sabato 27 maggio 2017

Il mistero dell’ufficio Apple nel centro di Berlino

lastampa.it
andrea nepori

Nell’ufficio della capitale tedesca lavorano ingegneri ed esperti di mapping. Siamo andati a dare un’occhiata, ed ecco cosa abbiamo scoperto



L’unica prova della presenza di Apple nell’edificio è un campanello che riporta il nome dell’azienda. La scritta è stampata in Garamond, un font storico che l’azienda non usa più da tempo, almeno sulle confezioni dei prodotti, nelle pubblicità e sul suo sito. Il palazzo di uffici al civico 34 di Markgrafendamm affaccia su Gendarmenmarkt, nota piazza del centro di Berlino. Davanti alle finestre dell’ufficio Apple al secondo piano si staglia la Neue Kirche, il “Duomo Tedesco” che fa da contraltare al “Duomo Francese”, dall’altra parte della piazza. In mezzo, la statua a Friedrich Schiller e la Konzerthaus.

Quali ruoli ricoprano i dipendenti Apple assegnati a questo ufficio rimane ufficialmente un mistero, ma le ipotesi più accreditate parlano di mansioni top secret legate a Project Titan, l’iniziativa per lo sviluppo di un sistema di guida autonoma a cui Cupertino lavora da almeno un paio d’anni.
L’unica certezza, come conferma a La Stampa una fonte che lavora nel settore tech a Berlino, è che Apple ha fatto razzia degli ingegneri di Here, in particolare di quelli che l’azienda aveva integrato dopo l’acquisizione della berlinese Gate5, nel 2006.

Here sviluppa soluzioni di mapping e geolocalizzazione orientate al settore automobilistico. Fino al 2015 era gestita da Nokia, ma a seguito della ristrutturazione post-Microsoft dell’azienda finlandese Here è finita sotto il controllo di un consorzio di cui fanno parte Volkswagen Group, Daimler e BMW. Apple ha approfittato della situazione di incertezza legata al passaggio di proprietà per acquisire senza eccessivo sforzo ingegneri esperti del settore GIS (Geo-Information Systems), hanno spiegato le fonti.

L’informazione corrobora un precedente report di Business Insider, secondo cui Apple aveva deciso di aprire un ufficio a Berlino esattamente a questo scopo. Ad ulteriore conferma, basta una semplice ricerca su Linkedin: i dipendenti Apple attivi nell’area di Berlino che non lavorano per l’Apple Store della capitale sono quasi tutti ingegneri informatici. Almeno otto curricula indicano un precedente impiego presso Here.



Fuori dal palazzo alcuni dipendenti di un’altra azienda ci confermano che Apple si è trasferita nell’edificio da più di un anno: «li vediamo andare e venire, ma non conosciamo nessuno in particolare e non possiamo dire di più». Anche nel settore tech la presenza di Apple non era un segreto. «Lo si sapeva già da un po’», conferma una fonte. Un segreto di Pulcinella, insomma, «ma c’è sempre stata un po’ di riservatezza anche da parte dei dipendenti di altre aziende». L’impressione è che ad Apple non servano troppe NDA (che pure tutti i dipendenti hanno firmato, accettando clausole stringenti) per mantenere un segreto.

BusinessInsider, che per prima ha rivelato l’indirizzo dell’ufficio, ha inseguito l’informazione per mesi prima di scoprire l’indirizzo quasi per caso, confermandolo grazie ad un dipendente dell’Einstein Cafè all’angolo della strada. Ciò nonostante l’ufficio di Apple non è protetto da particolari protocolli di sicurezza. Basta aspettare che qualcuno esca dalla porta principale per accedere all’atrio di ingresso del palazzo; al secondo piano si può arrivare condividendo l’ascensore con chi abbia la scheda abilitata per salire al livello giusto.

Ci abbiamo provato, da bravi 007 della domenica, ma siamo stati costretti ad annullare la missione per l’assenza di un vettore ignaro da sfruttare per l’ascesa al piano. Rimane insomma il mistero su cosa succeda davvero nell’ufficio di Apple a Berlino, l’unico in quest’area della Germania (la sede tedesca dell’azienda è a Monaco). Da fuori e dalla scalinata della Neue Kirche non si può scorgere nulla. Le tapparelle nere coprono interamente le finestre del secondo piano: celano l’interno degli uffici dagli occhi dei curiosi. E privano i dipendenti che vi lavorano di una vista da cartolina su una delle piazze più suggestive di Berlino.

Frodi online: in calo per i clienti delle banche, ma attenzione agli smartphone

lastampa.it
carola frediani

Nuove misure di sicurezza limitano le frodi informatiche ai clienti di istituti di credito. Ma restano vulnerabilità nelle app, mentre il mobile è sempre più preso di mira dal malware



Le frodi informatiche a danno di clienti delle banche sono in calo in Italia. È quanto sostiene una indagine di Abi Lab, il consorzio per la ricerca e l’innovazione dell’Associazione Bancaria Italiana, diffusa in questi giorni a margine di un convegno su “Banche e Sicurezza” tenutosi a Milano. Dove non sono mancate preoccupazioni per un sistema finanziario che a livello internazionale negli ultimi anni è stato spesso preso di mira dalla cybercriminalità più organizzata, anche con colpi clamorosi . E tuttavia nel nostro Paese, almeno per quanto riguarda le frodi perpetrate contro i clienti degli istituti, gli ultimi dati diffusi dalle stesse banche sembrano essere rassicuranti.

I DATI DELLA RICERCA ABI
Nel 2016 gli importi associati a transazioni anomale su tutta la clientela sono infatti calati del 34,4 per cento rispetto all’anno prima. Diminuiti i clienti che hanno subito un danno economico (1 su 50mila) a causa di frodi informatiche. E calo anche più sensibile per le imprese (una su 17mila).
Restano diversi i meccanismi di attacco usati a seconda che si tratti di clientela al dettaglio o di aziende. Nel primo caso la maggioranza dei furti di identità avviene con tecniche di phishing (invio di una e-mail al cliente per carpire dati riservati come il numero di carta di credito o la password di accesso al servizio di home banking). Nel secondo caso attraverso campagne di diffusione di software malevoli, malware.

L’IMPORTANZA DI UN’AUTENTICAZIONE FORTE
In questo scenario ha aiutato la diffusione di meccanismi di autenticazione forte per l’home banking. Che non costituiscono uno scudo inscalfibile contro tentativi di truffe più evolute, ma comunque aiutano. Per cui gli utenti dovrebbero esigere di poter sempre disporre di tali servizi. Tanto più che “dal 30 settembre 2016 le banche sono obbligate a usare una autenticazione forte per i clienti”, commenta a La Stampa Romano Stasi, segretario generale di Abi Lab. “Ogni utente deve usare un fattore aggiuntivo alla password per autorizzare la disposizione di operazioni bancarie”.

E nel caso in cui però avvengano operazioni non volute sui propri conti come bisogna comportarsi? “Consigliamo all’utente di attivare il servizio di avviso via sms per accorgersi subito di anomalie; e nel caso di transazioni non volute avvisare subito la banca e poi fare denuncia. I tempi di reazione sono importanti, quanto prima la banca riceve comunicazione di una operazione fraudolenta tanto più aumentano le possibilità di bloccarla”, commenta ancora Stasi. “L’attuale normativa prevede che le banche rimborsino il cliente a fronte di operazioni illecite a meno che non si dimostri che ci sia stata una particolare negligenza da parte sua”.

Per quanto riguarda gli attacchi diretti alle banche, che in alcuni casi in altri Paesi sono riusciti a compromettere transazioni sul sistema di messaggistica interbancario Swift, resta l’allerta fra gli addetti ai lavori. “Nel caso del network Swift, se suoi singoli punti sono esposti su internet, ci dobbiamo interrogare se sia un modello ancora valido oggi”, ha dichiarato al convegno su Banche e Sicurezza Gino Giambelluca, titolare della divisione su sistemi di pagamento e infrastrutture della Banca d’Italia.

“Tuttavia da questo punto di vista l’infrastruttura italiana resta solida”, ha commentato in seguito con La Stampa. “Vero è che mentre i microchip hanno diminuito le frodi fisiche, quelle online negli ultimi anni sono cresciute”. Ma la nuova direttiva europea sui servizi di pagamento nel mercato interno (PSD2), che deve essere recepita entro il gennaio 2018, dovrebbe rendere ancora più stringente l’adozione di un’autenticazione forte. “L’autenticazione dovrà essere legata anche a quel dato importo e beneficiario”, spiega Giambelluca.

Se dunque le normative stanno diventando più efficaci, va detto che anche frodi e cybercrimine tendono a evolvere rapidamente. E l’attenzione resta alta soprattutto per app e dispositivi mobili. Lo dimostra una recente ricerca condotta dall’università di Genova e un suo spinoff di nome Talos, che hanno sviluppato un sistema per identificare vulnerabilità note presenti nelle app. E lo hanno poi applicato anche alle app di mobile banking di una ventina fra i maggiori istituti bancari italiani. Sono emerse “vulnerabilità pervasive e anche gravi, indipendentemente dalle dimensioni della banca”, commenta Alessandro Armando, professore al Dipartimento di informatica (DIBRIS) dell’ateneo genovese.

“Va detto che finora non ci sono state segnalazioni sull’effettivo sfruttamento di tali vulnerabilità. Ma nel peggiore dei casi potrebbero permettere a un attaccante di effettuare operazioni fraudolente sul conto di un utente. Ci sono app che comunicano col server della banca non usando protezione crittografica, ma essendo una app, diversamente dal browser (dove in caso di crittografia compaiono l’https e il lucchetto, ndr) l’utente non se ne accorge. Altre volte la crittografia c’è ma l’app esegue male la verifica dei certificati”.

Le app sono il ventre molle della sicurezza su mobile anche da un altro punto di vista. Perché possono veicolare direttamente del malware, anche ransomware. “È il problema delle fake apps, app finte che si scaricano da mercati di terze parti, che si presentano come giochi, o distributori gratuiti di contenuti che altrove sono a pagamento o pornografia”, commenta a La Stampa Aaron Visaggio, professore di sicurezza informatica all’università del Sannio. Dove nell’ultimo anno hanno raccolto un migliaio di ransomware per Android, se si tengono conto anche piccole variazioni di codice.

“Tuttavia, anche se nascono come ransomware, spesso non cifrano i dispositivi mobili perché non è un’operazione così efficace come su pc. Fanno invece esfiltrazione di dati”. In particolare credenziali di servizi online.

Di chi sono i Big Data?

lastampa.it
enrico forzinetti

Nell’attesa di un intervento normativo sull proprietà intellettuale, le aziende si danno dei codici etici per il trattamento dei dati grezzi, fondamentali per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Ne parla l’avvocato Tommaso Faelli, partner di BonelliErede



L’intelligenza artificiale non potrebbe esistere senza basarsi su una mole di dati grezzi. I cosiddetti big data vengono raccolti attraverso comportamenti online, scatole nere nelle auto, uso della carta di credito, utilizzo dei dispositivi indossabili, solo per citare alcuni esempi. Ma questi dati assumono valore soltanto una volta elaborati attraverso la statistica. Per arrivare a questo risultato ci sono molti attori in gioco.

C’è chi ha realizzato l’intelligenza artificiale, chi ha messo a punto la tecnologia, chi l’ha sfruttata, chi ha messo a disposizione un cloud per conservare le informazioni. Il nodo cruciale è capire se la proprietà intellettuale sul dato esista soltanto al termine del processo di analisi statistica o se intervenga già prima.

A CHI APPARTENGONO I DATI?
«Il diritto di proprietà intellettuale implica un beneficio economico indiretto. Se viene riconosciuto solo a partire da un certo punto, ne hanno un vantaggio soltanto coloro che stanno a valle - spiega Tommaso Faelli avvocato partner dello studio BonelliErede - La legge però deve essere equilibrata: sarebbe bello che tutti partecipassero alla catena di valore. Ma allargando troppo i benefici c’è anche il rischio di rallentare lo sviluppo economico».

La questione da risolvere è legata all’esistenza di una proprietà intellettuale sui dati grezzi. L’Unione europea ha avviato da qualche mese un dibattito su questo tema che porterà a un nuovo intervento normativo. Ma in attesa di nuove leggi le grandi aziende si stanno dotando di codici etici stringenti. Anche perché le persone sono diventate sempre più consapevoli del valore dei dati generati dal loro comportamento.

COME SI MUOVONO LE AZIENDE
«Le compagnie o utilizzano dati per la profilazione offrendo in cambio servizi gratuiti, oppure fanno pagare questi ultimi ma senza profilare gli utenti - prosegue Faelli, ospite del Wired Next Fest 2017 in corso a Milano - La tendenza è quella di rimanere all’interno di limiti molti rigidi, a volte più di quelli imposti dalla legge: per le aziende avere una precisa immagine conviene nel lungo periodo rispetto a comportamenti redditizi nell’immediato, ma poco etici».

In ogni caso deve poi venir rispettato un principio fondamentale: l’utilizzo legale di un dato può avvenire soltanto se l’utente ne è consapevole. «Le persone prima di accedere a un’app devono conoscere in maniera chiara come e quali dati vengono e verranno trattati per la loro profilazione - aggiunge Faelli- Non esiste alcun consenso implicito e le applicazioni devono essere anche graficamente semplici da comprendere. Questo lo prevede la legge»

LIMITI ALL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE
C’è poi un discorso legato ai limiti imposti allo sviluppo dell’intelligenza artificiale attraverso la raccolta di questa mole di dati grezzi. Dati che sono fondamentali anche per la creazione di modelli statistici più efficienti in grado di restituire servizi migliori, come nel caso della sanità, oppure più convenienti, ad esempio nell’ambito commerciale.

Per questo motivo da una parte non si può pensare di imporre maglie troppo strette all’utilizzo di questi algoritmi: il rischio è frenare il benessere collettivo e lo sviluppo economico, che spesso si basano anche sull’imprevedibilità dei risultati e sull’incognita. Dall’altra servono però paletti ben precisi.

«Sono ad esempio vietate decisioni totalmente automatizzate e robotizzate per questioni con impatto sulla persona, come ad esempio l’accesso ai servizi fondamentali- conclude l’avvocato Faelli - In questi casi l’utente deve aver sempre la possibilità di parlare con un altro individuo per comprendere le decisioni di un algoritmo di non puntare su di lui perché considerato non conveniente».

A bordo dell’anatra che sbarcò in Normandia e liberò l’Europa

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valentina frezzato

Meeting ad Alessandria nel nome della storia. Il mezzo Usa è uno dei 60 veicoli da scoprire



Quelle foto in bianco e nero, con generali fieri a bordo di cingolati e jeep, le hanno sfogliate tutti, sui libri di storia e in migliaia di pagine web che parlano di guerre contemporanee. Nella Cittadella di Alessandria, oggi e domani, ci saranno almeno 60 possibilità di «entrare» nella storia, ammirando quei carri armati e quei mezzi speciali dal vivo, saggiandone la carrozzeria, addirittura salendoci sopra. Al posto di guida, ci si può proiettare indietro di 70 anni, fortunatamente in un contesto pacifico e tranquillo.

L’associazione bersaglieri
Fra i mezzi presenti al raduno organizzato dall’associazione nazionale bersaglieri, sezione «Franchini», con la collaborazione del Imvcc di Torino, ci sono anche gli anfibi utilizzati per lo sbarco in Normandia: sono i Dukw, gli «anatra», arrivati sulle spiagge di Omaha e Utah con le truppe e con i rifornimenti per la prima linea. Di questi mezzi quel giorno ce n’erano oltre 700, mentre nella Cittadella se ne troveranno decisamente meno, ma ci si potrà rendere conto di come fu progettato lo scafo, dell’unica elica che permetteva il movimento in acqua e dello spazio che, se pur piccolo, bastava per 25 uomini equipaggiati, cioè con armi e munizioni, oppure per il trasporto di un cannone anticarro da 57 millimetri. 

Nella piazza d’Armi della fortezza - il primo luogo dove sventolò il tricolore italiano - ci saranno anche le Jeep Willys, l’utility truck diventato iconico dopo la liberazione di Roma. Era 4 giugno 1944 e i primi esploratori americani entrarono in città così, a bordo di questi mezzi utilizzati su larga scala durante la Seconda guerra mondiale. Accanto, si può trovare anche qualche Kübelwagen, stesso periodo ma tutt’altro fronte: fu il mezzo utilizzato dal generale Erwin Rommel per dirigere gran parte delle operazioni della campagna in Nord Africa, dal 1941 al 1943.

Aerei e carri armati
In più: carri armati, elicotteri, persino aerei che sorvoleranno la Cittadella durante l’alzabandiera di domani mattina. «È la prima volta che succede - spiega Pietro Bologna, presidente della «Franchini» - e ne siamo orgogliosi». Quest’anno, anche la presenza dei paracadutisti. Il programma è fitto: alle 10,30 la formazione della colonna e partenza per il percorso panoramico, dalle 14 esposizione dei i veicoli. Poi si potranno visitare fortezza e Museo delle uniformi storiche.
All’aperto, invece, i banchi della borsa-scambio di militaria. Dalle 16 escursioni con i veicoli nei fossati, visitando le strutture difensive della fortezza. E domani si replica.

Requiem per la Padania

lastampa.it
mattia feltri

Radio Padania chiude le trasmissioni e si trasferisce sul web. Era l’ultimo pezzetto di Padania. Avevano già chiuso il quotidiano La Padania e Tele Padania. Era durato un’estate di noia il Parlamento della Padania. Di Miss Padania non si hanno notizie da secoli, e pure della nazionale di calcio della Padania. Sono rimasti progetti psichedelici i giudici della Padania e la moneta della Padania. La Banca della Padania, poi, è finita peggio di Banca Etruria. Era tutta una spassosa paccottiglia tenuta in piedi, con ampolle di acqua mistica e riti celtici, per dare ossigeno a un’idea visionaria e profetica, che soltanto da Bologna in giù non si riusciva a capire.

La fine della Guerra fredda e della Prima repubblica imponevano nuovi assetti, politici e geografici, in cui il concetto di nazione non aveva più senso. Roma ladrona significava la cancellazione dei confini, di modo che il Nord andasse dove lo portavano i sentimenti e i commerci, verso L’Europa centrale, verso accenti più gutturali e più familiari. La Lega di Umberto Bossi detestava Gianfranco Fini e Jean-Marie Le Pen perché erano i custodi della patria, cioè di un mondo sepolto. Matteo Salvini, che si è fatto un nome e un elettorato dai microfoni di Radio Padania, ieri era a Palermo. Ha ripetuto «Nord e Sud uniti». È alleato con la destra di Giorgia Meloni e ammira Marine Le Pen, che continuano a essere custodi della patria, ora disseppellita. Avrà ragione lui, visti i sondaggi. La Radio chiude, la Padania non c’è più, e qui è di nuovo tutto Novecento. 

venerdì 26 maggio 2017

Blok, la custodia anti hacker

ilgiornale.it



L’idea è di una giovane startup del Veneto: difendersi concretamente dagli hacker e dalla violazione della privacy personale grazie a una protezione che si chiama Blok (www.blokindustries.com) ,  un accessorio che serve a schermare gli apparecchi sempre più potenti e vulnerabili alle intrusioni. Insomma uno schermo contro gli hacker, ma anche contro le onde elettromagnetiche emesse da telefoni e tablet: per questo è stata messa a punto una custodia in alluminio che rende inattaccabile i nostri device. Blok, con la sua tecnologia, deriva direttamente dagli apparati professionale in uso in ospedali,  laboratori di ricerca e tra le forze armate.

blok-

La caratteristica principale è la doppia funzione, cioè la possibilità di schermare parzialmente – eliminando le onde nocive – ma lasciando attive tutte le funzioni del telefono e quella appunto che blocca ogni comunicazione. La custodia permette una perfetta schermatura dei telefoni quando è necessaria la privacy ed è anche dotato di una power bank per ricaricare il telefono. Ideatore del progetto è Giuliano Stochino Weiss, laureando in relazioni internazionali, con esperienze alle Nazioni Unite nel settore della sicurezza e della privacy personale.

Con lui il fisico Sebastiano Forner che ha curato gli aspetti tecnici e i test di laboratorio, e tre ragazze: Maria Scarogni, coordinatrice del progetto, Veronica Spano, responsabile del design, e Roberta Paulon che si occupa del marketing. Un progetto che ora è stato lanciato per la raccolta fondi sulle piattaforme americane di crowdfunding come Kickstarter (www.kickstarter.com/projects/1716084773/blok-the-high-tech-design-box-to-stop-hackers-and?ref=discovery).

Semaforo giallo, sanzionato il conducente che non ferma il veicolo

lastampa.it

Respinte tutte le obiezioni mosse da una donna. Ricostruito l’episodio: pare evidente che ella in tutta sicurezza poteva rallentare e fermare la corsa della vettura. Lo ha fatto proprio la vettura della Polizia municipale che era davanti a lei.

‘Verde’ al semaforo. L’automobilista, ancora lontano dall’incrocio, tiene la velocità, ma, una volta scattato il ‘giallo’, deve arrestare la propria vettura. A maggior ragione quando ha la possibilità di farlo in sicurezza, come testimoniato, in questo caso, dallo stop del veicolo della Polizia municipale gli era davanti. Legittimo, quindi, il verbale stilato dai vigili urbani (Cassazione, sentenza n. 11702/17, sez. VI Civile, depositata l’11 maggio).

Diligenza. Inutili anche in Cassazione le contestazioni mosse dall’automobilista sanzionata per «la prosecuzione della marcia nonostante la luce semaforica gialla». Inequivocabile il resoconto desumibile dal «verbale» relativo alla condotta imprudente tenuta dalla donna.
È stato accertato, difatti, che ella «aveva la possibilità di fermarsi in condizioni di sicurezza, tanto che i verbalizzanti, che la precedevano, si erano fermati».

E comunque, annotano i magistrati, «l’automobilista che impegna un incrocio disciplinato da semaforo, ancorché segnalante a suo favore luce gialla, non è esonerato dall’obbligo di diligenza nella condotta di guida» che «pur non potendo essere richiesta nel massimo, stante la situazione di affidamento generata dall’indicazione semaforica, deve tuttavia tradursi nella necessaria cautela riconducibile all’ordinaria prudenza e alle concrete condizioni esistenti nell’incrocio».

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Contributi

lastampa.it
jena@lastampa.it

I vitalizi dei parlamentari saranno ricalcolati in base al contributivo, che purtroppo non significa il contributo che hanno dato al Paese.

Da Enel uno stop alle telefonate-disturbo. Ecco come difendersi

lastampa.it
sandra riccio

Enel ha annunciato di non voler più chiamare al telefono i potenziali nuovi clienti per stipulare contratti di elettricità e gas, a partire dal primo giugno. La decisione campeggia anche sul sito della società dell’energia: «Le famiglie italiane, infatti, non sempre desiderano essere contattate da operatori che propongono nuove offerte e servizi» si legge. Poi viene anche chiarito che: «Da ora in poi i contatti telefonici saranno effettuati soltanto verso coloro che sono già clienti di Enel Energia e che hanno un rapporto consolidato con la società». 

E’ la prima decisione di questo tipo. Ora la speranza è che altre aziende, alcune già multate per le pratiche scorrette, seguano la stessa strada. Il fenomeno delle telefonate-disturbo è in crescita boom. Per il Codacons, negli ultimi cinque anni, le chiamate-selvagge sono più che triplicate. A questa pratica si somma quella altrettanto spiacevole del «porta a porta» che tante volte ha condotto a truffe e a brutte sorprese. 

I consumatori sono da tempo sul piede di guerra. Ora però, un passaggio contenuto nel ddl Concorrenza in esame alla Camera (e dove non dovrebbe subire modifiche) potrebbe aprire ancora di più alle telefonate-disturbo. Il passaggio, infatti, elimina il consenso preventivo alle chiamate promozionali e fa pensare a una nuova ondata di telefonate in arrivo. Per questo nei giorni scorsi è montata la polemica. Antonello Soro, Garante della privacy, si è detto «sconcertato e preoccupato». 
Enel ha giocato di anticipo. «Ora speriamo che anche altre società seguano l’esempio» afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.

I consigli dei consumatori
«Al di là del fenomeno più generale del telemarketing aggressivo e delle chiamate moleste per accaparrarsi nuovi clienti, infatti, i contratti di luce e gas sono troppo complicati per poter essere conclusi con una telefonata. Per questo invitiamo i consumatori a non sottoscrivere contratti senza essersi prima adeguatamente documentati» conclude Dona. Ecco di seguito qualche consiglio dell’associazione per difendersi al meglio dalle telefonate-disturbo: 

1) Non date mai il vostro consenso al trattamento dei dati, senza aver letto cosa state firmando.
2) Firmate solo il consenso obbligatorio, quello cioè necessario per fruire del servizio che vi interessa, evitando accuratamente di mettere altre firme (o flaggare caselle) per fini commerciali o per la cessione di dati a terzi che non devono essere obbligatori.
3) E’ nostro diritto sapere dove è stato reperito il nostro numero (cioè il soggetto a cui abbiamo ceduto i dati per usi pubblicitari). Il nostro consenso può essere revocato inviando una raccomanda A/R con la richiesta di cancellazione. Inoltre si può fare una segnalazione al Garante della Privacy o alla Polizia Postale.
4) Iscrivetevi al registro delle opposizioni. E’ gratis. Funziona però solo per i telefoni fissi.
5) Se quando alzate la cornetta, non sentite parlare (chiamate mute), riattaccate. Si tratta, solitamente, di un call center (la chiamata è effettuata da sistemi automatizzati e solo dopo che avete risposto viene passata all’operatore, sempre che ce ne sia uno libero). Nel dubbio, quindi, riattaccate. 
6) Se vi chiamano al telefono per vendervi qualcosa, riattaccate il telefono senza nemmeno salutare. Rispondere educatamente alle domande dell’operatore è rischioso. Potreste ritrovarvi abbonato vostro malgrado.
7) Mai dare i vostri dati al telefono. Mai dare, ad esempio, il Pod della luce o il Pdr del gas che trovate sulla fattura oppure il vostro codice fiscale. Se vi hanno detto che sono i vostri gestori, ma vi chiedono il Pod e Pdr, vi stanno truffando. I nostri venditori questi dati li sanno già e non hanno alcun bisogno di chiederveli.
8) Mai dire “Si” al telefono, perché potrebbero tagliare la registrazione della telefonata e far risultare che avete voluto accettare il contratto.

Un mondo migliore (di Insinna)

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mattia feltri

Quando un uomo è alla gogna, si possono fare due cose: stare con lui, per il semplice motivo che è alla gogna, oppure prenderlo e calci e sputi: in questo secondo caso il grande vantaggio è che l’uomo alla gogna è impossibilitato a difendersi. La seconda ipotesi è sempre la più praticata e stavolta ne ha fatto i conti Flavio Insinna, il conduttore Rai che diffondeva bonomia e buon senso campagnolo e poi è stato registrato mentre inveiva - fuori onda, e senza che lei sentisse - contro una concorrente troppo moscia («nana di m.»), colpevole di rovinargli l’audience. La registrazione è stata diffusa da Striscia la Notizia, che invece in audience ci avrà guadagnato. Che strana la vita: uno sbrocca per l’audience, e finisce col fare del bene all’audience della concorrenza.

Comunque, abbiamo scoperto che siamo tutti migliori di Insinna. Pare di vederla, la giuria popolare di internet (ah, se internet l’avesse avuto Stalin...), i milioni assisi sullo scranno a tastiera, lì tutto il giorno ad aspettare l’imputato di turno e poi emettere la condanna, che non prevede attenuanti generiche. Tutti giudici a cui nessuno, forse, ruberà un’arrabbiatura, una parolaccia, un’espressione di tenore razzista o sessista per cui trasferirli al banco degli imputati. La modernità è anche questo: ci ha armati di randello digitale, e randelliamo. Poi, se capita, fermiamoci a riflettere su un particolare: siccome Insinna aveva messo al macello una concorrente, noi abbiamo messo al macello lui. Si chiama legge del taglione. 

Patreon, l’alternativa a YouTube per i creativi del web

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andrea signorelli

La piattaforma che permette di supportare economicamente i creatori di contenuti ha raggiunto un milione di utenti paganti e 50mila autori di video, podcast, fumetti e non solo


Nel web sta prendendo piede un’alternativa al modello economico basato sui click e la pubblicità: un modello che prevede che siano direttamente gli utenti a versare una modesta cifra per godere dei contenuti che più apprezzano. La testa d’ariete che ha iniziato a smuovere le acque è il crowdfunding : le collette online già da qualche anno hanno dimostrato come molti progetti di genere diversissimo tra loro possono raccogliere i finanziamenti necessari, su piattaforme come Kickstarter o Indiegogo , cercando supporto economico nella massa di utenti del web. 

Un ulteriore passo avanti è stato compiuto nel 2013 con la nascita di Patreon : una piattaforma che, un po’ come YouTube, consente a tutti i creativi del web di produrre e pubblicare i propri contenuti; ma che, a differenza del servizio di videostreaming, non si limita a pagare le star più note in base ai ricavi pubblicitari, bensì consente agli autori di ricevere un micro-pagamento mensile e continuo (di solito 4/5 dollari, ma ci sono diverse possibilità) da parte di tutti gli utenti che apprezzano il loro lavoro.



Di questa piattaforma si è parlato parecchio quando la star di YouTube Philip DeFranco ha deciso di abbandonare il servizio di videostreaming – in seguito a polemiche sui pagamenti – per portare i suoi video di infotainment direttamente su Patreon, dove è rapidamente diventato l’autore più seguito, con oltre 15mila supporter disposti a versare un contributo mensile per vedere i suoi video. E con lui ci sono tutta una serie di videomaker, musicisti, scrittori, illustratori, podcaster e creativi di ogni tipo, per un totale di 50mila autori (35 dei quali guadagnano più di 150mila dollari l’anno , mentre circa un migliaio ricava sui 25mila dollari) supportati in totale da un milione di utenti.

Se su YouTube è necessario raggiungere platee vastissime per guadagnare, su Patreon è sufficiente costruirsi un piccolo seguito fedele: nel 2017 la piattaforma pagherà ai suoi autori un totale di 150 milioni di dollari; una cifra che ne mostra l’enorme crescita: nei precedenti tre anni di esistenza, il sito aveva corrisposto un totale di soli 100 milioni.

giovedì 25 maggio 2017

Gli hacker sfruttano i sottotitoli di serie TV e film per prendere il controllo del PC

lastampa.it
luca scarcella

Ricercatori israeliani hanno portato alla luce un nuovo attacco informatico: diverse le piattaforme di media player sensibili, tra cui VLC, Kodi, Popcorn Time e Stremio



Il team di ricerca di Check Point Software Technologies, società israeliana specializzata in cyber sicurezza, ha scoperto una nuova tipologia di attacco informatico che sta minacciando gli utenti dei più comuni media player, tra cui VLC, Kodi (XBMC), Popcorn Time e Stremio. Gli appassionati di serie TV e film in streaming rischiano di avere il proprio PC hackerato: come? Attraverso i file contenenti i sottotitoli.



Le modalità sono banali, eppure il meccanismo di attacco pare ben organizzato ed efficace: gli hacker confezionano sottotitoli malevoli, li caricano online e manipolano il ranking nei siti specializzati, rendendoli agli occhi degli utenti tra i preferiti e più attendibili della community. Gli utenti scaricandoli permettono agli hacker di ottenere potenzialmente il completo controllo del dispositivo con la piattaforma vulnerabile in esecuzione. Visto l’allarmismo delle ultime ore, i quattro media player sopra citati hanno rilasciato nuove versioni dei software per correre ai ripari. Per non essere infettati, occorre quindi aggiornarli, così da riconoscere in automatico la prima ondata del virus.

«La catena di distribuzione dei sottotitoli è complessa: ci sono 25 diversi format, tutti con caratteristiche e capacità uniche. Questo ecosistema frammentato, insieme alla limitata sicurezza, implica che vi siano molteplici vulnerabilità che possono essere sfruttate, rendendoli un target attrattivo per gli hacker - racconta Omri Herscovici, ricercatore di Check Point -. Abbiamo ora scoperto che i sottotitoli malevoli possono essere creati e distribuiti automaticamente a milioni di dispositivi, oltrepassando i software di sicurezza e dando a chi attacca il pieno controllo del dispositivo infetto e dei dati che contiene».

«Questo vettore d’attacco richiama quello utilizzato in occasione di ImageTragick (vulnerabilità critica nella funzionalità di conversione di immagini mediante librerie esterne di ImageMagick), attraverso il quale un attaccante esegue codice arbitrario tramite comandi inseriti in un’immagine appositamente predisposta e caricata su un determinato server da remoto - ricorda Gianluca Varisco, esperto di cyber sicurezza del Team per la Trasformazione Digitale - In questo caso abbiamo da un lato una numerosa comunità online che raduna gli appassionati di sottotitoli, e dall’altro una vulnerabilità che affligge alcuni tra i player multimediali più utilizzati, mettendo potenzialmente a rischio milioni di utenti. L’unico consiglio è quello di applicare il prima possibile gli aggiornamenti di sicurezza resi disponibili».

Scoppia la pace tra Apple e Nokia: da avversari a partner

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bruno ruffilli

Chiusa con un accordo la controversia legale sui brevetti: oggi le due aziende annunciano un accordo di collaborazione e i finlandesi volano in Borsa.

Litigano, poi fanno pace, litigano ancora, e alla fine diventano partner. Dopo un primo accordo di qualche anno fa sui brevetti, oggi Nokia e Apple annunciano la risoluzione amichevole di un’altra disputa, sempre in tema di proprietà intellettuale, e chiudono un contenzioso che risale allo scorso dicembre, quando l’azienda finlandese aveva denunciato la violazione di 32 brevetti, stipulando una licenza pluriennale. Nel quadro di un accordo di collaborazione, la multinazionale europea fornirà ora prodotti e servizi legati all’infrastruttura di rete a Cupertino, che continuerà a distribuire attraverso propri negozi (fisici e online) i prodotti di salute digitale di Nokia, presenti in precedenza sotto il marchio Withings, recentemente acquisito dalla casa di Espoo.

I dirigenti delle due aziende inizieranno inoltre a incontrarsi con regolarità, per fare il punto sull’efficacia della collaborazione. «Questo significativo accordo», ha spiegato Maria Varsellona, capo dell’ufficio legale di Nokia, «sposta la nostra relazione con Apple dall’essere avversari in tribunale all’essere partner d’affari che lavorano per il bene dei nostri clienti». A farle eco dall’altra parte dell’Atlantico è Jeff Williams, chief operating officer di Apple: «Siamo contenti per la risoluzione della disputa e non vediamo l’ora di allargare le nostre relazioni di business con Nokia».

Al momento i dettagli relativi all’accordo restano confidenziali, ma un comunicato congiunto segnala che l’azienda finlandese riceverà un anticipo in contanti da parte di Apple, con ricavi aggiuntivi che verranno incassati nell’arco dell’accordo stesso. Già nel 2011 le due società erano arrivate a un’intesa, dopo una battaglia legale sui temi della proprietà intellettuale iniziata nel 2009.

Lo scorso anno Nokia aveva portato in tribunale Apple, accusandola di aver violato decine di brevetti relativi a componenti hardware e software. In risposta, la società californiana l’aveva accusata di aver evitato di inserire alcuni brevetti negli accordi siglati tra le due società, così da obbligare Apple a pagare eventuali diritti per il loro utilizzo.

L’azienda finlandese possiede uno dei più nutriti portafogli brevetti del settore della telefonia mobile. »Siamo felici - commenta il ceo di Nokia, Stephen Elop - che Apple si sia unita al crescente numero delle aziende licenziatarie dei brevetti Nokia. Questo accordo dimostra che Nokia possiede un portafoglio brevetti di primo piano». Nel comunicato congiunto si legge che le due aziende hanno «regolato tutti i loro contenziosi legati alla proprietà intellettuale e hanno firmato un accordo di più anni»: la Borsa sembra apprezzare la pace e spinge il titolo di Nokia, che oggi guadagna il 6,52% e viene scambiato a 5,88 euro.

Vespa: niente tetto al mio compenso. In Rai scoppia il caso “Porta a porta”

lastampa.it
amedeo la mattina

I grillini: chiudere il programma. Nuovo Dg, ora spunta Cappon


Giornalista o artista? Bruno Vespa in Rai ha un contratto artistico, ma rischia di dover sottostare al tetto imposto ai giornalisti esterni

Chiudete Porta a porta, gridano i 5 Stelle. Tutto nasce da una presa di posizione di Bruno Vespa che non vuole finire sotto la mannaia del tetto degli stipendi (240 mila euro annui) che vale per i dipendenti Rai. Lui non è dipendente, ha un contratto artistico ma essendo un giornalista potrebbe subire la regola che vale per i giornalisti anche esterni all’azienda.

E allora il conduttore di Porta a Porta ha scritto alla presidente Maggioni e al Cda di viale Mazzini per esprimere la sua indignazione, rivendicando un trattamento economico da uomo di spettacolo. Difficile, sostiene, distinguere tra programmi di informazione e quelli di intrattenimento. E chiama in ballo il conduttore (collega?) di Che tempo che fa. «Tra un Fabio Fazio che si occupa di Falcone e un Bruno Vespa che fa un programma su Ballando con le stelle, chi è l’artista e chi il giornalista?». 

Bene, dicono i parlamentari 5 Stelle Alberto Airola e Dalila Nesci, finalmente Vespa ammette di essere un artista e che il suo programma è di intrattenimento. «Adesso sarebbe opportuno che l’azienda ne prendesse atto e smettesse di considerare “Porta a Porta” come un programma di informazione. Vespa rinnega definitivamente velleità giornalistiche, che in effetti mal celava. Chiediamo alla Rai di valutare la chiusura del programma».

E così è scoppiato un caso politico sulla natura di Porta a Porta, la trasmissione che è sempre stato considerata la “Terza Camera”, il salotto moderato della politica dove si è accomodato anche Beppe Grllo. A difendere Vespa e la sua trasmissione sono stati in tanti. Maurizio Lupi dice che i grillini non sanno cosa sia la libertà di stampa. Michele Anzaldi, portavoce di Renzi, parla di «editto grillino» e chiede l’intervento del presidente della Vigilanza Roberto Fico, che è il compagno di partito di Airola e Nesci (i parlamentari che hanno chiesto la chiusura di Porta a Porta). 

Una tempesta in un bicchiere d’acqua che vede al centro del vortice sempre la Rai che presto non avrà più un direttore generale. Antonio Campo Dall’Orto si è reso conto che non può più resistere: ha deciso di dimettersi e di comunicare la sua decisione all’azionista della Rai ovvero il ministro dell’Economia Padoan. Lo farà quando il responsabile di via XX settembre tornerà dal G7 di Taormina. Quindi la prossima settimana. Il piano dell’informazione elaborato da Campo Dall’Orto finirà nel cestino.

Era già stato bocciato dal Cda Rai anche nella parte che riguardava la testata web da affidare a Milena Gabanelli. Un progetto che sta a cuore ai 5 Stelle ma il consigliere di riferimento in Cda, Carlo Freccero, si era astenuto sull’intero piano. Freccero smentisce di essere stato criticato da Di Maio e Fico. «Se fosse vero - dice - mi farebbe onore: significherebbe che sono indipendente. Ma questa medaglia non posso averla perchè i 5 Stelle non mi chiamano mai».
Ora si cerca il nuovo direttore generale. Il nome che gira è quello di Claudio Cappon, che ha ricoperto questo incarico dal 2001 al 2002. 

Caro Vecchioni, fieri di essere degli imbecilli

ilgiornale.it
Massimiliano Parente - Mer, 24/05/2017 - 08:56

Il cantautore insulta chi non sfila con gli immigrati. E tace sugli estremisti



Oh, ma quanto saranno carini e lucidati ogni giorno i pulpiti delle anime belle della militanza buonista? Accendi la televisione e c'è una predica da Fabio Fazio di Veltroni, cambi canale e senti Vecchioni offendere chiunque non abbia partecipato alla marcia a favore dei migranti, il corteo contro la Schiavitù.

La sintesi è questa: solo gli imbecilli possono essere contrari, e ne consegue che l'Italia è formata da imbecilli in quanto chiunque non abbia partecipato lo è. Sfortuna vuole che il guru Vecchioni non faccia in tempo a dare degli imbecilli a tutti e l'indomani un altro islamico si fa saltare in aria uccidendo decine di persone.

Che c'entrano le due cose? Butto lì qualche ragionamento sicuramente imbecille: anzitutto mi piacerebbe vedere una fluviale marcia di musulmani (diciamo qualche milione) che protestano contro l'integralismo islamico, o almeno capire perché non ne organizzano una, magari sono degli imbecilli, dovrei chiederlo a Vecchioni. Ammenoché non sia imbecille io ad aspettarmi una bella protesta musulmana, ma allora, considerandone l'assenza, significa che i musulmani stanno zitti zitti nei confronti dell'Isis?

Che sono complici? Collaborazionisti? Magari addirittura imbecilli? No, perché è imbecille dirlo: bisogna distinguere, dialogare, comprendere, spaccare il capello in quattro. In ogni caso mai dare dell'imbecille a un islamico. Anche quando ci mettono le bombe sotto al culo contare fino a dieci, precisare che quello non è l'Islam, che bisogna accogliere tutti fino a scoppiare, perché sono buoni, perché siamo tutti buoni.

Insomma, Vecchioni è uno tra i pochi illuminati, non è imbecille per niente. Magari è pure vero, se continuiamo a considerarlo un maître à penser. Che forse dovrebbe chiedersi se gli altri, questi imbecilli che non ci sono, non abbiano le loro ragioni, anche perché non sono benestanti come lui e in fondo l'immigrazione selvaggia è una guerra tra poveri. Poveri, e pure imbecilli.

Alla fine ha ragione Salvini quando accusa Vecchioni di essere solo un riccone, perché a sentirli parlare, il milionario Fazio, il milionario Veltroni, il milionario Saviano, sembrano tutti poverissimi e sensibilissimi e pronti ad affrontare qualsiasi pericolo pur di cambiare il mondo mentre l'unica cosa a cambiare per adesso è la loro dichiarazione dei redditi. Quindi, forse, sono i più cinici: sanno che i buoni sentimenti rendono bene.

I poverelli d’Assisi

lastampa.it
mattia feltri

Siccome in natura e quindi anche in politica nulla si crea e nulla si distrugge, non c’è niente di strano né di nuovo nell’ispirazione che Beppe Grillo conta di trarre da San Francesco d’Assisi. E gli sembrerà straordinariamente rivoluzionario, come tutto ciò che gli passa per la testa, senza verificare che non sia già passato per la testa di altri.

E che teste. Silvio Berlusconi diceva che «il ruolo dell’Italia si colloca nell’eredità religiosa di San Francesco»;

Gianfranco Fini trovava molto francescana la guerra all’Iraq perché «San Francesco non condannò l’uso delle armi per legittima difesa»;

Sandro Bondi si sentiva affratellato a Fausto Bertinotti «nel nome di San Francesco»;

Piero Fassino affrontava il dovere quotidiano «col conforto del ricordo di San Francesco»;

Pierferdinando Casini contava di rifarsi alla fede di San Francesco «nella ricerca del bene comune»;

Massimo D’Alema lo citò ad Assisi come impegno personale (un po’ disatteso), «non dobbiamo crederci il centro del mondo»;

Umberto Bossi scrisse sulla Padania che la vita di San Francesco ormai guidava più la Lega che il Vaticano;

Mario Monti riteneva San Francesco modernissimo, «e deve diventare l’esempio del mondo di oggi»;

Giorgio Napolitano intendeva «riaffermare i valori di San Francesco nel mondo». In fondo per un politico indicare San Francesco per modello è come per un giornalista indicare Indro Montanelli e per un magistrato Giovanni Falcone: un bel modo di cavarsela quando non si sa più a che santo votarsi. 

Twitter si scusi per l'Isis, non per Trump

ilgiornale.it
Francesco Maria Del Vigo - Lun, 22/05/2017 - 08:26

Le scuse (inutili) di Twitter & Co.



Ci voleva Trump perché i big della rete si accorgessero che il web è diventato un Far West nel quale ognuno può sparare le prime cavolate che gli passano per la testa.

Ci voleva Trump. Presidente bizzarro sì, ma democraticamente eletto dal popolo americano. Non bastavano i video di ragazzi bullizzati, i ricatti sessuali, le violenze private sbandierate pubblicamente, i filmati di sgozzamenti, i tutorial per sbudellare gli «infedeli» e i milioni di link che rimandano a pratiche e manuali di terrorismo. Evidentemente non erano abbastanza per vellicare le anime belle della Silicon Valley. Riavvolgiamo il nastro. Ieri sul New York Times Evan Williams, cofondatore di Twitter, si batte pubblicamente il petto: se Trump ha vinto grazie al mio social network, chiedo scusa. Per poi chiosare amaramente che internet è guasto, non funziona più, è morto (ma va!). Un luogo virtuale pieno di imbecilli reali. Parzialmente vero.

Così com'è innegabile che se entriamo in un qualunque bar del mondo possiamo trovare una simile quantità di cretini. Perché la rete è divenuta la mimesi - a tratti caricatura - del mondo reale, un'appendice della quotidianità, un arto ormai non amputabile del nostro corpo. Certo, i padri fondatori di tutte le reti del mondo, pensavano di creare un paradiso digitale che unisse tutto il mondo nel nome della comunicazione e della fratellanza universale. Un bel sogno cyberhippy fatto di bit e innaffiato con Lsd. Ma soltanto un sogno, appunto. Dal quale i signori del web sembrano essersi svegliati tardivamente. E con il piede sbagliato.

Riportiamo la questione alle nostre latitudini. Perché il problema del web non è solo un cruccio per filosofi attorcigliati alle loro riflessioni. Pochi giorni fa tre agenti sono stati aggrediti alle otto di sera alla stazione centrale di Milano. L'aggressore, come è noto, era un italiano di origini tunisine, noto alle forze dell'ordine e probabilmente all'inizio di un percorso di radicalizzazione islamica. Lo dimostrerebbe anche un video, preso da YouTube e pubblicato su Facebook dal ragazzo lo scorso 24 settembre, con in calce un commento che lascia poco spazio all'immaginazione: «Il miglior inno dell'Isis». Ora, com'è possibile che un soggetto sotto la lente delle forze dell'ordine lasci tracce così visibili di radicalizzazione senza che nessuno se ne accorga?

Ma, soprattutto, come è possibile che né Facebook né YouTube segnalino e rimuovano questi contenuti? Il profilo del ragazzo è stato chiuso il giorno del suo arresto, ma il video dell'inno al Califfato è ancora lì che galleggia nell'oceano della rete, insieme ad altre migliaia di filmati prodotti dai seguaci della bandiera nera. Invece il problema è Trump. Forse i signori della rete così occhiuti nel controllo e nella censura del politicamente scorretto, dovrebbero cercare anche di impedire alle truppe dell'Isis di imperversare sulle loro autostrade digitali. Perché tutto quello che è virtuale, prima o poi diventa reale.

"Le donne non parlino italiano sennò aprono le gambe a tutti"

ilgiornale.it
Rachele Nenzi - Mer, 24/05/2017 - 17:59

L'inchiesta choc sulle famiglie musulmane in Italia. Le donne islamiche non possono parlare né integrarsi: "Non ce ne frega niente"



Cosa impedisce alle donne islamiche di parlare italiano? Molte donne, infatti, rimangono sempre in gruppo tra loro e difficilmente si esprimono in pubblico.

Soprattutto se di fronte ad una telecamera. Striscia La Notizia, allora, ha provato a chiedere alle donne musulmane il perché di tanta reticenza. E le loro risposte fanno riflettere, e non poco, sul mancato desiderio di integrazione che hanno gli immigrati che arrivano in Italia. Alla faccia delle marce pro-immigrazione.

"Perché non parlate italiano", chiede l'inviata di Striscia ad una donna che preferisce rimanere a volto coperto. "Noi non restiamo qui per sempre, torneremo nel nostro paese", risponde la signora. In realtà, si tratta di una scusa per non ammettere che non c'è alcuna volontà di integrarsi. Un'altra ragazza, infatti, spiega che è da 10 anni che vive in Italia e "non ce ne frega niente di imparare l'italiano". E pio aggiunge: "Non ci interessa perché non siamo stabili qui". Quando la cronista le fa notare che dopo 10 anni in un Paese uno non può considerarsi solo in transito, la donna non fa una piega.

Poi però emergono altri elementi altrettanto inquietanti. Una ragazza infatti spiega di non aver mai imparato la nostra lingua perché "mio marito non vuole". Mentre un'altra aggiunge: "Non abbiamo nulla da imparare qui. Avete visto come vanno in giro le ragazze? Io ho due figlie, non esiste che le educhi qui. Questo Paese è sbagliato: se educo mia figlia qui finisce che apre le gambe a chiunque".
Come a dire: le occidentali sono tutte poco di buono. E la situazione non migliora quando l'inviata chiede agli uomini di spiegare come mai le donne non parlino italiano. "La donna è fatta per stare a casa", risponde un immigrato. "Mia moglie esce solo accompagnata da me, che parlo egiziano con lei", ripete un altro. E così addio a tutti i buoni propositi sull'immigrazione.

Sull’immigrazione ci stanno prendendo in giro

ilgiornale.it



Un blog sintetico per mettere in luce le assurdità della nostra politica sull’immigrazione, e le bugie che ci raccontano i nostri politici.

1) Circa un mese fa, prima ancora che scoppiasse lo scandalo delle presunte collusioni tra scafisti ed alcune ONG, ho suggerito un metodo per arginare una invasione che quest’anno ci potrebbe portare 200.000 nuovi migranti, che in buona parte non hanno diritto di asilo: lasciare che le navi delle ONG, che battono le bandiere più strane, facciano il loro lavoro, permettere loro se necessario anche di attraccare nei nostri porti , ma impedire poi lo sbarco a chi (cioè tutti) non ha i documenti in regola, visti compresi.

Non si comprometterebbe la sicurezza di nessuno, nel senso che una volta salvati dal mare quelli che ho chiamato “naufraghi volontari” non corrono più pericoli, si osserverebbe la legge che presiede agli ingressi nel nostro Paese e si inviterebbe poi i comandanti che, in buona fede o no, hanno provveduto ai salvataggi a sbarcare i migranti nel Paese dove le loro navi sono immatricolate (o, se preferiscono e glielo consentono, a tentare la fortuna in qualche altro porto mediterraneo.

Q ualcuno ha obbiettato che, una vota coinvolta la nostra Guardia costiera, noi ci assumiamo automaticamente la responsabilità di prenderci cura dei migranti, ma questo sarebbe vero solo se i salvataggi avvenissero nella zona a noi assegnata dalle convenzioni internazionali. Dal momento che non è così, e che comunque i nostri porti non sono i più vicini ai luoghi dei naufragi (sarebbero Sfax o La Valletta), il nostro intervento è puramente umanitario e non ci può obbligare a prenderci cura di tutti quelli che, sapendo in anticipo di essere salvati, si avventurano in mare con natanti non adeguati.

2) Il governo, sbandierando la creazione di nuovi centri di identificazione, cerca di farci credere che rimedierà all’invasione con l’accelerazione dei rimpatri. E’ una presa in giro. Con 7.000 persone che sbarcano in un solo weekend, non ci sono né i mezzi, né i soldi (oltre alla difficoltà di sapere in quale Paese rispedire la gente e di ottenerne l’assenso) per effettuare rimpatri allo stesso ritmo. Diciamo che andrebbe già bene se riuscissimo a rispedire a casa il 2-3% dei non aventi diritto all’asilo politico o alla protezione umanitaria.

3) Un’altra presa in giro è sostenere che si potrebbe impedire questa invasione investendo più soldi nei Paesi di maggiore emigrazione, il famoso Migrant compact inventato da Renzi. Come è possibile, in tempi relativamente brevi, creare in Paesi che hanno complessivamente centinaia di milioni di abitanti, che per giunta aumentano al ritmo del 2-3% l’anno, condizioni sociali e abbastanza posti di lavoro perché i giovani siano indotti a restarsene a casa. Ci vorrebbero decine, anzi centinaia di miliardi che nessun ha, oltre a una volontà politica che non mi pare ci sia in Europa. Qualunque cosa facessimo in questo senso farebbe certo contento papa Francesco e quelli che la pensano come lui, ma non fermerebbe certamente la marea migratoria.

Quindi, smettiamola di prenderci in giro. Se non vogliamo che, tra qualche decennio ci siano in Italia più africani che italiani, bisogna intervenire in maniera ben più energica, invece di farci dire da Juncker che stismo salvando l’onore dell’Europa. Il collega Gomez, l’altra sera in TV, ha detto che dobbiamo prepararci a gestire una immigrazione sempre più massiccia per i prossimi 25 anni.

Naturalmente non ha spiegato come (cioè con quali soldi, con quali mezzi e con quale capacità della popolazione di subire il fenomeno),perchè un come razionale non esiste. Altri Paesi sono riusciti a chiudere le porte, dobbiamo provare a farlo anche noi.

Attentatori arabi e figli di immigrati diventano improvvisamente “inglesi” o “francesi”: Storia di una narrazione ridicola

ilgiornale.it



Quando siamo esposti ad attentati jihadisti, purtroppo frequenti negli ultimi tempi, viviamo sempre più spesso il triste spettacolo messo in scena da molta stampa, intenta a precisare quasi fin da subito la nazionalità “europea” degli attentatori.

Capita così che i radicalizzati delle banlieue figli di immigrati tunisini diventino di colpo “francesi”, manco stessimo parlando di agricoltori bretoni; capita che l’attentatore di Manchester, figlio di immigrati libici, diventi immediatamente un “inglese”, una nazionalità annunciata con così tanto zelo e sicurezza che a prima vista e a primo udito qualcuno potrebbe davvero convincersi di avere a che fare con una sorta di Mr. Bean squilibrato, voglioso di farsi saltare per aria in qualche concerto.

La realtà è che a pensar male si fa peccato ma spesso ci si indovina, e questa serie di uscite di molti mass media, a voler a tutti i costi certificare la provenienza nostrana di molti attentatori sembra essere una strategia per inculcare la sensazione che non sono sempre gli immigrati a compiere attentati di questo tipo, ma che anche i residenti, gli inglesi, i francesi possono compiere questo tipo di gesto, con quella miserabile sofisticazione alla “vedi? Erano francesi! Erano come noi!”. Una specie di propaganda rassicurante per evitare di citare sempre il marocchino, il libico, il mediorientale.

Propaganda capace di smentirsi da sola, tuttavia. Se per questi cronisti, infatti, la provenienza culturale, geografica ed etnica è una sorta di camicia sostituibile alla bisogna, così come la cittadinanza e la nazionalità, sono gli stessi immigrati, anche radicalizzati, a mostrarci che le identità invece esistono eccome.

Esistono ed emergono in contrasto ad una immigrazione senza criterio, capace di stipare individui in periferie affollate senza la benché minima possibilità di emancipazione, in contrasto a quel mondo dipinto dai professionisti dell’accoglienza come spazioso, tollerante e pieno di opportunità, i cui lustrini spesso lasciano spazio alla desolazione e alla disillusione una volta che lo si vive in prima persona, notando quanto poco spazio spesso ci sia per l’emersione sociale ed una degna sopravvivenza.

L’identità, in situazioni di emergenza, diventa per molti immigrati l’unico motivo di orgoglio e di contrasto in un mondo lontano dalle fanfare a cui erano stati abituati. Non basta chiamare inglese un libico per farlo sentire un cittadino britannico, non bastano le ridicole manifestazioni a suon di gessetti, ponti e arcobaleni per risolvere le migliaia e migliaia di contraddizioni create da vent’anni a questa parte da una immigrazione sregolata, in cui una multiculturalità imposta in casa d’altri ha preso il posto di una più responsabile gestione multipolare del mondo, favorendo l’emancipazione dei popoli nelle loro terre e nelle loro case.

Anzi, proprio il fenomeno dello jihadismo fa spesso perno su un sentimento di odio nei confronti degli occidentali, visti come colpevoli e primi responsabili della crisi del mondo arabo e dell’attacco all’Islam. Spesso l’odio è addirittura culturale, con una repulsione verso quegli stessi miti portati in trionfo dai fautori del multiculturalismo, delle società aperte, laiche, democratiche. Un cortocircuito davvero terribile, ma veritiero, come se mezza stampa fosse impegnata ad appiccicare etichette di europeità ad un mondo che ne fa volentieri a meno, e che proprio nel contrasto con l’Occidente e nell’identità islamica trova ormai l’unica ragione di vita.

Questo gioco sulle nazionalità falsate e sulle identità negate, infatti, viene continuamente sbeffeggiato proprio da quegli stessi immigrati che di questo gioco al ribasso sull’identità non ne possono più e ne fanno volentieri a meno. Forse devono accorgersene solamente i grandi mass media, tanto bravi a chiedere spazio, ascolto e dignità quanto abili a distorcere percezioni, a promuovere narrazioni di parte.

Con buona pace di debunkers e sbufalatori professionisti, spesso rigorosamente silenti quando la grande stampa ci dipingeva le opportunità delle primavere arabe di pace e dei partigiani di democrazia del Medioriente, sarebbe interessante alzare una volta per tutte il velo da questo tipo di narrazioni inutili e ridicole, da questo infantile gioco sulle identità. Con buona pace di tutti, cominciando una volta per tutte a rintracciare cause ed effetti del dramma della radicalizzazione.

martedì 23 maggio 2017

Leggendario computer Apple I venduto a soli 110.000 euro

repubblica.it

Prezzo molto inferiore alle attese. A cinque anni dalla morte di Steve Jobs, l'aspettativa si è normalizzata", ha commentato Uwe Breker, il proprietario della casa d'aste

Leggendario computer Apple I venduto a soli 110.000 euro

BERLINO - Un esemplare del leggendario Apple I, il primo pc creato nell'aprile del 1976 da Steve Jobs e Steve Wozniak, che solo dieci giorni prima avevano fondato in un garage Apple Computer, è stato venduto all'asta in Germania per soli 110.000 euro, un prezzo molto inferiore alle attese.

A cinque anni dalla morte di Steve Jobs, "l'+hype+, l'eccesso di aspettativa, si è normalizzato", ha commentato Uwe Breker, il proprietario della casa d'aste che ha organizzato a Colonia la vendita del vecchio computer, un vero e proprio oggetto di culto diventato ormai praticamente introvabile. L'ultima vendita di un Apple I risale al 2013, quando venne ceduto per 560mila euro dalla stessa casa Breker, che stavolta, pur presentando un pc perfettamente funzionante, accompagnato da regolare fattura, libretto di istruzioni e attestati di proprietà, ha molto ammorbidito le sue richieste, prevedendo una forchetta iniziale tra i 180.000 e i 300.000 euro.

La storia dell'Apple I è ormai diventata leggenda poiché dalla progettazione di quel pc è nata un'azienda che ha rivoluzionato il mondo. L'idea non fu di Jobs, ma del suo compagno di studi e futuro socio Wozniak il quale, fin dal 1975, si era messo in testa di costruire un computer economico, assemblandolo con pezzi di varia provenienza. Un anno dopo finalmente ci riuscì avendo comprato, a un prezzo più basso di quello di mercato, un processore e avendo incontrato Jobs, tecnicamente meno bravo di lui ma dotato di gusto, tenacia e senso degli affari. Fu proprio il giovane Steve, appena 21enne, a procurarsi una commissione di 50 pezzi del preistorico pc da parte un piccolo negozio di informatica.

Nacque così Apple I che all'epoca costava 666,66 dollari, era collegabile a una tv  e aveva già il logo della mela morsicata. Nel '77 i due giovani lanciarono l'Apple II, più completo, dotato di testiera e grafica a colori e cambiano la storia dell'informatica. L'Apple I nel frattempo diventava un pezzo di antiquariato, nel mondo ce ne sono solo 8 ancora funzionanti e uno di questi rari esemplari venne comprato da John Dryder, un ingegnere californiano. "All'epoca - racconta oggi Dryden - quell'acquisto rappresentava una delle prime occasioni di possedere un vero pc. Io avevo lavorato con dei computer ma erano enormi, con gigantesche unità centrali.

E' stata dura decidere di metterlo all'asta - aggiunge - ma il momento è venuto... Sì, funziona ancora". Nel 1976 furono 200 gli Apple I messi in vendita da Steve Jobs e Steve Wozniak. L'acquirente dell'esemplare messo all'asta a Colonia è un ingegnere renano, che già possiede diversi computer d'antiquariato.

Cinque luoghi comuni sulla Grande Guerra e sul Regio Esercito

lastampa.it
andrea cionci


Dipinto di Armando Marchegiani

Ufficiali ottusi e incompetenti che mandavano inutilmente a morire i loro uomini; diserzioni di massa e fucilazioni spietate; Caporetto archetipo universale della disfatta … Sono diversi i luoghi comuni sulla Grande Guerra oggi sedimentati nella coscienza collettiva. Tuttavia, ad un’analisi attenta dei dati e dei documenti, emerge una realtà più complessa, in certi casi del tutto opposta e, di sicuro, meno pessimisticamente oleografica. In pochi sanno, ad esempio, che l’Esercito italiano, fu l’unico, tra quelli dell’Intesa, a rimanere costantemente all’offensiva fin dall’inizio della guerra. Ancor meno noto, il fatto che produsse le maggiori conquiste territoriali, così come si ignora che i Caduti italiani furono meno di quelli francesi, russi, inglesi, tedeschi, austro-ungheresi e ottomani.
Le origini di una vulgata storica
«Il cinema è l’arma più forte» recitava un motto del Ventennio, scolpito a lettere cubitali sulla facciata degli studi di Cinecittà. Paradossale è notare che proprio il cinema, negli anni ’70, avrebbe fatto a brandelli la visione eroica di una delle pagine di storia italiana cavalcata con più entusiasmo dalla propaganda fascista: la Prima Guerra mondiale, la guerra vinta. 


Uomini contro» (1970) del regista Francesco Rosi

Un film su tutti: «Uomini contro» (1970) del regista iscritto al PCI e dichiaratamente antimilitarista Francesco Rosi che, a sua volta, riportò su pellicola il romanzo «Un anno sull’altipiano» di Emilio Lussu. Questo scrittore era un fiero antifascista che aveva combattuto valorosamente nella bgt. Sassari durante la Grande Guerra, fino a raggiungere il grado di capitano. 


Emilio Lussu autore di “Un anno sull’altipiano”

Fondatore del Partito Sardo d’Azione (socialismo liberale) durante il Ventennio, fu mandato al confino a Lipari, da dove evase nel 1929. Nel 1936 prese parte alla Guerra civile spagnola, nel fronte antifranchista e, dopo l’8 settembre ’43, passò nelle file della Resistenza. Fu proprio nel ’36, al ritorno dalla Spagna, che - dietro invito del socialista Gaetano Salvemini - scrisse il suo libro più famoso. Non un diario di guerra scritto a caldo, dunque, ma un romanzo steso ben 18 anni dopo la fine del conflitto. Per stessa ammissione dell’autore, era un testamento politico scritto in aspra contestazione della guerra d’Etiopia voluta dal regime fascista.

Ecco, quindi, spiegate le numerose incongruenze nel testo che gli storici Paolo Pozzato e Giovanni Nicolli hanno evidenziato nel loro volume «Mito e antimito». «Una delle più evidenti trasformazioni ideologiche di Lussu – spiega Pozzato – si trova all’interno dell’episodio in cui un generale fa affacciare, al posto suo, ad una pericolosa feritoia, un soldato che viene immediatamente abbattuto dal nemico. L’episodio – così come viene narrato – non è mai accaduto, dato che, come risulta dai dati incrociati dei memoriali della Sassari, quella feritoia fu chiusa non appena si comprese che era pericolosa».

Facendo salvo il loro valore artistico, «Un anno sull’altipiano» e la sua trasposizione cinematografica «Uomini contro» restituiscono, in buona parte, un “condensato di atrocità” permeato da una visione emotiva e dai chiari intenti propagandistici, piuttosto che un panorama (anche statisticamente) obiettivo di ciò che fu la Grande Guerra per i soldati italiani.


Fucilazione dei disertori nel film «Uomini contro»

La questione dei disertori
Ad esempio, se, nel film, le scene relative ai disertori fucilati commuovono chiunque, è anche necessario sottolineare che le condanne emesse dai tribunali militari, stando ai numeri ufficiali, furono appena 750 su circa 5 milioni di uomini in armi, un dato che rivela il basso tasso di criminalità dell’Esercito Italiano. Fra queste condanne capitali, oltre alle imputazioni relative alla codardia di fronte al nemico, ve ne furono anche altre per crimini comuni. “

«Per quanto riguarda i fucilati spiega Davide Zendri, del Museo Storico Italiano della Guerra di Trento - il nostro istituto ha promosso un convegno, di cui sono usciti gli atti quest’anno. I soldati del Regio Esercito, nella stragrande maggioranza dei casi fecero sempre il loro dovere. Quanto alle condanne capitali, in altri eserciti alleati, come in quello francese, se ne comminarono grossomodo altrettante».

E’ pur vero che nel Regio esercito vigeva una severa disciplina, ma questo era dovuto a fattori che ne imponevano necessariamente l’adozione considerando il pericolo mortale che correva il Regno d’Italia, non solo per la guerra, ma anche perché il Paese, da poco unificato, era percorso da fermenti socialisti che ne minavano la coesione. Inoltre, il basso livello socio-culturale della truppa, formata per la maggior parte da contadini (che pure furono alfabetizzati dalle scuole reggimentali) richiedeva l’applicazione di regole chiarissime, con sanzioni dal forte potere deterrente. 

Una recente proposta di legge presentata da Gian Piero Scanu (Pd) intende riabilitare la memoria dei soldati fucilati per diserzione. Daniele Ravenna, consigliere di Stato e membro del Comitato di tutela per il patrimonio storico della Grande guerra del Mibact, in luglio, è stato convocato per un’audizione consultiva dalla Commissione Difesa del Senato, che esaminava la proposta, già approvata dalla Camera. «La questione – sintetizza Ravenna - è stata già ampiamente discussa in Francia e in Gran Bretagna. 

In Francia, il Senato ha respinto una proposta analoga al testo Scanu, mentre oltre Manica è stato addirittura il Regno Unito a perdonare i fucilati, ribadendo, quindi, pur dopo un gesto di magnanimità, la piena legittimità di quelle condanne. A parte lo sbaglio giuridico (la riabilitazione può applicarsi solo a una persona viva), l’errore è quello di voler rileggere con gli occhiali di oggi eventi di un secolo fa, legati a una situazione sconvolgente, oggi inimmaginabile. Come possiamo comprendere noi il clima in cui si svolgevano quegli eventi e quei processi sommari?

Un clima nel quale si è chiesto a milioni di uomini di mettere in gioco la propria vita, in cui era diritto e dovere di ogni ufficiale passare personalmente per le armi - senza alcun processo - il soldato macchiatosi di gravi colpe in faccia al nemico, con l’incubo delle insubordinazioni e diserzioni che avrebbero potuto compromettere la sopravvivenza dell’intera macchina militare italiana. Quanti, di quei 750 fucilati di cui abbiamo i documenti, erano, poi, colpevoli di reati gravissimi? Quanti hanno semplicemente ceduto a una umanissima paura, che però in quei momenti era una colpa altrettanto grave?» 

Uno degli argomenti utilizzati per respingere tali proposte di legge, all’estero, è stato anche quello secondo cui la parificazione dell’onore dei disertori con quello di chi, al contrario, dimostrò coraggio e abnegazione per la Patria, avrebbe creato un’evidente sperequazione.


Il generale Luigi Cadorna

Il famigerato Libretto rosso
Un’altra serie di cliché riguarda il generale Luigi Cadorna, maresciallo d’Italia e Capo di Stato Maggiore dell’Esercito dal luglio del ’14 al novembre del ’17. L’accusa che generalmente gli viene rivolta è quella di aver mandato i nostri soldati al massacro, utilizzando tattiche militari ormai obsolete. Spiega il Col. Cristiano Dechigi, capo dell’Ufficio Storico dell’Esercito: «Quella che è passata alla storia col nome di “libretto rosso” era un’istruzione generica diramata dal Gen. Cadorna nel 1915 dal titolo “Attacco frontale e ammaestramento tattico”. Conteneva dei precetti estremamente moderni e adeguati al combattimento di trincea che non si discostavano da quanto praticato negli altri eserciti dell’Intesa e degli Imperi Centrali. 



Il punto è che il dispiegamento delle trincee nemiche, nella maggior parte dei casi, non poteva prevedere altro che attacchi frontali, preceduti da bombardamenti di artiglieria volti a neutralizzare le difese avversarie, in un punto specifico, nel quale far poi irrompere la fanteria. In molti criticano l’attacco frontale, ma in pochi spiegano come si sarebbe potuto fare diversamente! 

Nelle disposizioni di Cadorna si percepisce una logica attenzione alla protezione dei fanti, che dovevano avvicinarsi ai trinceramenti nemici il più possibile al coperto, magari di notte, scavando trincee o, perfino, tunnel. Il fallimento delle offensive italiane nel 1915 fu dovuto in gran parte alla penuria di artiglierie capaci di aprire varchi nei reticolati e distruggere le trincee avversarie, e non alla tattica dell’assalto frontale in sé».

Un generale incompreso?
In «Luigi Cadorna - Una biografia militare», Pierluigi Romeo di Colloredo spiega come il generale piemontese fu l’unico capo di stato maggiore alleato a ragionare in termini di «guerra di coalizione» cercando di coordinarsi con i suoi omologhi dell’Intesa che, pure, non lo amavano. Anche la figura di autocrate, fautore di una disciplina crudele ed ottusa, che gli è stata attribuita, viene ridimensionata da Colloredo sulla base della corrispondenza di Cadorna con il governo.

I suoi «siluramenti» di generali e colonnelli, anche se produssero un clima di apprensione fra gli ufficiali superiori e generali, furono in gran parte giustificati e voluti nell’obiettivo di salvare le operazioni – e di conseguenza i soldati - dalla gestione debole, o incompetente, da parte di comandanti non all’altezza. La sua fiera indipendenza dalla politica e la sua gestione accentratrice, non erano del tutto immotivate, anche ricordando la sua brutta esperienza avuta nella battaglia di Custoza dove il comando militare, suddiviso fra Vittorio Emanuele II e i generali Cialdini e La Marmora aveva portato alla disfatta. 

Cadorna dimostrò di sapersi plasmare alle necessità del campo di battaglia e a lui, comunque, si devono i successi del Regio Esercito fino al ’17 con perdite, come già evidenziato, inferiori a quelle di ben sei tra le principali nazioni belligeranti. «Dapprima, la sua guerra d’assedio – continua il Col. Dechigi – riuscì vincente nel corso della sesta battaglia dell’Isonzo che portò alla conquista di Gorizia e del San Michele. Nel 1916, Cadorna cambiò nuovamente tattica: ordinò l’interruzione degli attacchi dopo i primi assalti ed il consolidamento del terreno conquistato, senza spingere oltre i reparti od insistere in attacchi già falliti. Nel 1917, allo scopo di ottenere un maggiore capacità di penetrazione nelle trincee nemiche, Cadorna acconsentì alla creazione dei primi reparti d’assalto, presto e meglio noti come Arditi». 


Caporetto, Le truppe tedesche avanzano lungo la valle dell’Isonzo

Le Caporetto degli altri e una nuova ipotesi
Anche la leggenda di un Capo di Stato Maggiore sorpreso dagli avvenimenti e incredulo circa l’offensiva nemica a Caporetto viene del tutto sfatata dallo studio fatto preparare dallo stesso Cadorna già nel giugno 1917 in previsione di un eventuale ripiegamento sul Piave. Il Generale applicò prontamente il suo “piano B” dopo Caporetto, salvando l’esercito e vincendo la battaglia di contrattacco con pochissime perdite. 

Si ricordi che furono solo la 2ª Armata ed il XII Corpo d’Armata della Zona Carnia, ad essere coinvolti nel disastro; le altre Armate (1ª, 3ª e 4ª) tennero molto bene e si deve a loro la vittoria nella battaglia d’arresto del novembre-dicembre 1917 che salvò l’Italia e l’Intesa. Se, infatti, l’Italia, fosse uscita dal conflitto, tutte le forze austro-ungariche si sarebbero riversate sul fronte francese alterando in modo decisivo i rapporti di forze tra Tedeschi e Franco-britannici, a tutto vantaggio dei primi.
Caporetto è stata tramandata, forse con quel tipico masochismo culturale italiano, come il simbolo di tutte le sconfitte della Grande Guerra.

Deve essere comunque inquadrata nella situazione di crisi di quasi tutti gli alleati dell’Intesa del 1917 gettando un occhio anche alle ben più disastrose «Caporetto degli altri». In Francia, ad esempio, il fallimento dell’offensiva Nivelle dell’aprile-maggio 1917 debilitò il morale dell’esercito francese al punto tale che in ben 16 corpi d’armata si ebbero casi di ammutinamento; il paese cadde in una profonda depressione e il disfattismo e gli scandali dilagarono. La Russia, poi, addirittura, abbandonò la lotta a causa della Rivoluzione d’Ottobre. La crisi francese ed il dissolvimento dell’Impero zarista si ripercossero sull’Italia, che dovette sopportare in quell’anno il maggior peso della guerra. 

Una tesi piuttosto audace è stata avanzata da Tiziano Berté in «Caporetto: sconfitta o vittoria?» dove si sostiene la tesi che lo sfondamento del fronte rientrasse a pieno nella strategia di Cadorna e che la colpa dello sfacelo della II armata fosse da attribuirsi a un atto di quasi- insubordinazione del suo comandante, il generale (massone) Luigi Capello.

Il bollettino fatale
Tra le varie nefandezze di cui Cadorna viene accusato, vi è quella di aver scaricato la colpa di Caporetto sui soldati, anziché assumersene le responsabilità. 

«Dopo la disfatta –spiega il Col. Carlo Cadorna, discendente del Generale, in un’intervista rilasciata a Antonio De Martini - fu tenuta una riunione alla quale parteciparono due ministri che discussero su come fermare le numerose diserzioni che si erano verificate. Fu, così, emesso un bollettino che, accusando duramente di codardia alcune formazioni, doveva mettere a confronto i reparti che si erano comportati valorosamente con quelli che si erano vilmente arresi, attribuendo, in ogni caso, e implicitamente, la colpa ai comandanti degli stessi. Il bollettino fu efficace sotto l’aspetto militare e riuscì a bloccare il fenomeno delle diserzioni, tant’è vero che potemmo ritirarci sul Piave e difenderci vittoriosamente.

Sotto l’aspetto politico, invece, si rivelò deleterio per l’immagine della Nazione, ma questo danno è da attribuirsi ai due ministri, poiché Cadorna era un militare e non aveva competenza per le questioni mediatico-politiche. Il documento si rivelò negativo, alla fin fine, soprattutto per lui che era stato convinto dai ministri a firmare il bollettino da loro già approvato e ad assumersene la responsabilità. Tutto questo lascia intravedere un complotto per liberarsi della presenza ingombrante di un militare che - così come lo definì D’Annunzio – era “tagliato nel granito” la pietra del lago dove era nato».
Non era un generale amato in Patria, ma - per fortuna italiana - nemmeno dal nemico.

Il Feldmarschall Franz Conrad von Hötzendorf, capo di stato maggiore austroungarico, ebbe a dire che Caporetto era pure servita a qualcosa: se non altro, a togliere di mezzo Cadorna. Sulla disfatta italiana, vengono poi del tutto ignorate dalla storiografia, ancor oggi, le responsabilità di un altro generale massone che, nonostante tutto, rimarrà a lungo protagonista della storia italiana.

Come riporta lo storico Marco Patricelli: «Quando i giornali pubblicarono le conclusioni dell’inchiesta, l’11 settembre 1919, Cadorna scrisse a “Vita italiana”: «Si accollano le responsabilità a me e ai generali Porro, Capello, Montuori, Bongiovanni, Cavaciocchi e neppure si parla di Badoglio, le cui responsabilità sono gravissime (...). E il Badoglio la passa liscia! Qui c’entra evidentemente la massoneria e probabilmente altre influenze, visto gli onori che gli hanno elargito in seguito”. In effetti, dalle risultanze della Commissione d’inchiesta erano state fatte sparire tredici pagine. Riguardavano tutte Badoglio, per il quale vennero usati scudi robusti e cortine fumogene impenetrabili per sgravarlo di ogni responsabilità».

In sintesi, Cadorna fu un Capo di Stato Maggiore alla cui ferrea volontà e determinazione si devono, probabilmente, alcuni meriti da riconoscere, al di là delle facili caratterizzazioni e della damnatio memoriae di cui fu fatto oggetto. Un approccio lucidamente critico sembra anche indispensabile per tenere conto degli interessi ideologici che hanno ispirato, nel corso degli ultimi decenni, la propaganda politica, la letteratura e il cinema ai quali è stato lasciato campo libero, dal mondo della cultura, nel tramandare alla coscienza collettiva la memoria della Grande Guerra.

Aspra, la storia dell'acciuga in un museo

lastampa.it
flaminia giurato (nexta)

Il piccolo pesce azzurro esplorato dalla leggenda fino ai giorni nostri: è quanto succede al Museo dell'Acciuga



Tra i tanti musei originali, diversi e divertenti che sono disseminati in tutto il territorio italiano quello di Aspra, l’unica frazione di Bagheria, attrae soprattutto chi ama il pesce, e in particolare modo l’acciuga. Già, perché nella borgata marinara che si affaccia sul Golfo di Palermo si può visitare un piccolo museo privato che racconta le tradizioni della pesca e lastoria del piccole pesce. Si tratta del Museo dell’Acciuga dei Fratelli Balistreri. E’ una realtà ancora poco conosciuta dal grande pubblico ma attrae gratuitamente sempre più visitatori. E non sono poche neanche le richiese da parte di scolaresche, studenti universitari che arrivano anche dall’estero, autorità e personaggi noti tra cui il regista Giuseppe Tornatore, il cantante Umberto Tozzi e il critico d’arte Vittorio Sgarbi.

STORIA DEL MUSEO DELL’ACCIUGA DI ASPRA

Nato grazie alla passione dei proprietari, Michelangelo e Girolamo Balistreri, il museo promuove Aspra e il suo prezioso pesce azzurro, raccontandone la storia dalla leggenda fino ai giorni nostri. E’ stato ideato proprio per difendere un’arte antica: quella della pesca e della salagione delle acciughe. Visitando la prima parte si comprende come fosse la vita delle antiche aziende siciliane per la lavorazione del pescato: si ammirano le antiche pietre litografiche e le scatole di latta storiche, gli strumenti per la pesca e per la conservazione del pesce, le foto antiche dei vecchi pescatori, il Garum e l’uso di questo incredibile liquido nella cucina e nella medicina dell’antica Roma.

C’è anche la riproduzione di un piccolo magazzino utilizzato negli anni Cinquanta del secolo scorso per la lavorazione del pescato ed un angolo dedicato al “Mastru r’ascia”, il falegname che riparava le barche. A tutto questo si aggiungono documenti e poesie dedicate al mare e alle acciughe. La seconda parte del museo è dedicata invece all’arte “Sard’Art” l’arte nelle antiche sardare, che erano barche utilizzate sino a gli anni Sessanta per la pesca delle sarde e delle acciughe. Alcuni modelli di barche antiche sono state impreziosite da alcuni artisti che hanno raccontato il mare con i loro colori. Guida d’eccezione durante la visita è Michelangelo Balistreri che tra il racconto di un aneddoto, la recita di una poesia e il canto di una canzone è capace di trasportare il visitatore indietro nel tempo in un viaggio attraverso i decenni, facendo riscoprire ai visitatori le tradizioni ormai dimenticate e prossime all’estinzione.

I cani d’Istanbul dal Regno all’Esilio, l’amore-odio per i quattrozampe nella storia turca

lastampa.it
davide lerner



Nelle strade delle città turche è pieno di cani randagi. Dormono, cercano qualcosa di commestibile fra i rifiuti, a volte ringhiano e abbaiano contro i passanti. Ad Istanbul si sono addirittura meritati un’esposizione, situata a due passi dal celebre albergo “Pera Palace”, intitolata “I cani d’Istanbul dal Regno all’Esilio”. Regno, o “età dell’oro”, perché secondo la leggenda i quattro zampe accompagnarono l’esercito di Maometto Secondo nel suo ingresso trionfale in città dopo la caduta di Costantinopoli.



E perché, spiega uno storico nel video di presentazione dell’esibizione, «l’Islam delle genti cultore dell’animale ha sempre prevalso, in Turchia, su quello scritturalista che lo ritiene impuro, e perciò furono integrati e trattati bene». E poi l’esilio, culminato nel 1910 con la cosiddetta “grande decanificazione”, un tema di cui parla anche lo scrittore Orhan Pamuk in “Istanbul”. Migliaia e migliaia di cani vengono deportati su un’isola del mare di Marmara. Abbandonati a se stessi, senza cibo o acqua potabile, morivano di stenti sbranandosi fra loro o ingurgitando acqua di mare.



«Quando le barche passavano nei pressi di quello scoglio del Mare di Marmara, i cani correvano verso la riva e si lamentavano con ululati strazianti», raccontava nel 1910 il viaggiatore e scrittore francese Pierre Loti. Ma nella mostra di Istanbul viene chiarito fin da subito che la responsabilità morale di quelle deportazioni non fu turco-ottomana, ma piuttosto europea. Fu la volontà di conformarsi il più possibile all’Occidente, a partire dalle riforme chiamate “Tanzimat” a fine ‘800, ad indurre il Sultano a “ripulire” la capitale sgombrandola dei cani randagi che non si vedevano nelle grandi metropoli europee.



«I cani cominciarono ed essere visti come un segno di povertà, di incuria, un difetto orientale», spiega il pannello all’ingresso della mostra. E così, mentre gli occidentali tramavano alle spalle dei turchi per speculare sul riutilizzo delle carcasse dei cani, i cittadini locali si sarebbero “opposti con forza” alle deportazioni e avrebbero «nascosto i quattro zampe nelle proprie baracche e nelle proprie case». Che questa versione dei fatti sia vera oppure rielaborata ad arte, come l’impostazione della mostra fa sospettare, certo è che i cani sono tornati ad affolare le strade di Istanbul. Così come quelle delle altre città in Turchia.

La norma che favorisce gli immigrati: così pagano meno tasse

ilgiornale.it
Sergio Rame - Lun, 22/05/2017 - 10:07

Scoperto il cavillo che permetti agli immigrati di pagare meno imposte: sono considerati familiari a carico anche i parenti che non vivono in Italia

"Il ministero dell'Economia si svegli e intervenga immediatamente". A svelare il cavillo, che permette a decine di migliaia di immigrati di non pagare un centesimo di tasse, è il deputato leghista Paolo Grimoldi.

Esiste, infatti, una norma che consente agli stranieri di ottenere le detrazioni di imposta anche per i parenti a carico residenti all'estero. "Alla faccia di quei fessi degli italiani che invece le tasse le devono pagare tutte e sono sottoposti a mille controlli", commenta l'esponente del Carroccio.

Nel testo delle istruzioni per la compilazione della dichiarazione dei redditi delle persone fisiche, aggiornato con provvedimento dell'11 aprile 2017, a pagina 18, punto 4, si precisa che "sono considerati familiari fiscalmente a carico i membri della famiglia che nel 2016 hanno posseduto un reddito complessivo uguale o inferiore a 2.840,51 euro, al lordo degli oneri deducibili".

Quindi, dodici righe più sotto, si aggiunge che "possono essere considerati familiari a carico, anche se non conviventi con il contribuente o residenti all'estero: il coniuge non legalmente ed effettivamente separato; i figli (compresi i figli, adottivi, affidati o affiliati) indipendentemente dal superamento di determinati limiti di età e dal fatto che siano o meno dediti agli studi o al tirocinio gratuito".

In questo modo, non potendo controllare nei Paesi di provenienza africani, asiatici o sudamericani, l'effettiva presenza o meno di questi familiari a carico, a causa della mancanza di uffici anagrafe, agli immigrati basta presentare un'autocertificazione per ottenere questi sgravi fiscali e non pagare un euro di tasse.  

"Un'ingiustizia palese - tuona Grimoldi - un danno per il nostro erario e una beffa per i contribuenti italiani che, con le loro tasse, devono mantenere in piedi tutta la baracca pubblica, inclusi quei servizi di welfare di cui usufruiscono anche gli immigrati".

lunedì 22 maggio 2017

Apple ha un nuovo brevetto: espelle l’acqua dall’iPhone con il suono

lastampa.it
luca scarcella

Partendo da un’idea applicata già su Apple Watch, l’azienda di Cupertino ha inventato un sistema per eliminare i liquidi dagli smartphone e mantenerli sempre asciutti



Il 4 maggio è stato pubblicato sul portale governativo statunitense per i brevetti un progetto intestato a Apple Inc. , realizzato da Douglas J. Weber e Naoto Matsuyuki. Si tratta di un sistema ingegneristico in grado di espellere l’acqua e l’umidità presente nei prossimi iPhone attraverso le onde sonore. Probabilmente il dispositivo sarà integrato già nel nuovo iPhone 8, che secondo gli ultimi rumor dovrebbe essere sugli scaffali a ottobre.

Già l’iPhone 7 e il 7 Plus sono resistenti agli schizzi d’acqua, ma non hanno un sistema per rimuovere quella interna attraverso i fori dell’altoparlante, del microfono o della porta Lightning, così come spiegato in dettaglio nel documento relativo alla nuova licenza Apple per l’espulsione dell’acqua.
Nell’Apple Watch 2 è presente un sistema simile, chiamato eject water procedure, grazie al quale è possibile rimuovere il liquido all’interno del wearable attraverso il piccolo altoparlante laterale, utilizzando il suono.

Apple pare essere pronta al rilancio dell’intera gamma iPhone, prevedendo un nuovo dispositivo di punta con scocca in acciaio e due modelli minori meno costosi. Ma, stando all’ultimo brevetto, non solo nuove caratteristiche estetiche. La licenza, depositata in gennaio e pubblicata a inizio maggio, descrive un sistema composto da due parti: una idrofoba per resistere all’acqua in entrata, e una porzione idrofila, per favorire la rimozione del liquido dalle componenti audio dell’iPhone (altoparlanti, microfono, ecc.).

Il processo di rimozione dell’acqua avverrà attraverso ultrasuoni e una impercettibile vibrazione: nel contempo verrà prodotto un segnale acustico dall’altoparlante per segnalare che la modalità di rimozione liquidi è in corso.

@LuS_inc