lunedì 17 aprile 2017

Tutti i trucchi usati, nella grande fuga. Ma scappano solo i turisti

lastampa.it
marco menduni

Le ricerche del serbo autore di due omicidi proseguono da una settimana. Pioggia di disdette negli agriturismi. Il sindaco: “Ma qui non è il Vietnam”

«Non siamo sulle rive del Mekong», sbotta il sindaco Dario Mantovani. Un po’ ce l’ha con le descrizioni epiche di questi giorni, che vedono Igor il killer in fuga per territori inospitali e scenari da guerra in Vietnam. Ma il suo sfogo tradisce tutta l’inquietudine che, dopo una settimana di caccia all’assassino imprendibile, attanaglia questi territori e inizia a far anche danni collaterali. Piovono le disdette ai telefoni dei tanti agriturismi che costellano la zona, tassello fondamentale di un’economia che è al 90 per cento agricola: nessuno vuol correre il rischio di incontrare il delinquente sui sentieri. Il bar Leon d’Oro è zeppo e sarà pure una consuetudine dei giorni di festa, ma in realtà nessuno se la sente di star da solo in casa:

«Qualcuno l’ha visto correre nei campi e gli è balzato il cuore in gola», raccontano gli avventori. Fantasie, suggestioni? Oppure ha ragione la signora Maria Rossi, 90 anni, che ha visto un’ombra passare velocissima sul confine della sua proprietà e dirigersi verso la Vallazza, l’ex palude che corre verso il corso del Reno? «Ha fatto un balzo da felino ed è scomparso tra le piante», ha raccontato terrorizzata. Cristiano Lugli ha accompagnato i carabinieri nel suo podere fino al limitare, là dove c’è la casa del nonno Tony, 92 anni, sul Canale della Botte «Ha dormito qui, per terra, i cani molecolari non volevano più andarsene, il frutteto gli ha fatto da nascondiglio». Poi fa la domanda che tiene tutti nell’angoscia: «Mio padre vive da solo. Quando Igor avrà fame, potrà aggredire uno dei tanti anziani che vivono ancora così, da soli tra i campi?».

Non sarà il Mekong, ma sentite cosa racconta Remo Ariatti, cacciatore, che tutta la zona la conosce benissimo: «Un tempo la Vallazza era ben tenuta, ora è diventata un intrico di vegetazione dove non si passa. Non ce la fa nemmeno il mio cane». Mentre Igor continua a tenere in scacco chi lo bracca, non si va per il sottile: «Ci si muove con la ruspa, si disbosca così, per crearsi dei passaggi». Difficile pensare di tener d’occhio quell’area con i droni: ci hanno provato, ma un attrezzo volante ha colpito la cima di un albero e si è schiantato giù, inghiottito da quel bosco fitto e oscuro come quello che proteggeva la Malefica della Bella addormentata nel bosco. Drone perduto. È possibile ancora oggi, dopo sette giorni di caccia all’uomo, che Igor possa esser qui, che riesca ad alimentarsi e a dormire?
«Sì, è possibile, qui i partigiani si nascondevano per settimane».

È possibile che mille uomini non riescano a stanarlo? Ugualmente possibile. Anche perché si va con mille cautele ogni volta che si perquisisce un casolare abbandonato. Igor spara subito, non lascia il tempo di pensare. Così come ha fatto quando ha sparato contro le due guardie forestali: 5 colpi a segno, esplosi mentre fuggiva, un morto (ieri si sono celebrati i funerali di Valerio Verri, con la partecipazione del ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti) e un ferito. È un cecchino, sa usare le armi, con sé ha ancora un fucile e le due pistole sottratte alle vittime. Di arrendersi, come ieri ha chiesto ancora monsignor Massimo Manservisi, vicario del vescovo di Ferrara («deponi le armi e costituisciti»), non ha alcuna intenzione.

Il dna lo ha confermato. Igor ha dormito in alcuni giacigli di fortuna. Ci sono anche tracce di sangue. Si è infilato nei corsi d’acqua con la precisa consapevolezza di ingannare il fiuto dei cani. Non solo. Lo confermano ora anche i carabinieri: nei primi giorni si è gettato nei canali a ogni passaggio dell’elicottero a raggi infrarossi, per evitare che il calore del corpo potesse tradirlo. Così la caccia continua. A Igor, ma anche a chi avrebbe potuto aiutarlo durante questa fuga. Chi potrebbe essere il complice, la persona che gli ha concesso un rifugio almeno per prender fiato? Si cerca nei campi e nei boschi, ma si scava anche nel suo passato.

Nelle celle telefoniche della zona in cui ha ucciso la guardia, dopo l’assassinio brutale del tabaccaio di Budrio il primo aprile. Sulla base di un semplice sillogismo. Se il dna ha confermato che Igor è in realtà il serbo Norbert Feher, autore degli ultimi due delitti (e ora anche fortemente sospettato di almeno un altro caso irrisolto, un omicidio in una cava, sempre vicino a Ferrara) e Norbert è anche l’uomo che amava ritrarsi su Facebook, quei post sul social network partivano da qualche utenza. La ricerca ha portato alla scheda di un telefonino, ovviamente intestata a un’altra persona. Anzi, si è scoperto che Igor ha utilizzato nei mesi almeno tre sim, tesserine telefoniche, diverse, sempre appartenenti ad altre persone: c’è anche una donna.

Sono già state interrogate, negano qualunque contatto con il fuggiasco dopo il fattaccio di Budrio. Ma l’esistenza di un complice, prima accolta con scetticismo, si è fatta sempre più strada man mano che i giorni sono passati.