giovedì 4 maggio 2017

Bari 1891, va in scena il primo maxiprocesso

lastampa.it
giuseppe salvaggiulo

Contro la criminalità organizzata, con 179 imputati, interrogatori di pochi secondi e “chiasso indemoniato” Raccolte le cronache di un giornale satirico locale


Gli imputati all’uscita del Castello Normanno Svevo, allora carcere di Bari in un disegno dell’epoca di G. Ciani

«Sin dalle sei del mattino si notava un gran assembramento di gente innanzi al castello. Le solite femminucce non mancavano; tutte malconce, con i figlioletti in braccio, aspettavano con ansia l’uscita dei detenuti. Si sentivano per ogni dove schiamazzi di donne, che facevano commenti intorno alla malavita». Così, dalle donne che scortano figli e mariti in ceppi dal castello adibito a carcere allo stabilimento requisito e trasformato in tribunale, il 5 aprile 1891 il giornale satirico barese Don Ficcanaso comincia a raccontare il primo maxiprocesso di criminalità organizzata dell’Italia unita: 179 imputati, 23 avvocati, 900 testimoni, 14 faldoni di carte, 200 carabinieri e due compagnie di soldati per l’ordine pubblico. Ogni udienza un fascicolo, «in modo che in ultimo - scrive il direttore Biagio Grimaldi - si fa un solo volume, contenente l’intero e minuto resoconto della causa». Ora un piccolo editore barese, LB Edizioni, l’ha recuperato e ristampato.

Nell’introduzione il direttore del Don Ficcanaso spiega l’origine del processo: la polizia, impotente di fronte «a questa classe di malviventi che ha afflitto continuamente questa povera città come una piaga», ha cambiato strategia dopo aver scoperto che «la malavita ha messo profonde radici: s’è formata una setta che ha un capo, uno statuto, un giuramento di rito e naturalmente un luogo di riunione». Anziché inseguire singoli delitti, prefetto e questore (forestieri) decidono di processare l’associazione criminale tout-court, fino a quel momento negata dai tribunali per «insufficienza di indizi».

La grande retata 
Il confidente Sabino Coccolino, «uomo risoluto e di coraggio» convocato dal questore nottetempo per non destare sospetti, conferma l’intuizione. La notte del 23 settembre 1890 scatta la grande retata. In sei mesi viene allestita l’aula bunker «con dei grandi gabbioni» e istruito il processo. Quasi un secolo dopo, un metodo investigativo non dissimile ispirerà il primo, storico maxiprocesso alla mafia.

«Vi passeranno dinanzi - promette Grimaldi con spiccato senso del marketing - scene di sangue, episodi amorosi, vendette personali, fatti brutali raccontati dai diversi testimoni, tutti palpitanti di verità che vi faranno fremere di odio e di amore nel medesimo tempo». Le cronache del giornale - asciutte al limite dello stenografico ma non prive di gusto per i dettagli e per la caratterizzazione dei personaggi, nonché condite di vernacolo - non deludono. «U figghie mì!... U portene attaccate come a nu cane», s’ode urlare mentre i detenuti, tra luccichii di baionette e clangori di catene, si avviano dal carcere. «Chi porta il cappello alla mammamì in atto di noncuranza, chi ride guardando tra la folla per riconoscere gli amici, e tutto ciò tra le grida e i pianti delle donne».

Nell’aula «un pigia-pigia e un chiasso indemoniati» accompagnano la prima udienza. Diversamente dall’odierno rito accusatorio, il processo comincia con gli interrogatori degli imputati, la confessione è prova regina. «“Il presidente chiama Telegrafo Giuseppe”. “Presente”. “Voi siete imputato di associazione alla malavita: che ne dite?”. “Non è vero”. “Siete imputato anche di oltraggio alla guardia Fanelli”. “Nego tutto”».

Pochi secondi e tocca al prossimo. Come cambiano i tempi: nel processo Mafia Capitale l’interrogatorio dell’imputato Salvatore Buzzi è durato più di trenta ore. Torniamo al 1891: i più negano, qualcuno si discolpa accusando altri. Il primo a confessare, dopo quattro udienze, è tal Iacobbi Andrea. Racconta il rito di affiliazione a «giovanotto» nel carcere di Trani, il linguaggio in codice, le minacce.

Poi tocca a parti lese e testimoni: tre guardie, un confidente, una prostituta sfregiata in viso con un rasoio per aver dissuaso un’amica dal fornire un alibi falso a un malavitoso. Non manca un pentito, un impiegato del Telegrafo. E il questore racconta in tribunale le intimidazioni subite dai poliziotti in prima linea nelle indagini, nonché le collusioni di certe guardie penitenziarie. Quindi vengono depositate otto lettere, sequestrate in carcere o nelle case degli imputati durante le perquisizioni.

Stupri, estorsioni, rapine 
Anche i tatuaggi sui corpi degli delinquenti, puntualmente elencati dal cronista - spade, teste di donne, serpi, cuori - sono prove dell’esistenza di una «associazione di malfattori il cui principale fine è il delinquere contro le persone e le proprietà». Stupri, estorsioni, pestaggi, rapine, danneggiamenti di postriboli, furti ai danni di fruttivendoli e tabaccai, minacce a guardie che si mettono di traverso alle scorribande dei malavitosi. In tutto 34 reati-fine contestati.

La nascita del sodalizio criminale è individuata nell’affiliazione di cinque detenuti baresi, avvenuta tra il 1883 e il 1884 per opera di alcuni camorristi napoletani. La malavita mutua dalla camorra, come ricostruito da un minuzioso rapporto del questore, gran parte delle regole: dalla gerarchia alla ripartizione dei proventi, dalle sanzioni disciplinari ai doveri degli associati.

«Il procuratore del Re, cavalier Francesco Fino, incomincia la requisitoria mantenendosi quasi sempre calmo», annota il cronista. Premette che, sconfitto il brigantaggio, è la criminalità organizzata la piaga nazionale da debellare. Ne afferma «come cosa certa» l’esistenza in città. Chiede la condanna di tutti i 179 imputati, massimo della pena 15 anni 6 mesi e 20 giorni per Ginefra Giuseppe.
È l’avvocato Bovio a tenergli testa. Denuncia indebite pressioni mediatiche e definisce il processo «un immenso pallone splendidamente dipinto» ma destinato a precipitare: non si può dare un’associazione criminale con metà degli affiliati minorenni, «un’associazione di lattanti». E poi quali sarebbero i reati di siffatta malavita? Furti di lattughe, pomodori e cocomeri.

L’ultimo capitolo del libro non è dedicato alla sentenza (per quella ci si deve accontentare, in appendice, dell’elenco delle pene) ma alle conclusioni del Don Ficcanaso. Innocentiste, a dispetto dei primi articoli, par di capire per compiacere un’opinione pubblica che udienza dopo udienza ha solidarizzato con i malviventi locali. E che in fondo si riconosce nell’esclamazione di una donna del popolo alla vista degli imputati: «Digghe ìì ca ce stève la fatiche, chidde povre file de mamme non facèvene le magabbùnde», «Io dico che se ci fosse stato lavoro, quei poveri figli non avrebbero fatto i vagabondi».