domenica 2 aprile 2017

Le lotte fra clan beduini del deserto che segnano il destino del Paese

lastampa.it
giordano stabile

Il regime del Colonnello era riuscito a neutralizzare le rivalità tribali. Poi con la sua caduta nel 2011 il conflitto nel Fezzan è riesploso



Sono sei anni che al posto di frontiera di Tumu, al confine con il Niger, lo Stato libico non esiste più. Gli edifici della dogana e di controlli di polizia, che d’inverno le tempeste di sabbia quasi sommergono, stanno ancora in piedi perché i giovani combattenti delle tribù Tebu fanno i turni di guardia e controllano chi entra nel loro territorio. Sono tribù che vivono di qua e di là dal confine e conoscono bene tutte le strade dei contrabbandieri e dei trafficanti di uomini.

Ai tempi di Gheddafi, trafficavano anche loro ma ora la situazione si è rovesciata. Se manca il potere centrale, sono quelli locali che devono provvedere. In Libia è vero più che altrove. La dittatura di Gheddafi aveva in parte neutralizzato l’influenza delle tribù, in un equilibrio che aveva soprattutto penalizzato la Cirenaica. Dal 2011, le forze centrifughe si sono di nuovo scatenate.

All’estremo Sud del Fezzan, Tumu è uno sbocco naturale per le colonne di migranti che dal Sahel risalgono verso la Libia. Sono carovane di camion stracarichi, anche 70-80 alla volta, che partono da Agadez, la più importante città nel Nord del Niger, e arrivano fino a Dirku, l’ultima cittadina prima del confine. Poi, di lì cercano di passare in Libia, raggiungere Sebha, attraversare il deserto libico fino alla costa. È il Fezzan, una regione grande quanto la Francia, la porta di accesso per l’Europa. E il Fezzan, dopo la caduta di Gheddafi, è tornato il regno assoluto delle tribù. Soprattutto ora che il controllo della Libia è conteso fra il premier legittimo Fayez al-Sarraj e il rivale appoggiato da russi ed egiziani Khalifa Haftar.

I Tebu, di etnia e lingua africani, spesso apostrofati come «mori» dai libici della costa, controllano la parte meridionale, alle frontiere con Niger e Ciad. Sono «neri del deserto», sparsi fino al Sudan e al Darfur, guerrieri coraggiosissimi che spesso combattono al soldo di milizie arabe. Nella lotta per il potere nel Fezzan, dopo l’uccisione di Gheddafi, hanno alla fine scelto di stare con Al-Sarraj. È un punto importante, conquistato anche nella battaglia di Sirte contro l’Isis, quando piccole milizie Tebu hanno combattuto al fianco di quelle di Misurata alleate di Al-Sarraj. Ora i Tebu, il «popolo delle rocce», sono la chiave per chiudere il confine con il Niger e il Ciad. 

L’altra sono i Tuareg. Altra popolazione non araba. Berberi, «navigatori del deserto». Come i Tebu non conoscono frontiere, sanno come attraversarle e quindi anche come sigillarle. In Libia, la loro roccaforte è la zona di Ghat, dove lo scorso settembre erano stati rapiti Danilo Calonego e Bruno Cacace, poi rilasciati anche grazie all’aiuto delle tribù berbere. Ghat è un crocevia di traffici e terrorismo. Al-Qaeda nel Maghreb islamico, Aqmi, si è impiantata nelle montagne, ha cercato alleanze, si è inserita nei traffici e si è espansa soprattutto durante gli scontri fra Tuareg e Tebu per il controllo della cittadina di Ubari, nel 2015.

Sotto Gheddafi, i Tuareg avevano goduto di un rapporto privilegiato con Tripoli, a scapito dei Tebu, soprattutto durante l’intervento libico in Ciad negli anni Ottanta, quando si erano trovati sui fronti opposti. Nel 2011, la rivalità era esplosa. Nel novembre del 2015, però, con la mediazione del Qatar, il leader Tuareg Abu Bakr Al-Faqi ha raggiunto un accordo con i Tebu, e sempre sotto l’influenza qatarina si è schierato in favore degli accordi di Skhirat che hanno portato alla nascita del governo di Al-Sarraj. L’accordo ha permesso all’attuale premier di prevalere nel Sud del Fezzan, ma Haftar ha cercato subito di avere il sopravvento nel Nord, verso Sebha, il capoluogo.

Il generale ha trovato un forte alleato negli Al-Qadhadhfa che da Sirte, città natale di Ghedaffi, si sono spostati negli scorsi decenni verso il Fezzan. Questa tribù berbera arabizzata è stata la principale base di sostegno tribale di Gheddafi. A Sirte si è scontrata con le milizie di Misurata, prima dell’avvento dell’Isis. A Sebha si è trovata di fronte un potente alleato di Misurata, la tribù degli Awlad Sulaiman, i figli di Solimano, beduini, arabi nomadi del deserto, ostili a Gheddafi fin dalla sua presa del potere. Come indica il primo nome del loro leader, Senussi Omar Massaoud, sono legati alla Senussia, la confraternita salafita più importante della Libia. 

La rivalità con gli Al-Qadhadhfa è scoppiata lo scorso novembre per il «caso della scimmietta», quando una bertuccia di un commerciante ha strappato il velo a una ragazza Awlad. Un pretesto per scatenare la guerra per il controllo di Sebha. Ora, con gli accordi di Roma, gli Awlad Sulaiman hanno due potentissimi alleati nei Tuareg e nei Tebu e possono contrastare gli aiuti che arrivano dal generale Haftar agli Al-Qadhadhfa. La battaglia nel Fezzan non è solo per il controllo delle frontiere. É per il controllo della Libia.