mercoledì 31 maggio 2017

Cento anni di caccia nella vita di un pilota

lastampa.it
luigi grassia

Il genovese Giancarlo Galbusera ha compiuto un secolo come i primi reparti dell’Aeronautica. Un libro dell’Ami rievoca le storie dei cieli



La storia dell’aeronautica militare ha uno svantaggio rispetto a quelle dell’esercito e della marina: sulla terra e sul mare gli eventi sono scanditi dalle battaglie, che per quanto cruente fissano un ordine nel divenire. Invece nei cieli le battaglie chiaramente identificabili come tali, ad esempio la Battaglia d’Inghilterra, sono poche, perché le campagne aeree (ad esempio quelle di bombardamento) si estendono nel tempo e nello spazio senza confini definiti. Perciò l’aviazione militare tende a essere periodizzata diversamente: come successione di schede tecniche di aerei, oppure come racconto di biografie di piloti e dei loro duelli nel cielo. 

Prendiamo la storia dell’Aeronautica militare italiana: come facciamo a raccontarla? Nel 2017 si celebra il centenario della fondazione dei Gruppi Caccia. E compie cent’anni anche Giancarlo Galbusera, il più anziano dei nostri piloti. Galbusera ha vissuto le durissime vicissitudini della seconda guerra mondiale ma a conti fatti non se l’è cavata male. Attorno a lui, anche l’Italia è sopravvissuta ed è rinata migliore di com’era. Raccontare la vita di Giancarlo Galbusera è fare la biografia di tutta la nostra Aeronautica - e forse persino del nostro Paese.

Quando lui nacque, la Regia aeronautica aveva già stabilito un primato compiendo in Libia nel 1911 le prime azioni belliche dal cielo nella storia dell’umanità. È un primato contestabile, sia chiaro, perché allora come oggi (e come sempre) combattere significa uccidere. Poi si può dibattere sulle ragioni per farlo, che possono essere buone oppure no. Il giovane Giancarlo Galbusera era un ragazzo del suo tempo, con un forte spirito patriottico (non aggressivo peraltro) unito a una grandissima passione per il volo. Nella Genova in cui nacque e trascorse i primi anni si entusiasmò dei duelli aerei di Francesco Baracca; ci vedeva la nuova incarnazione del mito dei cavalieri medievali.

Ma questo è tipico dei piloti in ogni epoca: pensano molto a volare e poco alla guerra, e se proprio devono pensare alla guerra la concepiscono come prova di coraggio individuale. La guerra aerea è più tecnologica di quelle a terra e in mare ma paradossalmente resta più simile agli scontri del passato, perché è meno massificata. «Per noi la guerra non era il combattimento, era un modo per volare - dice adesso - adrenalina pura».



Quando ha l’età, Galbusera si propone per ben due volte come ufficiale di complemento in Aeronautica, ma per due volte viene respinto. Solo nel 1941, allorché il bisogno di combattenti si fa più urgente, l’Aeronautica lo accetta. Salvo arrestarlo poco dopo, e minacciare addirittura di fucilarlo (assieme a una quindicina di altri allievi piloti), per presunti discorsi disfattisti in camerata. Pur se frastornato da questi e da altri eventi assurdi, il giovane Galbusera continua l’addestramento. La guerra ha urgenza di uomini da sacrificare, ma bruciare i tempi della preparazione al volo non si può, e così Galbusera si trovò a combattere sul serio solo dopo l’armistizio dell’agosto del 1943, e lo fa sul fronte dei Balcani e dalla parte del Regno d’Italia. 

Fra il ’43 e il ’45 Galbusera combatte contro i tedeschi e viene colpito diverse volte, ma ancora adesso ringrazia la sorte di non aver dovuto affrontare in aria i compagni italiani delle scuole di volo che avevano optato per la repubblica sociale di Mussolini: «Essere schierati nei Balcani ci ha tenuto lontano dai nostri fratelli che operavano nel nord Italia. Non avrei mai voluto incontrarli in volo». Negli anni dopo la guerra, incontrare i camerati o gli avversari nei reparti della nuova Aeronautica italiana, e trovarsi nella necessità di non parlare del passato degli uni e degli altri, è stata esperienza comune a molti piloti. 



Quanto a Giancarlo Galbusera, finita la guerra smette di volare sui caccia e torna a Genova per avviare un’attività da imprenditore. Nel 2017 ha celebrato i cento anni su una pista di volo assieme ai giovani piloti del 4° stormo caccia, che fu suo su piccoli velivoli a elica e che adesso schiera gli F-2000 Typhoon (delle astronavi, al confronto).

Questa è fra le storie raccontate dal volume «A la Chasse! 1917-2017 - Dalla Caccia alla Difesa Aerea» appena pubblicato da Edizioni Rivista Aeronautica a cura del colonnello Alessandro Cornacchini (che è anche direttore della stessa Rivista). Il secolo viene rivissuto soprattutto attraverso racconti individuali e c’è spazio per foto spettacolari che documentano l’attività più recente dell’Ami, come i pattugliamenti dei cieli dell’Islanda e del Baltico in ambito Nato. 

Da segnalare, fra mille episodi, un fatto minore ma curioso: c’è una foto in bianco e nero del futuro colonnello Cornacchini dopo un volo su un caccia col suo papà, un pilota militare. Pare che la medicina dell’epoca suggerisse il volo per curare certe patologie. In realtà l’unico risultato era mettere i bambini sottosopra. Nella foto, il papà sorride rassicurante, forte del consenso dei medici, mentre il bambino Alessandro Cornacchini appare a dir poco perplesso, per niente entusiasta dell’esperienza che gli è appena toccata. Esperienza che in ogni caso non gli ha tolto, da grande, la passione per l’Aeronautica militare.


Il volume “A la Chasse!” (Edizioni Rivista Aeronautica) , 25 euro