domenica 14 maggio 2017

Quei temerari francobolli volanti

lastampa.it
maurizio assalto

Il 22 maggio 1917 un biplano portò da Torino a Roma 100 copie della Stampa Nacque per l’occasione la prima affrancatura di posta aerea del mondo

I cent’anni del primo francobollo di posta aerea del mondo sarà ricordato al Salone del Libro venerdì 19 maggio (ore 10, Sala Music’n’ Books) in un incontro a cura dell’Aero Club torinese, con Giovanni Accusani, Maurizio Assalto, Roberto Gottardi, Francesca Leon e Angelo Moriondo. Sempre a Torino, sabato 20 maggio



(la data prevista per il volo del 1917, poi slittato per il maltempo), all’angolo di via Roma con piazza Castello sarà esposto un biplano Stampe «I-Pelo», il più simile al postale di cento anni fa. Fino a domenica resterà inoltre allestita una mostra fotografica, affiancata dalle postazioni di Aero Club, La Stampa, Bolaffi, Associazione Italiana di Aerofilatelia e Poste Italiane, dove sarà disponibile un annullo speciale per un kit di cartoline celebrative. Festeggiamenti anche a Roma, il 20 maggio presso l’Aero Club d’Italia, con la presenza di Fiorenza De Bernardi, figlia del pilota che compì l’impresa e pioniera dell’aviazione al femminile

Era scritto dalla notte dei tempi, quando una colomba con una foglia di ulivo stretta nel becco aveva portato a Noè la notizia che il diluvio era cessato e la terra riemersa: la comunicazione prima o poi sarebbe passata per il cielo, nel blu dipinto di blu. E (non «Volare» ma) «Volando» era la raccomandazione apposta nel ’500 sulle missive più urgenti affidate ai cursores che sferzavano i loro destrieri sulle strade della vecchia Europa. Quasi una profezia, che si sarebbe avverata secoli dopo.

È italiano e compie cento anni in questi giorni il primo francobollo di posta aerea del mondo. Un normale «espresso» da 25 centesimi, sul quale era stata sovrastampata la scritta «Esperimento posta aerea / Maggio 1917 / Torino-Roma Roma-Torino». Accompagnava 200 chilogrammi di corrispondenza e 100 copie della Stampa, giornale sempre in prima fila nella sperimentazione delle novità tecnologiche, in volo dalla prima alla nuova capitale d’Italia.

Anche se la trasmissione di messaggi scritti per via aerea, senza francobolli (e senza aerei), non era proprio una novità. La prima volta si fa risalire al 30 novembre 1784, quando il medico americano John Jeffries, diretto da Londra al Kent su un aerostato con l’inventore francese Jean-Pierre Blanchard, indirizzò quattro lettere a suoi amici e le lanciò nel vuoto: tre di queste, recuperate, arrivarono a destinazione.

Due anni più tardi toccò a un aeronauta italiano, il lucchese Vincenzo Lunardi, ufficiale dell’esercito borbonico, che con un pallone a gas di sua ideazione, a Newcastle, era stato causa involontaria di un incidente in cui aveva perso la vita un uomo: per scusarsi, il 20 settembre lanciò sulla città centinaia di volantini in cui esprimeva «profondo dolore» per il «melancholy accident». Erano le prove generali.

«Più pesanti dell’aria»
Dovette passare un altro secolo perché si potesse parlare di «posta aerea». Fu durante l’assedio di Parigi del 1870, quando la capitale accerchiata dai prussiani, per comunicare con il resto del paese, organizzò un servizio «par ballon monté» (come era vergato a mano sulle buste), ossia per mezzo di palloni aerostatici con equipaggio, che però, a causa dei venti contrari, poteva funzionare soltanto dall’interno verso l’esterno e non viceversa (in questo caso, seguendo l’esempio di Noè, si ricorreva ai più sicuri piccioni viaggiatori).

Ma con il nuovo secolo i mezzi «più leggeri dell’aria», gli aereostati, dovettero fronteggiare la concorrenza - alla lunga vincente, nonostante le perplessità iniziali - di quelli «più pesanti dell’aria». Come spiega il presidente dell’Aero Club torinese Angelo Moriondo (Gli albori dell’aviazione a Torino e in Italia, ed. Aero Club, 2016), dopo i pionieristici esperimenti americani dei fratelli Wright, in Italia il primo aereo volò nel maggio del 1908 su Roma, pilotato dal francese Ferdinand-Léon Delagrange, che si ripeté il mese successivo a Milano e a Torino, ogni volta con scarso successo («Pieno de boria, s’arzò quanto un mazzo de cicoria», commentò Trilussa). Più che voli, erano balzi di qualche minuto e di pochi metri da terra, spesso conclusi con rovinosi schianti.

Un primato italiano
Inconvenienti presto superati. Il tempo dei temerari sulle macchine volanti era ufficialmente cominciato, e di lì a poco se ne sarebbero servite le Poste statali. Quelle francesi soprattutto, per comunicare con le colonie: due aerei che viaggiavano in coppia, uno con la corrispondenza e l’altro di scorta. Se uno dei due aveva un problema, entrambi atterravano dove capitava e il pilota del velivolo in avaria scendeva di corsa precipitandosi a bordo dell’altro, che lo aspettava con il motore acceso: questo da quando un postale che viaggiava da solo, dopo un atterraggio d’emergenza sulla costa nordafricana, in pochi minuti era stato fatto a pezzi con il suo conducente dai beduini atterriti.

A quei tempi non esistevano ancora francobolli aerei. Tutt’al più «vignette» che al valore bollato emesso dallo Stato aggiungeva il privato incaricato della consegna, e che rappresentava il suo guadagno - come nel caso del «Vin Fiz» da 25 cents su un aerogramma che viaggiò nel 1911 con Galbraith Perry Rodgers nella prima trasvolata coast to coast degli Usa (lo ricorda Alberto Bolaffi nel libro che ha curato nel 2008 per Allemandi, Elogio della parola scritta). Il primato, dunque, è tutto italiano.

Nella temperie futurista-marinettiana dell’epoca, in considerazione anche delle impellenti necessità belliche, l’Italia era all’avanguardia nella produzione aeronautica, e Torino in particolare se ne stava affermando come la capitale, con 27 fabbriche in città e nei dintorni, oltre a 12 che producevano motori per i velivoli. A cavallo tra 1916 e ’17 dal capoluogo si levavano uno dopo l’altro biplani che stabilivano nuovi record mondiali, di altezza con e senza passeggero (fino a 7025 metri, a temperature inferiori ai 30°), di distanza senza scalo (Torino-Napoli-Torino in 10h 30’, Torino-Londra in 6h 55’).

Il volo del primo francobollo aereo era previsto per il 20 maggio (un giorno cardinale nella storia dell’aeronautica, che dieci anni più tardi avrebbe visto la prima trasvolata in solitario dell’Atlantico da parte di Charles Lindbergh). Per assistere all’evento erano stato convocati, con invito «strettamente personale», i torinesi più illustri. Decollo fissato per le 6 del mattino dal campo volo della Pomilio, ai confini tra Torino e Collegno (oggi aeroporto Aeritalia «Edoardo Agnelli»), sorto appena un anno prima e tra i quattro più antichi ancora in funzione in Italia, nonché il primo tra quelli turistici con 30 mila movimenti l’anno. Ma la pioggia battente consigliò di rinviare.

Velivoli di tela e legno
Finalmente due giorni dopo, alle 11,27, il PC1, un biplano da caccia della Pomilio riconvertito a postale, poté decollare. Ai comandi il 24enne tenente Mario De Bernardi, lucano, collaudatore della casa costruttrice, che durante la campagna di Libia, a cui aveva partecipato come volontario, era rimasto affascinato dalle macchine volanti, impiegate per bombardamenti e ricognizioni, tanto da prendere il brevetto e partecipare alle fasi iniziali della Grande guerra, nello squadriglia dell’asso Francesco Baracca, quando fu il primo italiano ad abbattere un aereo nemico. Atterrò a Roma, all’aeroporto di Centocelle, alle 15,30, dopo 4 ore e 3 minuti, con un’impennata finale che danneggiò l’elica e il carrello ma lo lasciò incolume. Ad attenderlo, autorità civili e militari e «una grande ed elegante folla trattenuta da cordoni di carabinieri a piedi e a cavallo», come riportò La Stampa.

Il volo non era stato facile. All’epoca (e ancora per molti anni a venire) si viaggiava a vista, allo scoperto, su aerei con ali e fusoliera di tela impermeabilizzata sostenute da centine di legno, senza radar ma con il solo aiuto della bussola. Al cronista della Stampa De Bernardi raccontò di un forte vento subito dopo Superga, che tuttavia non gli impedì di posizionarsi su una velocità di 180 km orari. «Sorpassai la catena dei Giovi all’altezza di 2000 metri con forte venti e pioggia e sono quindi disceso a minor altezza costeggiando il mare. Il viaggio procedette in discrete condizioni fino verso Pisa.

Qui le condizioni atmosferiche resero difficilissima la prosecuzione del viaggio. Il vento e la pioggia intensissima mi imposero il dilemma o d’atterrare oppure mutare rotta. Preferii mutare il percorso stabilito compiendo una leggera deviazione». In seguito De Bernardi ebbe modo di coprirsi di ulteriori glorie aviatorie, conquistando prestigiosi trofei internazionali come la Coppa Schneider, nel ’26, e superando per primo, nel ’28, i 500 chilometri orari. Morì nel ’59, a 65 anni, durante un’esibizione acrobatica su Roma, colpito da un attacco di cuore che gli lasciò il tempo di atterrare senza causare incidenti. Sua figlia Fiorenza è stata la prima donna italiana a svolgere la professione di pilota di linea, e nel 1967, su un biplano d’epoca, ripeté il volo del padre in occasione del cinquantenario.

Per qualche decennio ancora la nostra posta più urgente avrebbe seguitato a volare nei cieli da un capo all’altro del mondo. Una storia ormai finita. Con il nuovo millennio gli aerei sono stati definitivamente sostituiti in questa funzione dalla meno romantica, ma sicuramente più pratica e più economica, posta elettronica. Che vola real time in un cielo virtuale senza colore, dove il blu non è più dipinto di blu.