domenica 2 aprile 2017

Wojtyla e Pinochet, la verità su quella foto frutto di un inganno

lastampa.it
luis badilla

Lo scatto 30 anni fa. La manovra politica del dittatore cileno inizio della sua fine. La storia e il tempo fanno giustizia a san Giovanni Paolo II


Papa Wojtyla e Pinochet

Trenta anni fa, il 1° aprile 1987, san Giovanni Paolo II, subito dopo l’arrivo all’«Aeroporto internazionale» di Santiago del Cile, nella cerimonia di benvenuto, con fermezza e chiarezza per chi voleva capire - e tra i presenti c’era il dittatore generale Augusto Pinochet con i suoi generali - pronunciò queste parole: «Come araldo di Cristo, portavoce del suo messaggio al servizio dell’uomo, insieme a tutti i pastori della Chiesa, proclamo la inalienabile dignità della persona umana creata da Dio a sua immagine e somiglianza e destinata alla salvezza eterna.

Animato da questo spirito, esclusivamente religioso e pastorale, desidero celebrare con voi il mistero pasquale di Gesù Cristo, per inserirlo più profondamente nella vita e nella storia della vostra patria tanto amata. Mediteremo in comune gli insegnamenti del Signore, pregheremo uniti, e comunitariamente cercheremo di far sì che il messaggio del divino Redentore penetri nelle nostre vite e nelle strutture della società, per trasformarle secondo il piano di Dio, convertendo i cuori e costruendo un paese riconciliato».

Lo stesso giorno nella collina San Cristóbal, ai piedi di un gigantesco monumento dedicato a Maria Vergine, Papa Wojtyla aggiunse: «Da questo luogo ai piedi di Maria, che è stato per più di mezzo secolo un faro di speranza, saluto e benedico tutti gli abitanti del Paese, da Arica a Cabo de Hornos fino all’Isola di Pasqua - ma in modo particolare tutti coloro che soffrono nel corpo e nello spirito; gli uomini, le donne e i bambini delle popolazioni emarginate; le comunità indigene; i lavoratori e i dirigenti, coloro che hanno subito le conseguenze della violenza; i giovani, i malati, gli anziani.

Trovano un posto nel mio cuore di Pastore anche tutti i cileni che da tante parti del mondo guardano con nostalgia alla Patria lontana. Come Sacerdote e Pastore penso con amore a tutti coloro che, cedendo alle forze del male hanno offeso Dio e i loro fratelli: in nome del Signore Gesù li invito alla conversione perché abbiano la pace».

Una preparazione negoziata a lungo
Linguaggio misurato, lungamente studiato ed elaborato, con discorsi visti e rivisti diverse volte e tenuti sotto controllo fino all’ultimo minuto. La visita del Papa in Cile nell’aprile 1987, dove la dittatura militare di Pinochet governava con pugno di ferro noncurante del rispetto di qualsiasi diritto da ormai 14 anni, era fra le più difficili compiute fino a quel momento (32 dall’inizio del pontificato).

Il Pontefice, la diplomazia vaticana, la Chiesa cilena, l’opinione pubblica interna e internazionale, la politica oltre i confini del continente, tutti, erano consapevoli della delicatezza della missione. La stampa di mezzo mondo non solo era presente con centinai di inviati ma seguiva il pellegrinaggio al minuto. Per vivere un momento simile si dovette aspettare fino al 1998, anno della visita di Giovanni Paolo II a Cuba.

La questione principale, quasi unica si direbbe, era una sola: il Papa e il dittatore, in particolare la scaltrezza e disperazione di Pinochet, non convinto nel suo intimo della «bontà» della visita del Papa per il suo orrendo regime. Il generale temeva il Papa e temeva la reazione del popolo, temeva inoltre – e in questo è stato lungimirante – le conseguenze destabilizzanti per il suo regime, seppure graduali e non immediate, che dalla presenza di Karol Wojtyla potevano scaturire. Fece di tutto per evitare che il Papa

incontrasse tutti gli esponenti politici dell’opposizione, come accade il 3 aprile 1987. Provò fino all’ultimo a evitare un discorso di Giovanni Paolo II ai dirigenti delle opposizioni. Usò ogni mezzo: la diplomazia felpata, la minaccia, il tono duro ed energico, insinuando rappresaglie contro la Chiesa cilena con la quale i rapporti erano pessimi da anni, in particolare con il cardinale Raúl Silva Henríquez, ormai arcivescovo emerito dell’arcidiocesi di Santiago, il suo «più fermo, coerente ed evangelico oppositore».

Anche la Chiesa locale e il Vaticano temevano Pinochet, la sua insolenza, spregiudicatezza e doppiezza. Lo possiamo scrivere perché abbiamo conosciuto personalmente il generale e con lui abbiamo parlato più di una volta, anche pochi giorni prima del golpe che guidò con efferatezza anche se fino al minuto prima diceva di essere «un militare rispettoso della Costituzione». Con Pinochet e i suoi la preparazione della visita fu lunga e delicata anche perché le sue pretese, identiche a quelle di Imelda Marcos, moglie del dittatore delle Filippine

(paese visitato da Papa Wojtyla nel 1981), erano spudorate: accompagnare il Pontefice in tutti gli eventi principali del programma di sei giorni in cinque città. I responsabile della preparazione del viaggio avevano fatto sapere a più riprese a Pinochet che il protocollo pontificio prevedeva solo tre incontri: arrivo, congedo e visita di cortesia alla casa di governo (La Moneda) ma la cosa non gli è mai piaciuta al punto di sentirsi «emarginato e maltrattato» (da parte vaticana). Anni dopo continuò a raccontare con amarezza questa vicenda puntando il dito contro un non meglio precisato «entourage del polacco» (parole testuali dette a un suo ambasciatore). 

La famigerata foto
Il 2 aprile 1987 alle 9 del mattino era prevista, allestita e organizzata con precisione puntigliosa da parte di padre Roberto Tucci e dei suoi collaboratori la visita di cortesia di san Giovanni Paolo II al palazzo presidenziale, La Moneda. L’incontro privato doveva durare 10 minuti e poi erano previsti pochi altri minuti per il saluto ai familiari più stretti. In seguito il Papa si sarebbe trasferito subito a «La Bandera», forse il quartiere di periferia più povero della capitale cilena d’allora, visita che Karol Wojtyla riteneva molto importante e che voleva che si svolgesse con calma e serenità.

La dittatura invece aveva ideato e allestito una cosa molto diversa a quanto era stato concordato e provato più di una volta. Durante le prime ore del mattino furono trasportate sulla piazza antistante il palazzo presidenziale quasi 7-8 mila persone, sostenitori del governo («Voglio vedere il Papa», si diceva ai giornalisti). Poi, i 20-25 minuti che doveva durare tutta la visita diventarono oltre 45 grazie a ritardi e sorprese ideate per far crescere le migliaia di voci che arrivavano dalla piazza («Juan Pablo Segundo te quiere todo el mundo»...). A un certo punto, frutto di «mossa studiata», alla fine del colloquio con i dittatore, il Papa venne fatto

uscire da una porta non prevista negli accordi con il chiaro proposito di metterlo davanti a una grande tenda nera momento nel quale Pinochet si rivolse al Papa così: «Santità, fuori la gente lo vuole salutare e vedere. Attende una sua benedizione». In quel preciso istante addetti militari fecero scorrere la tenda e aprirono la finestra del balcone centrale del palazzo presidenziale che si affacciava sulla pizza festante. Giovanni Paolo restò ammutolito sentendosi tradito e costretto a sottostare alle malefatte di Pinochet che poi, tramite i suoi collaboratori, fece circolare una menzogna vergognosa: che papa Giovanni Paolo II gli avrebbe dato la comunione, bugia gigantesca che, ripetuta senza controllo, tuttora viene spacciata come «autentica».

Ecco il racconto di un protagonista di questa storia, il cardinale Roberto Tucci, responsabile dell’organizzazione della visita: «Come dimenticare poi il volto di Wojtyla quando si accorse del tiro che gli giocò Pinochet durante il viaggio in Cile nel 1987? Lo fece affacciare con lui al balcone del palazzo presidenziale, contro la sua volontà. Ci prese tutti in giro. Noi del seguito fummo fatti accomodare in un salottino in attesa del colloquio privato. Secondo i patti - che avevo concordato su precisa disposizione del Papa - Giovanni Paolo II e il Presidente non si sarebbero affacciati per salutare la folla. Wojtyla era molto critico nei confronti del dittatore cileno e non voleva apparire accanto a lui.

Io tenevo sempre d’occhio l’unica porta che collegava il salottino, dove eravamo noi del seguito, alla stanza nella quale erano il Papa e Pinochet. Ma con una mossa studiata li fecero uscire da un’altra porta. Passarono davanti a una grande tenda nera chiusa - ci raccontò poi il Papa furioso - e Pinochet fece fermare lì Giovanni Paolo II, come se dovesse mostrargli qualcosa. La tenda fu aperta di colpo e il Pontefice si ritrovò davanti il balcone aperto sulla piazza gremita di gente. Non poté ritrarsi, ma ricordo che quando si congedò da Pinochet lo gelò con lo sguardo. Alfonsín, in Argentina, fu più rispettoso, e non pretese assolutamente di comparire al suo fianco.

In Africa invece re, dittatori e governanti corrotti lo tiravano da tutte le parti per sfruttarne l’immagine. Lui lo sapeva, ma era uno scotto da pagare per incontrare la gente. Ne era addolorato, ma sopportava. Con noi poi si sfogava. E quando parlava non risparmiava le denunce» (L’Osservatore Romano, 23 dicembre 2009). Pinochet, il 6 aprile 1987, si congedò da papa Giovanni Paolo II gonfio di contentezza. Riteneva di aver «vinto». Solo anni dopo prese coscienza di due cose: che il Santo Padre in pochi istanti, nel palazzo di governo, aveva capito fino in fondo chi era veramente e poi, che il Papa che lui si vantava di aver ingannato aveva seminato la sua fine.