mercoledì 17 maggio 2017

No, gli mp3 non sono morti

lastampa.it
andrea nepori

Il formato per la compressione audio più diffuso al mondo è vivo e vegeto. Sono solo scaduti i brevetti software che imponevano ai produttori il pagamento di una licenza



Il Fraunhofer Institute, l’ente di ricerca tedesco che ha contribuito alla creazione del formato mp3 alla fine degli Anni 80, ha annunciato di recente la fine dei piani di licenza della tecnologia di compressione audio. Il motivo è semplice: sono scaduti i brevetti software, registrati un paio di decenni fa, su cui si basava l’obbligo di concessione per sviluppatori e produttori hardware.

Non significa che l’mp3 è morto, superato da altri formati proprietari, come si è potuto leggere un po’ ovunque nelle ultime ore. Casomai il contrario: da ora gli sviluppatori e i produttori potranno integrare la funzione di codifica e decodifica dei file mp3 nei propri dispositivi e nelle proprie applicazioni, senza dover versare alcun obolo all’istituto di Monaco. Ebbene sì: il formato che ha innescato la rivoluzione musicale degli ultimi vent’anni, che ha trovato nella pirateria la sua consacrazione e che poi ha contribuito alla rinascita di Apple con il lancio dell’iPod, non era né gratuito né aperto, anche se gli utenti finali non hanno mai dovuto sborsare nulla per utilizzarlo. 

Le esequie sono ampiamente premature, insomma, ed è probabile che nei prossimi mesi molti sviluppatori indipendenti decidano ad esempio di integrare l’esportazione in mp3 nelle proprie app. Anche le maggiori distro Linux, che storicamente supportano l’alternativa open source Ogg Vorbis (molto meno diffusa), ora potranno implementare gratuitamente strumenti di codifica e decodifica degli mp3. 

Nel comunicato con cui annuncia la fine dei piani di licenza degli mp3 il Fraunhofer Institute suggerisce il passaggio all’AAC, codec proprietario che l’ente ha contribuito a sviluppare e i cui brevetti - ça va sans dire - sono ancora pienamente validi. L’AAC è tecnicamente superiore all’mp3, soprattutto a bitrate più bassi (semplificando: a livelli di compressione più spinti). Gli audiofili protesteranno, ma è innegabile che all’orecchio dell’utente medio un mp3 compresso alla massima qualità possibile e un AAC di pari livello siano di fatto indistinguibili. 

La vera differenza si ha con formati come il FLAC, che è lossless: i file conservano cioè tutte le informazioni audio della sorgente, pur pesando meno. Per distinguere davvero la qualità del formato servono comunque un orecchio allenato e un impianto audio adeguato. Non c’è nessuna guerra in corso, è bene specificarlo: l’AAC è già un formato standard. Il merito (o la colpa, a seconda dei punti di vista) è soprattutto di Apple, che nel 2003 introdusse la compatibilità con il codec su iTunes e iPod. La scelta era funzionale all’adozione del DRM “Fairplay”, protezione anticopia che rimase attiva sui brani venduti su iTunes fino al 2007. 

Dichiarare la morte del formato mp3 a causa della scadenza dei brevetti che ne regolavano l’uso sarebbe come dare per spacciate le GIF, o piangere la dipartita delle foto in JPEG. Il formato audio più diffuso e supportato al mondo adesso ha pure un vantaggio in più: è libero e svincolato da qualsiasi licenza. In altre parole non è mai stato così vivo.