mercoledì 17 maggio 2017

Cassazione sui migranti, la 27enne bruciata dal marito: "Gli stranieri si adeguino alle regole, bene i giudici"

repubblica.it
dal nostro inviato PAOLO BERIZZI

Pinky, 27enne indiana aggredita dal marito per il suo stile di vita "occidentale", commenta la sentenza dei giudici supremi che hanno condannato il Sikh che girava con un coltello sacro. "Ma non è un'arma, lo portano solo le persone più rette"

BRESCIA - Parvinder Aoulakh, soprannominata Pinky, 27 anni, origini indiane. Il 20 novembre 2015 a Dello, nel Bresciano, il marito (condannato pochi mesi fa a 14 anni) le diede fuoco perché lei voleva vivere all'Occidentale. Ora commenta la sentenza della Cassazione su un indiano Sikh che voleva circolare con un coltello 'sacro'. L'uomo è stato condannato, perché - dicono i giudici - gli immigrati che hanno scelto di vivere nel mondo occidentale hanno l'obbligo di conformarsi ai valori della società nella quale hanno deciso 'di stabilirsi', ben sapendo che 'sono diversi' dai loro.

Pinky, ha visto la sentenza della Cassazione?
"Sì. Da una parte sono contenta. Dall'altra dico che il coltellino kirpan, tra noi sikh, lo portano solo le persone più oneste e innocue, quelle che sono da esempio per la comunità".

Può spiegare meglio?
"Quando uno diventa onesto e fedele alla religione e alle sue regole, indossa quel coltellino. Per noi è il simbolo che connota la rettitudine, la positività. Lo indossano i nostri sacerdoti, per dire".

Quindi che cosa pensa della sentenza della Cassazione?
"Sbagliata per quel che riguarda il coltello, come ho detto. Perchè quelli che hanno il coltellino e i capelli lunghi sono i sikh migliori. Quelli da temere hanno i capelli corti e portano il coltello vero. Sul principio invece che gli immigrati devono adeguarsi ai valori, alle leggi e ai costumi del Paese che li ospita, sono d'accordo".

Perchè?
"Se tu vieni in un Paese ti devi adegure alle regole. Non farlo è mancanza di rispetto. E' la nostra religione che lo prevede, anche. La religione sick predica la pace e la fraternità, l'uguaglianza, il rispetto. E il rispetto passa anche dall'adeguarsi alle regole e ai valori di chi ti ospita. L'ospitalità è un gesto di pace e solidarietà. Faccio un esempio: nei nostri templi, finita la preghiera viene offerto pranzo e cena come segno di ospitalità. Può venire chiunque, di qualunque nazionalità e religione".

La sentenza tocca la libertà di praticare la propria religione, o no?
"In questo caso sì. Chi ha il coltellino è il più fedele ai dettami del nostro culto".

Quante persone conosce che portano il coltellino kirpan?
"Nella mia famiglia solo i miei nonni. Nella mia comunità parecchie persone. I nostri sacerdoti, persone oneste che sono qui da una vita e sono degli esempi per la comunità".

A cosa serve?
"La nostra religione lo prevedeva come arma di difesa ai tempi delle invasioni musulmane in India. Ti dicevano: o diventi musulmano o ti ammazziamo. I sick lo usavano per difendere donne e bambini".

Giusto vietarlo?
"In generale no. Quelli che vendono adesso al mercato poi sono finti, non ci tagli neanche la mela".

Coltello no e velo sì?
"Sul velo penso questo. Le donne che si coprono non fanno del male. Piuttosto bisognerebbe fare regole per tutelarci da chi fa del male. Non prendere il piu debole come capro espiatorio. Quelli che fanno attentati non hanno il velo e sono uomini. Le donne col velo nel loro Paese subiscono violenze fisiche e psicologiche. Prendiamocela coi forti e i malvagi, non coi deboli".

Lei vestiva e viveva all'occidentale, e per questo suo marito le ha dato fuoco. Era un "conformarsi" il suo?
"Si. Avevo e ho rispetto per i valori del Paese dove vivo e che mi ospita. Me lo ha insegnato la mia famiglia: se vai in un posto rispette le regole di lì, altrimenti torni a casa tua."

Matrimonio combinato. E' stato così anche nel suo caso. Parte da lì la sopraffazione?
"Non è il matrimonio combinato o meno. I miei genitori si sono sposati con matrimonio combinto. E stanno benissimo insieme. E' l'educazione il punto. Se tu educhi tuo figlio al principio secondo il quale l'uomo non soffre mai, non deve piangere mai ed è invece solo la donna che deve soffrire, è chiaro che quando il bambino sarà un uomo farà sempre soffrire la sua donna pur di far vedere che lui è forte".

C'è rispetto, secondo lei, da parte dei sikh, dei valori del Paese che li ospita, in questo caso l'Italia?
"Le persone che conosco ce l'hanno. Spesso accettano condizioni di lavoro anche sfavorevoli e però parlano sempre bene dell'Italia. Vedo rispetto e voglia di adeguarsi alle regole".

Ci parla della sua attività - in collaborazione con la Cgil di Brescia - per aiutare le donne indiane a uscire dal sommerso delle violenze domestiche e a denunciare?
"Tutto nasce dopo la mia vicenda. Insegno alle donne indiane ad avere fiducia in se stesse. A non stare zitte se subiscono, ma a  parlare e denunciare. Non voglio che ci sia un'altra Pinky che subisce in silenzio. Indirizzo chi ha bisogno in centri anti violenza e da psicologi. A Leno abbiamo un'associazione dove preghiamo e raccogliamo fondi per donne e famiglie in difficoltà".

Come vive oggi?
"Con un po' di difficoltà . All'inizio erano tutti con me. Poi quando non fai più notizia vieni un po' abbandonata al tuo destino. Vado avanti, mi rimbocco le maniche. Seguo e sostengo i miei figli: Abhijot, 4 anni, e la femmina, Kiranjot, 6".

Quali valori vuole trasmettere ai suoi figli?
"Rispetto, regole, paletti. Fratellanza e solidarietà. Tutto parte da lì, da quando sei piccolo".