martedì 9 maggio 2017

L’isola che aspetta il dio principe che adesso non arriverà mai più

lastampa.it
carlo pizzati

Nell’arcipelago di Vanuatu il duca di Edimburgo è venerato come figlio del vulcano. Ma ora Filippo ha lasciato carica e “divinità”


Alcuni isolani mostrano con orgoglio la foto del principe Filippo autografata. Per loro si tratta di una vera reliquia

Questa è la storia di un principe che non vuol più fare il principe, e che senz’altro non ha mai voluto diventare un dio sulla terra, ma che per qualcuno lo è. Difatti il principe Filippo, duca di Edimburgo, consorte della regina Elisabetta II d’Inghilterra, ha annunciato che - raggiunti i 96 anni - si ritirerà dalla vita pubblica, non riuscendo più a partecipare alle cerimonie previste dal suo ruolo. Non potrà però sottrarsi dal ruolo di figlio del grande dio vulcano, secondo quanto credono alcune tribù nel sud dell’isola di Tanna, nello sperduto arcipelago delle Vanuatu, in un angolo dell’Oceano Pacifico.



Lo aspettano da anni, laggiù. Attendono il ritorno del dio bianco, fratello di un’altra divinità adorata dalla popolazione Yaohnanen, tale Jon Frum, dio del «culto di Jon Frum», che iniziò quando un soldato americano nel secondo Dopoguerra si presentò dicendo: «John from America», John dall’America. Da quel giorno, la popolazione locale lo chiamò Jon Frum, trasformandolo nel dio che porta regali dal mare, come fecero le navi della Us Navy.

Invece, la promozione da principe a dio di Filippo arrivò tramite una profezia. Dice la leggenda che il dio vulcano ebbe un figlio bianco. Il suo destino era di sposare una donna molto potente in un Paese lontano, prima di tornare nella sua patria. E per i 30mila seguaci del «Movimento del Principe Filippo», il duca d’Edimburgo combacia con la descrizione, anche se è nato a Corfù e non torna a Tanna dal 1974.

La storia si fa più complessa e, alle orecchie dei miscredenti, ancora più buffa. Infatti, nel viaggio del ’74 il principe Filippo non sapeva d’essere diventato un dio. Ne fu informato dal commissario britannico delle isole, che all’epoca erano dominio anglo-francese. Il commissario consigliò d’inviare una fotografia autografata, che da allora è una reliquia importante, utilizzata nelle danze rituali. In cambio, i fedeli inviarono al dio Filippo una tradizionale mazza per l’uccisione del maiale, il nal-nal. Nei decenni il principe spedì altre foto, conservate con devozione dal leader del movimento, Jack Naiva.

Dieci anni fa, una delegazione visitò il principe-divinità a Londra eseguendo un curioso rituale. Il capo delegazione chiese a Filippo: «La papaia è matura o no?», formula ritualistica per chiedere se il dio bianco era pronto a tornare sull’isola. Filippo rispose: «Che la papaia sia matura o meno, riferisci al capo Kawia che ora fa freddo, ma quando farà caldo invierò un messaggio». I tempi non erano maturi.

Premesso che queste stranezze potrebbero combaciare con la visione che nelle isole Vanuatu possono avere delle monarchie europee, di gente costretta a sposarsi contro il proprio volere, di tradizioni, costumi e riti bizzarri, che non si integrano certo con le democrazie moderne, con tanto di principesse divorziate che muoiono in incidenti d’auto inseguite da fotografi a bordo di moto, oltre al folklore, c’è in realtà qualcosa di serio.

Il «culto delle navi da carico» in cui si iscrive il Movimento del principe Filippo non è così del tutto folle come potrebbe sembrare. Si tratta di un movimento sociale e religioso diffuso tra gli abitanti della Melanesia nato dalla tensione tra tribù remote ed eserciti impegnati nella guerre di conquista, controllo e saccheggio del territorio nel Pacifico. Iniziò nell’800 con i primi esploratori. Poi nel 1914 furono i tedeschi ad essere visti come salvatori. In realtà tutto si basa sul credere che i bianchi abbiano rubato a Dio il segreto della produzione dei beni materiali, beni che, grazie all’arrivo di un messia, verranno consegnati gratis da navi, aerei e razzi.

L’avvento del messia porterà alla fine del lavoro e al posto di un governo bianco ci sarà un governo indigeno. Il tutto è anche legato al fatto che le popolazioni tribali si accorgono d’essere costrette a lavorare di più dei bianchi che hanno colonizzato le loro isole. E quindi, non sapendo più a che santo votarsi, hanno deciso di affidarsi al principe nonagenario, che però non sembra abbia alcuna intenzione di arrivare a salvarli con i tesori della Corona d’Inghilterra.