sabato 29 aprile 2017

Ong e migranti, la Guardia costiera: «Così guidiamo i soccorsi in mare»

corriere.it
di Fiorenza Sarzanini

Roma, nella sala operativa della Guardia costiera: «Ora partono anche di notte e molti non hanno a bordo un satellitare». Un sistema traduce in simultanea le chiamate in arabo. Se l’Sos viene dalla Libia le navi più vicine sono quelle delle Ong



ROMA Le richieste disperate giungono grazie ai telefoni satellitari. «Help us, we have children», aiuto, ci sono bambini. «Dammi la posizione, dammi la posizione».

Sala operativa della Guardia costiera, il centro di coordinamento per le ricerche in mare è a Roma. I militari si avvicendano in consolle, rispondo agli appelli, pianificano i soccorsi. Sullo schermo si muovono decine di puntini, sono i mezzi in acqua. La panoramica è completa, copre tutto il Mediterraneo centrale, arriva fino in Libia. Lì dove i trafficanti continuano a caricare uomini, donne e bambini su mezzi di fortuna: gommoni senza chiglia, pescherecci di legno con le tavole sconnesse che dopo qualche miglia di navigazione cominciano a imbarcare acqua.

Se l’sos viene lanciato con un satellitare Turaya, gli specialisti della Guardia costiera sono in grado di ottenere la localizzazione grazie all’accordo firmato con la compagnia telefonica che ha sede negli Emirati arabi. Altrimenti bisogna far muovere i mezzi aerei, chiedere aiuto alle navi che sono in zona. E se la «zona» sono le «acque libiche» le imbarcazioni più vicine sono quelle delle Organizzazioni non governative. Ecco perché il Viminale sta cercando di accelerare le procedure dell’accordo con le autorità di Tripoli per far funzionare la Guardia costiera locale. E così tentare di fermare le partenze.
Intanto sono le Ong ad effettuare i primi salvataggi al di fuori dell’area Sar (Search and rescue), caricano a bordo i migranti, si muovono verso il porto più vicino. E approdano in Italia, perché quasi sempre Malta e Tunisia rifiutano l’autorizzazione all’approdo.
I viaggi di notte
Per i trafficanti è un affare da sfruttare fino in fondo. Il rapporto della Guardia costiera sull’attività svolta nel 2016 racconta in quali drammatiche condizioni le organizzazioni criminali facciano viaggiare i migranti: «Rispetto al modus operandi degli anni scorsi si è registrato un incremento di partenze dalla Libia anche con condizioni meteomarine avverse ed in ore notturne, determinando un impegno pressoché costante nelle attività di coordinamento di Roma a favore dei mezzi impegnati nelle operazioni di salvataggio. In passato invece le partenze avvenivano prevalentemente alle prime ore del giorno e con condizioni meteo marine maggiormente favorevoli».

E poi conferma come le Ong «abbiano fatto registrare un consistente aumento della presenza» e siano in prima linea per andare a recuperare gli stranieri, tanto che in due anni il numero delle persone salvate da loro è raddoppiato portandoli in cima alla classifica dei soccorritori. Su 178.415 stranieri, ben 46.796 sono sbarcati nei porti italiani dalle navi «private».
Telefoni e traduttori
Nella sala operativa c’è un sistema che consente di tradurre in simultanea le richieste di aiuto che arrivano in lingua africana: serve a fare più in fretta, a fornire indicazioni precise ai primi soccorritori e alle motovedette o ai mezzi più pesanti che arriveranno subito dopo, a tentare di evitare di giungere quando è troppo tardi per portare in salvo gli stranieri. Il 4 maggio il comandante generale della Guardia costiera Vincenzo Melone parlerà di fronte alla commissione Difesa del Senato. E lì probabilmente ribadirà quello che i suoi uomini hanno già evidenziato sui metodi utilizzati dai trafficanti. Sottolineando come «nel 2016, rispetto all’anno precedente, si è assistito ad un netto peggioramento delle condizioni di sicurezza a bordo delle unità impiegate per il flussi via mare dalle coste libiche».

Perché «la frequente assenza di telefoni satellitari a bordo delle unità impiegate, rispetto al recente passato, ha determinato una più intensa e complessa attività di ricerca da parte degli assetti presenti in mare e coordinati dal Centro di Roma che ha inevitabilmente comportato un maggiore pericolo per le stesse unità in quanto non in grado di chiedere aiuto né di essere prontamente localizzate e soccorse».
Gommoni e barchini
Nell’ultimo anno i trafficanti hanno «aumentato l’utilizzo dei gommoni e di barchini di piccole dimensioni con circa 20-50 migranti a bordo, mentre hanno diminuito drasticamente quello delle imbarcazioni in legno». Ma soprattutto hanno stipato i gommoni imbarcando «fino a 200 persone con conseguente sempre maggiore probabilità di naufragio». Il monitor della sala operativa rimanda l’immagine dell’ultimo salvataggio. A bordo del gommone ci sono decine di uomini e donne. Ma anche tre bimbi piccoli che per primi vengono trasferiti sulla motovedetta.