lunedì 15 maggio 2017

Il piccolo calciatore che da quattro anni la burocrazia non lascia scendere in campo

lastampa.it
simona lorenzetti

I genitori non hanno il permesso di soggiorno, lui si allena ma il Lucento non può schierarlo


L’avvocato della famiglia di Elias, ha presentato un’istanza al Tribunale dei Minori per far ottenere i documenti ai genitori del bambino

Gli spalti sono gremiti di tifosi. Lui è fermo nell’area piccola, a pochi metri dal portiere. Vede arrivare il compagno di squadra con il pallone incollato al piede, poi l’assist. Un attimo dopo la palla rimbalza davanti a lui e allora carica il destro e segna il suo gol. Il più bello di sempre. Elias sogna da quattro anni questo momento. E ogni settimana si allena sperando un giorno di avere la sua occasione. Ma quel sabato fatidico in cui si disputa il match non arriva mai. Non è colpa sua. È colpa della legge. Di quel sistema che non consente a un bambino albanese, nato e cresciuto in Italia, ma privo del permesso di soggiorno, di essere tesserato. 

SENZA PERMESSO
Il regolamento della Figc è rigido, anche quando si tratta della Lega nazionale dilettante, settore scuola calcio: per poter disputare i tornei, i ragazzini devono essere tesserati e tra i documenti richiesti c’è il permesso di soggiorno. Elias ha dieci anni e il permesso non ce l’ha. Eppure è nato e cresciuto in Italia, frequenta regolarmente la quarta elementare e i voti «non sono neanche male: ha tutti sette e otto, ma è molto intelligente e potrebbe fare di più», racconta la mamma. 

Da quattro anni, da quando la donna lo ha iscritto alla scuola calcio del Lucento, Elias si allena tutte le settimane con i compagni: tira, dribbla, prova a calciare i rigori, commette anche qualche fallo. Ma quando arriva il weekend, il suo nome rimane sempre fuori dalla rosa dei convocati. Non può giocare. «Non va neanche al campo da gioco, resta a casa e piange. Ogni volta che su WhatsApp legge i risultati dei suoi compagni si arrabbia e dice che è colpa mia». Ora la famiglia di Elias si è rivolta all’avvocato Giuseppe Fiore, che ha presentato un’istanza al Tribunale dei Minori perché venga concesso alla donna il permesso di soggiorno in base all’articolo 31 del Testo unico sull’immigrazione, che prevede il rilascio del documento «per gravi motivi connessi con lo sviluppo psicofisico del minore». 

«È l’unica strada percorribile - spiega il legale -. La signora vive in Italia dal 2003, si era trasferita nel nostro Paese per studiare Scienze Politiche. Poi nel 2007 è nato Elias e ha lasciato gli studi, così ha perso il permesso di soggiorno. Ma è rimasta a vivere in provincia di Torino». Si legge nel ricorso: «L’impossibilità di partecipare al campionato di calcio sta creando un grosso dispiacere al piccolo Elias, che vive l’esclusione con grave sofferenza e disagio e tenuto conto dell’età non comprende le ragioni dell’esclusione. Tutti i venerdì, all’atto della mancata convocazione, cade in un pianto disperato che i genitori faticano a calmare». 

IL TORMENTO
Una situazione di disagio che cresce di mese in mese, soprattutto quando il ragazzino nota che la sorellina più piccola, che frequenta una scuola di danza, partecipa regolarmente ai saggi di fine anno. «È un tormento ogni volta - racconta la mamma -. Come si fa a spiegare a un bambino nato in Italia che non è italiano e che non può giocare a calcio? Così lui mi incolpa e affoga il dispiacere nel cibo». Ora l’ultima parola spetta al giudice. Intanto Elias continua ad allenarsi, sognando il giorno del suo debutto in campo.