sabato 29 aprile 2017

Nessuno tocchi Abele

corriere.it

Nella notte tra il 29 e il 30 aprile di undici anni fa, una giovane donna venne sepolta viva dal suo amante in una buca alle porte di Venezia. Si chiamava Jennifer Zacconi, aveva vent’anni e la colpa di portare in grembo un figlio che lui non voleva. Il pensiero di quello che avrà sofferto supera le capacità immaginative di un lettore di Edgar Allan Poe. C’è solo da augurarsi che le percosse l’avessero stordita al punto da non farle capire ciò che le stava accadendo.

Lucio Niero fu condannato a 30 anni. Domenica ha usufruito di un permesso premio per andare a pranzo dalla sorella. La legge lo consente ai detenuti che hanno scontato un terzo della pena e nulla si può eccepire ai magistrati (tutte donne) che lo hanno firmato e controfirmato. Eppure quelle due parole - permesso e premio - accostate al protagonista di un delitto tanto efferato lasciano addosso una sensazione di fastidio che confina con il disgusto.

Lo stesso Stato che da un lato maltratta i colpevoli nella trascuratezza di carceri immonde, dall’altro manca di rispetto ai familiari delle vittime, precipitandoli nell’oblio. Nessuno ha sentito il bisogno di avvertire i parenti della ragazza di quanto stava per accadere. Nessuno si è preoccupato della loro sensibilità e del loro diverso senso del tempo: undici anni sono una vita, ma diventano un soffio per chi ha perso per sempre, e in quel modo, una persona cara. Caino va recuperato, ma la memoria di Abele non andrebbe offesa di continuo. Tanto più che, a sentire il padre di Jennifer, il premiato assassino si è dimenticato finora di chiedere scusa.

28 aprile 2017 (modifica il 28 aprile 2017 | 06:50)