lunedì 22 maggio 2017

Il “colossale depistaggio” e l’ombra della trattativa: i misteri sulla morte di Borsellino

lastampa.it
riccardo arena

Quattro processi non sono bastati a fare emergere la verità. Tra falsi pentiti, investigatori spericolati ed errori giudiziari



Il 19 luglio 1992 una Fiat 126 rubata contenente circa 90 chili di tritolo esplode in via D’Amelio 21, nel cuore di Palermo, sotto il palazzo dove viveva la madre di Paolo Borsellino, presso la quale il giudice quella domenica si era recato in visita. Perdono la vita il magistrato e i cinque agenti della scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Antonino Vullo, agente sopravvissuto all’attentato descrisse così l’esplosione: «Improvvisamente è stato l’inferno. Ho visto una grossa fiammata, ho sentito sobbalzare la blindata. L’onda d’urto mi ha sbalzato dal sedile. Non so come ho fatto a scendere dalla macchina. Attorno a me c’erano brandelli di carne umana sparsi dappertutto».

Chi depistò cosa – e soprattutto come – è il dilemma, uno dei tanti nodi ancora irrisolti, delle stragi siciliane di quel terribile 1992: la verità, soprattutto su via D’Amelio, il secondo attacco di Cosa nostra ai magistrati «nemici» e alle istituzioni, 57 giorni dopo Capaci, è ancora molto parziale e la sentenza del «Borsellino quater», pronunciata a Caltanissetta il 20 aprile, non chiude affatto il caso: questo nonostante i due ergastoli per Salvino Madonia e Vittorio Tutino, i dieci anni a testa per Francesco Andriotta e Calogero Pulci (estraneo al contesto stragista) e la dichiarazione di prescrizione per Vincenzo Scarantino, i tre falsi pentiti che avevano depistato le indagini.

Venticinque anni dopo, in quattro processi le condanne a vita sono diventate 32 e per la fine di Paolo Borsellino e dei suoi cinque agenti di scorta lo Stato è arrivato a processare se stesso, riconoscendo l’errore e l’ingiustizia di sette ergastoli, fondati sulle dichiarazioni di collaboratori che avevano inventato le accuse; benché si tratti comunque di mafiosi, sono stati liberati – dopo 15 anni in cella – ed è stato avviato il giudizio di revisione. Quel che non si riesce ancora a capire, però, è se ci sia stata una vera manovra depistante o se non si sia trattato di un clamoroso errore giudiziario.

Vecchia storia: è difficile chiarire, ad esempio, come sia stato possibile, nei primi tre processi per via D’Amelio, che tutti i magistrati, almeno settanta fra requirenti e giudicanti, togati e popolari, non si siano accorti dei falsi pentiti e di indagini che deviavano sulla modesta cosca della Guadagna, mandamento di Santa Maria di Gesù, anziché puntare sul molto più potente mandamento di Brancaccio, capeggiato dai fratelli Filippo e Giuseppe Graviano. E questo benché Scarantino fosse stato protagonista di ripetute ritrattazioni, una delle quali in diretta tv, tutte non credute né dalla Procura né dai giudici nisseni e neppure dalla Cassazione.

Si gridò anzi al complotto di Cosa nostra per tappargli la bocca e si andò avanti, mentre il picciotto della Guadagna veniva sbugiardato da veri pentiti – Salvatore Cancemi, Giovan Battista Ferrante – che, messi a confronto con lui, gli chiedevano chi fosse e che volesse. Tra i magistrati dell’accusa c’erano anche il procuratore Giovanni Tinebra, scomparso nei giorni scorsi, l’attuale avvocato generale di Palermo Annamaria Palma e l’allora giovanissimo Nino Di Matteo, oggi pm della trattativa: non certo gli ultimi arrivati. Per far cadere il castello delle accuse, però, dal 2008 in poi, ci vollero i pentiti Gaspare Spatuzza e Fabio Tranchina. Spatuzza aveva pure indicato i presunti «mandanti esterni» a Cosa nostra, ma le sue accuse a Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri non avevano avuto riscontri né esiti processuali.

Il «colossale depistaggio», di cui aveva parlato il procuratore nisseno Sergio Lari, è al centro anche del processo di Palermo sulla trattativa Stato-mafia, in cui spicca la figura di Arnaldo La Barbera, l’ex superpoliziotto che fu collaboratore dei Servizi segreti (nome in codice «Rutilius») e che, da capo del gruppo investigativo Falcone-Borsellino, avrebbe seguito – o ispirato, secondo i suoi detrattori – le verità farlocche di Scarantino. Implicato nei fatti del G8 di Genova del 2001, La Barbera morì un anno dopo. Il depistaggio, secondo i pm di Palermo, sarebbe un tassello di un ordito fatto di attacchi allo Stato agevolati da pezzi delle istituzioni e di protezioni di alto livello, che impedirebbero di arrivare alla verità: ma finora responsabilità precise non ne sono venute fuori.

La verità non è venuta a galla per intero, hanno detto gli avvocati Rosalba Di Gregorio e Giuseppe Scozzola, comunque soddisfatti per le condanne dei falsi pentiti – meno per la prescrizione su Scarantino – contro i quali sono parte civile gli ex ergastolani. Quanto però al depistaggio di Stato, il gip di Caltanissetta Alessandra Giunta lo aveva ritenuto privo di fondamento, affermando che è provato solo l’errore giudiziario.

Rimangono in piedi le indagini sulla squadra di investigatori che avrebbe fatto il lavoro sporco, usando il bastone e la carota, le botte e l’indottrinamento per «istruire» Scarantino sulle accuse da muovere: ma a loro volta, da chi furono «istruiti», ispettori, sovrintendenti, assistenti, che, tirando le somme, rischiano di pagare il conto per tutti? E questo anche se la tesi del depistaggio, per «alleggerire la loro posizione», scrive il gip, era stata assecondata dagli stessi Scarantino, Andriotta e Candura. Testimoni, insomma, a cui è arduo credere.