giovedì 11 maggio 2017

Iroso, l'ultimo mulo soldato. Gli alpini fanno festa: "Un mito come noi"

repubblica.it
di JENNER MELETTI

All'adunata numero 90 del corpo a Treviso l'omaggio all'esemplare con la penna nera salvato dall'asta in cui rischiava di essere comprato dai macellai. L'animale ha 38 anni che se fosse un uomo sarebbero 114
Iroso, l'ultimo mulo soldato. Gli alpini fanno festa: "Un mito come noi"

Treviso -  Se ne sta solo sulla collina, sotto un faggio, a guardare tutti dall’alto. Possono avvicinarsi solo due asine, gli altri muli no perché sono troppo giovani e vogliono correre e giocare. Iroso, ultimo mulo con la penna nera, forse si sente davvero un “soldato”, come lo chiamano gli alpini che lo nutrono e lo curano come fosse un nonno molto anziano e molto amato.

Sarà la “star” della adunata nazionale numero 90 degli alpini a Treviso. «Lo porteremo là sabato, con un trailer speciale, imbottito. Non farà la sfilata ma resterà in un recinto, solo per poche ore. Ha 38 anni, che equivalgono a 114 anni umani. Lo sa che mi chiamano da tutta Italia, per chiedere come sta Iroso? E come se fosse il mulo di tutti gli alpini».

Antonio De Luca, classe 1946, è il padrone di Iroso e il salvatore di tanti altri muli che furono messi in vendita dal Comando brigata alpina Cadore. «Il soldato ha la piastrina di riconoscimento e il mulo il numero di matricola, marchiato a fuoco sullo zoccolo anteriore sinistro. Iroso è l’ultimo mulo che è stato in servizio con gli alpini, matricola 212. Quando morirà, taglieremo lo zoccolo e lo conserveremo.

Come si faceva un tempo. La carcassa verrà bruciata all’inceneritore, perché un mulo soldato non può diventare mangime per cani».La storia di Iroso, in fondo, è una storia d’amore fra uomini e animali. «Andai all’asta del 7 settembre 1993 — racconta De Luca — quando furono venduti gli ultimi 24 muli: mi servivano per il trasporto di legna nel bosco. Ma soprattutto io che ero stato un alpino non volevo che questi nostri compagni finissero in mano ai macellai. Mi vengono i brividi, quando penso ai camion delle macellerie posteggiati davanti alla caserma D’Angelo a Belluno».

«Un tenente in servizio, Vicentini, si mette dietro di me. Parte l’asta per i “muli di riforma”. Si parte da 500 o 600 mila lire. I macellai rialzano, ma verso i 700 si fermano. Rialzo anch’io, quando il tenente Vicentini mi sussurra: “Quello vuol fare mortadelle”. In breve: ne compro 13, Iroso compreso, spendendo una ventina di milioni. Qualche mulo è salvato da altre persone, come una signora di Cortina che voleva regalarne uno all’Ana, l'Associazione degli alpini.

I macellai non vogliono tornare con il camion vuoto ma io continuo ad alzare l’offerta e compro». Non è finita. «Alle 4 di notte mi telefona Vicentini. “Questione di vita o di morte. Quello dell’Alto Adige che ha comprato tre muli dicendo di essere un contadino ha confessato al tg regionale di voler farne salami. Dobbiamo andare a salvarli”. Una corsa nella notte. Uno dei muli era già diviso in mezzene».

«C’ero anch’io, quella volta. Mi sento ancora male». Graziano De Biasi, classe 1954, è un ex tenente degli alpini. «Dissi a De Luca: compra a qualsiasi prezzo, poi ti rimborsiamo. I soldi furono offerti dagli alpini della caserma D’Angelo che rinunciarono alla loro decade, la paga del soldato». Nascevano in Puglia, i muli degli alpini, da asini di Martina Franca accoppiati con cavalle nere delle Murge. Addestramento a Grosseto poi, a 5 anni, l’inizio del lavoro, fino ai 18 anni d’età.

«Si calcola — dice Graziano De Biasi — che all’inizio della Prima guerra mondiale ce ne fossero 250 mila. Alla fine ne rimasero 39 mila. C’era l’Artiglieria, con mule e muli che portavano sulla schiena obici e mortai, e la Salmeria, con casse laterali che portavano cibo, medicinali, barelle, tende… Un mulo può portare fino a un terzo del proprio peso: due quintali per un animale di sei. È vero: se il soldato mulo cadeva in un dirupo, il soldato umano doveva scendere e tagliare lo zoccolo con la matricola e portarlo in caserma. Questo per evitare che qualcuno vendesse il mulo a pastori o contadini, dicendo che l’animale era scappato».

«Quando ero in servizio io, fino al ‘75, in caserma avevo 80 muli. Ho capito che il binomio alpino e mulo è inscindibile. Si dice: testardo come un mulo. Io ho incontrato cavalli e anche uomini più testardi. Il mulo sembra scontroso perché è timido e ha una grande paura del buio. Non riesci a infilarlo in una galleria, se non è illuminata. Può avere paura anche di una lucertola. Per questo era seguito sempre dallo stesso alpino, che imparava a conoscerlo come un fratello. E se crei questo rapporto, l’animale ti riconosce, ti fa festa come un cagnolino di seicento chili».

Anche Antonio De Luca parla con Iroso. «Se gli passo vicino e tiro dritto, lui mi chiama. Ha lavorato qualche anno nel bosco, poi è diventato uno di famiglia. Gli altri alpini mi aiutano per il mangime speciale e per il fieno, abbiamo costituito qui la ‘Sezione Ana Vittorio Veneto reparto Salmerie’. Ormai non vede nulla da un occhio e poco dall’altro ma si capisce che ha ancora voglia di vivere. E di mangiare le mele e le carote portate dai bambini»