sabato 8 aprile 2017

Mezza lira per i lavori forzati così il duce umiliava gli ebrei

lastampa.it
ariela piattelli

Parla la nipote di un uomo costretto a spalare la terra lungo il Tevere. “Mio zio ci mostrò l’assegno e infuriato lo strappò”. Ritrovato a Roma


Fortunata Di Segni, detta Ada, nipote di Anselmo Pavoncello, con il marito Pacifico Di Consiglio, il «Moretto» protagonista del recente libro di Maurizio Molinari “Duello nel ghetto” (Rizzoli)

Un assegno di una mezza lira. Erano pochi soldi, anche negli Anni 40, ma abbastanza per beffarsi degli ebrei ai lavori forzati. L’assegno è stato scoperto a Roma e rappresenta un documento storico unico. È stato emesso dalla Banca Nazionale del Lavoro ad Anselmo Pavoncello come retribuzione per il lavoro a cui il regime fascista lo costringeva, sulle sponde del Tevere, durante l’estate del 1942. Pavoncello era lo zio materno di Fortunata Di Segni, detta Ada, moglie di Pacifico Di Consiglio, ovvero «Moretto», la cui storia è raccontata nel libro Duello nel ghetto di Maurizio Molinari e Amedeo Osti Guerrazzi. 

Alberto Di Consiglio, il figlio di Ada e Moretto, ha ritrovato l’assegno, mai incassato, testimonianza dell’ulteriore umiliazione a cui furono sottoposti gli ebrei italiani durante il fascismo. «Ho ricordi precisi di quando lo zio ricevette questo assegno», racconta Ada, 88 anni. «Durante la guerra, quando c’erano i bombardamenti, ci riunivamo in strada per parlare e passare il tempo. Un giorno, mentre eravamo tutti assieme, arrivò zio Anselmo con il volto turbato, ci disse che aveva ricevuto un assegno per il lavoro coatto, svolto per un’intera stagione, in mezzo alla sporcizia del fiume: ce lo mostrò, noi notammo la cifra irrisoria, e poi infuriato lo strappò. Mia madre gli disse che era importante conservarlo, e che un giorno sarebbe servito per raccontarne la storia. Per lui l’assegno fu una vera umiliazione».

Un’umiliazione quanto lo era stato il lavoro a cui venne costretto assieme agli altri ebrei romani, che se si fossero rifiutati di farlo sarebbero stati arrestati dai fascisti. «Quando lo zio era ai lavori forzati, mia nonna era talmente preoccupata per lui che un giorno mi chiese di accompagnarla a vedere cosa faceva», racconta Ada. «Andammo di nascosto, non volevamo farci vedere da lui, altrimenti si sarebbe sentito ancor più umiliato. Lo guardavamo da lontano, mentre spalava la terra e la gettava nel fiume. Faceva caldissimo, portava un fazzoletto in testa e una canottiera. Era assieme ad altri ebrei romani e c’era una guardia con un fucile a controllarli. Tornammo a casa, mia nonna era disperata e piangeva».

Era il periodo che precedeva la fine per gli ebrei, un periodo di totale precarietà in cui la pericolosità era palpabile. Per Anselmo, come per tutti gli ebrei romani, la situazione precipitò poi velocemente: «L’ambiente era pesante e la situazione paradossale: gli ebrei perseguitati agli occhi di molti sembravano dei privilegiati, perché non erano in guerra», spiega lo storico della Shoah Marcello Pezzetti. «Per questo il regime adotta il lavoro obbligatorio come una sorta di risarcimento per il presunto privilegio. Così facevano anche vedere ai tedeschi che il problema ebraico lo risolvevano in casa». 

Quando Anselmo non poté più lavorare, si organizzò per portare qualche soldo a casa, facendo il venditore ambulante al Colosseo. «Un giorno venne a trovarci nel convento dove eravamo nascosti», continua Ada. «Avevo 14 anni, ci lasciò dei soldi, capiva che era a rischio, cominciava a essere diffidente. Fu l’ultima volta che lo vidi. Qualche giorno dopo mamma mi disse che lo avevano preso i fascisti. Lo portarono al carcere di Regina Coeli, assieme a suo fratello Angelo». Anselmo fu deportato a Fossoli, poi ad Auschwitz, e fu ucciso a Dachau. «Non conoscevo il suo destino alla fine della guerra», dice Ada. «Con la Liberazione gli americani ci lanciavano sigarette, io le conservavo in una valigetta per lui. Lo amavo come un padre, era un uomo buono. Fu dopo un anno dalla fine della guerra che un sopravvissuto ci disse che lo aveva visto morire».

L’assegno è l’unico ricordo che Ada possiede di suo zio, e fu Moretto a ricomporne i pezzi dopo tanti anni: «Moretto, che aveva la passione di conservare tutto, lo prese e lo incorniciò. Temeva che andasse perduto e capì che era un documento importante, una testimonianza», chiude Ada. «Adesso lo regalerò a mio nipote Roberto, e spero che lui faccia lo stesso con i suoi nipoti. Aveva ragione mia madre a chiedere a zio Anselmo di conservarlo».