giovedì 4 maggio 2017

Il cinismo di divertirsi con il Giro

lastampa.it
marco malvaldi

Per me, guardare il ciclismo in televisione è qualcosa che rasenta il cinismo: un bel panino, una birra ghiacciata e via, stravaccati sul divano, a guardare delle persone che si fanno un cesto epico tentando di scalare delle montagne sotto il sole a picco.

Per guardare il Giro, mio padre mi permetteva addirittura di smettere di studiare, consapevole che anche se la corsa rosa si svolgeva tutti gli anni, ogni tappa è unica, e perdersela sarebbe un peccato. 
Ogni tappa è unica, ma alcune, parafrasando Orwell, sono più uniche delle altre.

Il ricordo di tappa più vivo nella mia memoria è quello del 5 giugno 1988; quel giorno, il passo da scalare era il Gavia. Di sole cocente, però, manco a parlarne: freddo neve e vento accolgono i ciclisti sulla salita e, soprattutto, lungo la discesa. Ne venne fuori una tappa simile ad un film di Fantozzi, ma con una differenza. Una, ma sostanziale: era tutto vero. Il freddo, la neve, la sofferenza.

Sofferenza causata principalmente dal freddo, e inasprita dalle inadeguate mantelline con cui la gran parte dei ciclisti tentò l’impervio saliscendi. Non tutti, a dire la verità, usarono le mantelline: il leader della classifica della montagna, il belga Van der Velde, affrontò la discesa senza altra protezione che non la maglia ciclamino. Dopo qualche tornante fu costretto a fermarsi, congelato e soccorso dai tifosi. Alcuni ciclisti, preferendo la vita alla classifica, fecero la discesa a piedi; la maglia rosa, Franco Chioccioli, beccherà più di 4 minuti dal vincitore, svenendo subito dopo il traguardo. Si ignora se alcuni ciclisti vennero trangugiati dai lupi: nel caso, la cosa non mi stupirebbe. 

Il vincitore di giornata fu il semisconosciuto statunitense Andrew Hampsten, che dovette la vittoria di tappa a un tipico consiglio popolare di quelli che può dare la mamma: quando fa freddo, copriti bene. Fu l’unico, infatti, a non affrontare la discesa in mantellina, ma ben tappato e protetto: ciò nonostante anche lui, all’arrivo, verrà portato sul podio letteralmente a braccia, incapace di muoversi. Grazie a questa inaspettata vittoria, però, alla fine trionferà a Milano, scrivendo il suo nome sul trofeo senza fine. Non proprio senza fine, invece, fu la carriera di Hampsten: questa rimarrà l’unica vittoria importante del suo palmarès. 

Il favoritissimo dei pronostici, Franco Chioccioli appunto, per rifarsi e vincere il suo unico Giro dovrà aspettare il 1991. Per andare sul sicuro, quell’anno Chioccioli non fece calcoli: anche con la maglia rosa addosso, Coppino attaccava e contrattaccava, dando spettacolo dall’inizio alla fine della corsa rosa. Darà spettacolo anche sul podio, con le sue affermazioni da vincitore, dapprima dichiarando come un vero ciclista d’altri tempi che «portare la maglia rosa a Milano è stata una cosa molto bellissima» e poi cesellando una delle frasi più vere del ciclismo mondiale.

Dando voce sincera a uno dei motivi per cui molti di noi si fermano a guardare gli eroi delle due ruote, testualmente, disse: «Sì, Dio mi avrà aiutato di sicuro. Però a sudare su quella bicicletta c’ero io». E noi, che non saremmo capaci di arrivare in fondo a una tappa nemmeno con l’aiuto di Nostro Signore, annuiamo e ammiriamo. Perché per me il senso del giro, e del ciclismo, è proprio questo: guardare con sincera ammirazione l’essere umano che riesce a superare i propri limiti, giorno dopo giorno, anno dopo anno. Fino ad arrivare a cento.