martedì 23 maggio 2017

I cani d’Istanbul dal Regno all’Esilio, l’amore-odio per i quattrozampe nella storia turca

lastampa.it
davide lerner



Nelle strade delle città turche è pieno di cani randagi. Dormono, cercano qualcosa di commestibile fra i rifiuti, a volte ringhiano e abbaiano contro i passanti. Ad Istanbul si sono addirittura meritati un’esposizione, situata a due passi dal celebre albergo “Pera Palace”, intitolata “I cani d’Istanbul dal Regno all’Esilio”. Regno, o “età dell’oro”, perché secondo la leggenda i quattro zampe accompagnarono l’esercito di Maometto Secondo nel suo ingresso trionfale in città dopo la caduta di Costantinopoli.



E perché, spiega uno storico nel video di presentazione dell’esibizione, «l’Islam delle genti cultore dell’animale ha sempre prevalso, in Turchia, su quello scritturalista che lo ritiene impuro, e perciò furono integrati e trattati bene». E poi l’esilio, culminato nel 1910 con la cosiddetta “grande decanificazione”, un tema di cui parla anche lo scrittore Orhan Pamuk in “Istanbul”. Migliaia e migliaia di cani vengono deportati su un’isola del mare di Marmara. Abbandonati a se stessi, senza cibo o acqua potabile, morivano di stenti sbranandosi fra loro o ingurgitando acqua di mare.



«Quando le barche passavano nei pressi di quello scoglio del Mare di Marmara, i cani correvano verso la riva e si lamentavano con ululati strazianti», raccontava nel 1910 il viaggiatore e scrittore francese Pierre Loti. Ma nella mostra di Istanbul viene chiarito fin da subito che la responsabilità morale di quelle deportazioni non fu turco-ottomana, ma piuttosto europea. Fu la volontà di conformarsi il più possibile all’Occidente, a partire dalle riforme chiamate “Tanzimat” a fine ‘800, ad indurre il Sultano a “ripulire” la capitale sgombrandola dei cani randagi che non si vedevano nelle grandi metropoli europee.



«I cani cominciarono ed essere visti come un segno di povertà, di incuria, un difetto orientale», spiega il pannello all’ingresso della mostra. E così, mentre gli occidentali tramavano alle spalle dei turchi per speculare sul riutilizzo delle carcasse dei cani, i cittadini locali si sarebbero “opposti con forza” alle deportazioni e avrebbero «nascosto i quattro zampe nelle proprie baracche e nelle proprie case». Che questa versione dei fatti sia vera oppure rielaborata ad arte, come l’impostazione della mostra fa sospettare, certo è che i cani sono tornati ad affolare le strade di Istanbul. Così come quelle delle altre città in Turchia.