lunedì 29 maggio 2017

Il braccialetto anti-stalking non va: dal 2013 è stato utilizzato una volta

ilgiornale.it

di Giusi Fasano

Può essere applicato solo se la vittima delle molestie è d’accordo e non è risolutivoIl Viminale ne ha 2.000, ma solo 20 adatti a questo tipo di reati. E usati in altri contesti



In teoria potrebbero essere la salvezza di molte donne. Nella pratica sono strumenti che la Giustizia ha previsto ma che poi ha lasciato in un cassetto. Inspiegabilmente inutilizzati. Parliamo dei dispositivi conosciuti come braccialetti elettronici antistalking. Una definizione sbagliata, se si riferisce a uno stalker monitorato nei suoi spostamenti dalle forze dell’ordine. Perché in realtà il braccialetto (che poi è una cavigliera) può essere applicato a una persona in libertà soltanto se il giudice lo allontana dalla casa familiare e solo se l’allontanamento è la conseguenza di reati aggravati o per i quali si procede d’ufficio (per esempio minacce o lesioni).

Per il più grave stalking, invece, non è previsto il braccialetto da applicare in stato di libertà, anche perché il reato prevede la misura del carcere, che lo renderebbe ovviamente inutile, oppure quella dei domiciliari e in quel caso l’ipotetico braccialetto (che può essere sì applicato) serve a controllare che l’accusato non evada, non a seguirne i movimenti. Fatta questa distinzione, però, va anche detto che gli stalker spesso perseguitano le loro vittime proprio attraverso lesioni e minacce, quindi due dei reati minori per i quali — se contestati — è possibile utilizzare i braccialetti. L’intento della norma (come spiega la deputata pd che ne è stata promotrice, Alessia Morani) è «proteggere la donna quando i reati non sono ancora così gravi da prevedere l’arresto» e farlo «con un strumento che possa allertare anche lei».
La cabina di regia
A questo punto la domanda è: quante volte è stata applicata quella norma? Risposta: una. Un solo caso a partire dal 2013. Risale ad allora l’emendamento al decreto «in materia di sicurezza e contrasto alla violenza di genere» che ha previsto, appunto, l’utilizzo del braccialetto per chi fosse sottoposto ad allontanamento da casa e per i reati che dicevamo. Il motivo di un insuccesso così palese è sconosciuto. Se lo sono chiesti anche i partecipanti alla cabina di regia del Dipartimento delle pari Opportunità che si sta interessando all’argomento. Forse il fallimento è da cercare nel fatto che per un giudice conta prendersi la responsabilità di una decisione fino in fondo.

E allora: se decide che un uomo va allontanato da casa ma non è così pericoloso da mettere a rischio la famiglia o la donna non ha motivo di applicare anche una misura di controllo come il braccialetto. Se invece lo ritiene pericoloso allora dispone misure più restrittive del monitoraggio a distanza (che tra l’altro ha bisogno del consenso dell’interessato). Il sottosegretario alla Giustizia Gennaro Migliore dice di aver riflettuto sull’argomento con amici magistrati per i quali «il braccialetto diventa in questo caso un provvedimento a metà strada. Come dire a quella persona: mi fido ma fino a un certo punto».
Efficacia discutibile
Ora. Che sia questa o no la ragione del non utilizzo della norma non è chiaro. Né hanno mai espresso posizioni ufficiali i centri antiviolenza, non essendoci dati sull’efficacia del provvedimento. Quel che invece è noto è che dei 2000 braccialetti elettronici al momento in uso nel nostro Paese, ce ne sono 200 cosiddetti «outdoor», che sono in grado di sorvegliare i movimenti del soggetto anche fuori dalla sua abitazione. E di quei 200 solo il 10% — quindi 20 — hanno la possibilità di connettersi anche alla potenziale vittima. Cioè sono composti di tre pezzi: la cavigliera e due device simili a telefonini, uno per l’accusato e un secondo per la donna.

Funziona così: il giudice stabilisce la distanza oltre la quale lui non può avvicinarsi e, se vìola il divieto, si attiva l’allarme sia per la centralina delle forze dell’ordine sia per lei attraverso il suo device. Ma dopo quasi quattro anni nessuno può dire se il sistema è efficace oppure no, semplicemente perché i venti apparecchi che erano parte della fornitura arrivata al ministero dell’Interno, alla fine sono stati utilizzati per il controllo di detenuti che non avevano niente a che fare con l’allontanamento da casa e la violenza di genere.
Il decreto svuota-carceri
Per quei detenuti l’accelerata verso il controllo a distanza è arrivata nel 2013 con il decreto svuotacarceri. Dopo dieci anni di utilizzo scarsissimo (soltanto 14 pezzi nel decennio 2001-2011 per un costo di oltre dieci milioni l’anno), dal 2013 in poi la scorta dei braccialetti è andata via via diminuendo fino ad esaurirsi e oggi la Telecom — che ha stipulato fino al 2018 la convenzione per i 2000 braccialetti italiani — conta 100 detenuti «in coda» in attesa del dispositivo, mentre si stima che l’apparecchio potrebbe essere indossato da oltre 700 detenuti controllabili a distanza ai domiciliari invece che da tenere in carcere.
Il bando del ministero
Di fronte alla richiesta crescente di braccialetti il ministero dell’Interno ha indetto un bando per una nuova gara d’appalto (europea) che prevede stavolta il noleggio, la manutenzione e la gestione operativa tecnologica h 24 di 12 mila braccialetti elettronici. Importo della spesa: quasi 45 milioni di euro. Il servizio è previsto per 31 mesi, la presentazione delle offerte è scaduta (si sarebbero presentate tre aziende fra le quali c’è di nuovo la Telecom) ma la procedura non è ancora chiusa e l’aggiudicazione dovrebbe avvenire entro fine giugno. Da duemila a dodicimila il salto è notevole.

Ma siamo sempre a metà della cifra rispetto alla Gran Bretagna che mette in campo 25 mila braccialetti elettronici (ovviamente non solo per reati legati alla violenza di genere). «Qui da noi c’è ancora un problema di conoscenza dell’argomento», lamenta il giudice delle indagini preliminari di Roma Stefano Aprile, autore di un dossier sull’utilizzo dei dispositivi elettronici per il controllo remoto e convinto sostenitore della loro utilità: «Strumento duttile ed efficiente», scrive. Che può diventare «estremo baluardo» a difesa della vittima.