliene mille, con lo stesso limite. Poi però basta. E lei è stata condannata a pagare le spese processuali di lui.
«Può fare da sola»
Stesso giorno, 24 maggio. A Venezia anche il giudice Tania Vettore nel fissare per il prossimo ottobre l’udienza in cui una (ex) coppia si presenterà per (continuare a) discutere il proprio divorzio richiama a sua volta fin da ora la sentenza 11.504: «Il parametro del tenore di vita goduto in costanza di matrimonio appare privo di rilevanza — scrive — per la concessione dell’assegno divorzile». Precisa che comunque «la signora abita la casa familiare» e anche se «sostiene di non riuscire in ragione della sua età e inesperienza a trovare una occupazione» ha «tuttavia capacità e possibilità effettive di lavoro personale, visto anche il suo titolo di studio (laurea in Scienze politiche)». Nel frattempo neppure un assegno di mantenimento, quello tra separazione e divorzio.
La scelta del «quanto»
Appena due giorni prima, il 22 maggio, un giudice di Milano era in un certo senso andato oltre. E si era posto, dando ormai per acquisito il principio del Pi greco 11.504, non più il problema del «se» ma quello del «quanto»: e cioè ok, stabilito che la ragione dell’assegno sta solo nel garantire il minimo necessario per vivere, quant’è questo minimo? Il giudice Giuseppe Buffone, nell’ambito di una causa di divorzio tuttora in discussione, ha emesso un’ordinanza — per sua natura «provvisoria», ma intanto è lì — che propone un parametro: quel minimo potrebbe essere lo stesso al di sotto del quale un individuo alle prese con la giustizia ha diritto al gratuito patrocinio dello Stato, vale a dire mille euro al mese. Ma «un altro parametro potrebbe essere — scrive — il reddito medio percepito nella zona in cui egli vive»: perché il necessario per vivere non è ovviamente lo stesso a Milano o a Crotone.
Tra leggi e realtà
Gli esperti in diritto di famiglia hanno già commentato la 11.504 in lungo e in largo, appena pubblicata: la Cassazione e quindi la giurisprudenza fotografano il cambiamento della società, è stata la riflessione dei più. «E la velocità con cui questa sentenza è stata raccolta mostra che ce n’era bisogno. Tuttavia occorre anche riconoscere — aggiunge l’avvocato milanese Eliana Onofrio — che l’Italia non è ancora la Svezia: una cinquantenne che vuole rientrare nel mercato del lavoro da cui magari era uscita appena sposata, in accordo col marito, non ha più le stesse opportunità. Le sentenze applicano leggi — conclude — ma sono le leggi che devono risolvere i problemi. E forse una si potrebbe fare velocemente: agevolazioni per chi dà lavoro a donne in quella situazione, come per chi lo dà ai giovani. Perché no?».

2 giugno 2017 (modifica il 3 giugno 2017 | 08:14)