lunedì 3 aprile 2017

“Le bufale sono la nuova frontiera della paura: ecco come vaccinarsi”

lastampa.it
letizia tortello

Nella giornata del fact checking, il “debunker” David Puente spiega perché cadiamo nella rete delle notizie false (e talvolta ci piace)



Dalla ripugnante sirena morta, ritrovata nell’ordine, prima a Lampedusa, poi in Siria, poi a Siracusa, al ristorante nigeriano che serve carne umana, alla carne di gatto confezionata nel banco frigo dei supermercati. Tutto questo l’avrete visto girare sulla vostra pagina Facebook, e magari avrete fatto un salto sulla sedia. E ancora, il giapponese che mena un cane a stazione Termini, il pesce gigante pescato a Fukushima, le fake news di Trump su un attentato in Svezia per mano di un immigrato, il ministro Poletti, che tra le varie esternazioni degne di nota e di un giro di social negli ultimi tempi, dice che «gli imprenditori dovrebbero essere più cinesi, e lavorare a Natale e Capodanno». Sono le bufale, notizia choc false e verosimili, agenti patogeni dell’informazione del nostro tempo, che si diffondono molto prima che qualunque rettifica possa bloccarle. Chi le scatena?

David Puente, debunker, sbufalatore di secondo lavoro (di primo è un programmatore informatico), con un passato nella Casaleggio Associati, li chiama gli «untori», come quelli del Manzoni, che nel 1600 portavano la peste. Pericolosi e sempre più vicini alla politica. Nel giorno del fact-checking, il 2 aprile, Puente spiega come difendersi dalla malattia della credulità popolare che pretende di diventare informazione alternativa, quella di cui «i giornali non parlano, riflettete e diffondete!».

Come e perché si diffondono le bufale? Possibile che la gente ci caschi?
«La prima leva è la paura. Siamo molto insicuri, circolano una grande quantità di notizie, sentiamo il bisogno di orientamento tra le fonti di informazione, di trovare appigli credibili e gruppi di persone che confermino le nostre stesse paure. Tutto questo si trasforma in un’informazione nuova, in una nuova propaganda che può fare molti danni».

Le fake news sono davvero nate con noi?
«No, sono sempre esistite le notizie che tentano (e riescono) di coinvolgerci emotivamente, sfruttando la rabbia e la credulità. Solo che prima si esaurivano nel tempo e nello spazio delle quattro chiacchiere da bar. Oggi, con i social, sono virali e arrivano in contemporanea da tutte le parti del mondo, grazie a Facebook, mezzo potentissimo».

E così nascono siti come Snopes o PolitiFact, che ha addirittura vinto il Pulitzer. E poi c’è lei che fa il debunker. Pensa che il futuro dei giornali sarà di dotarsi di figure come la sua, programmatori informatici e fact checker, in grado di smashcerare le bufale online?
«La mia figura, in un mondo perfetto dell’informazione, non dovrebbe esistere, il mio lavoro dovrebbero farlo già ora i giornali».

Scusi, ma perché i giornali dovrebbero stare dietro alle bufale che girano in rete?
«Perché anche loro ci cascano molto più di quel che credono. Un esempio per tutti, la Bbc si scusò per aver diffuso la notizia di un ristorante in Nigeria, in cui servivano carne umana. Dopo un po’ di ricerche, avevo scoperto che era un’informazione girata su un forum nigeriano e parlava del ristorante di un hotel, in cui erano stati trovati dei teschi. Una notizia verosimile, dunque, non vera, travisata».

Un lettore o un utente Facebook che volessero provarci da soli a sbufalare la cattiva informazione, come fanno? C’è un decalogo?
«Quando leggiamo una notizia, soprattutto quelle che ci vengono presentate con la premessa della contro-informazione su cui i media tacciono, possiamo attivare dei campanelli d’allarme, ad esempio pensare ai dati che ci vengono forniti, se i numeri hanno una qualche credibilità oppure no, se le persone coinvolte esistono, insomma è bene fare da soli qualche verifica. Chi lancia bufale, o è uno che si vuole divertire, per testare proprio il grado di stupidità della gente, come Ermes Maiolica, al secolo Leonardo Piastrella, che fa il metalmeccanico di professione, ed conosciuto come il “re delle bufale” (il primo aprile, tra l’altro, ha festaggiato facendo credere di essere morto, ndr), che veva diffuso la credenza che Umberto Eco supportasse il Pd contro i grillini, peccato che Umberto Eco fosse già deceduto, oppure sono professionisti delle bifale, che hanno trovato in questo il loro business redditizio».

Anche la politica trae molto beneficio dalla diffusione delle fake news. Le bufale sono la nuova strategia del consenso?
«Come ho già detto, le bufale fanno presa sulle paure della gente, offrendo una sicurezza. Mi sembra logico che la politica ci marci sopra, non sono una novità di adesso, c’erano anche al tempo di Hitler. Ma se vai al potere grazie alle bugie, altri potrebbero farti cadere per le tue stesse bugie».

Un vago riferimento al blog di Grillo, da cui lo stesso comico ha preso le distanze? Lei che ha lavorato alla Casaleggio, come ha vissuto la notizia che www.beppegrillo.it non c’entra nulla con Beppe Grillo?
«Ho trovato quella di Beppe una scusa totalmente ridicola: “Io non sono responsabile del mio blog, che è un blog collettivo, anche se si chiama come me”, ha detto Grillo, e lo stesso hanno detto i suoi avvocati. Peccato che, quando lavoravo alla Casaleggio e si trattava di fare un post, la regola è che chiamavamo Beppe e lo concordavamo con lui. E ricordo bene un altro post in cui, in passato, lui prendeva la responsabilità di quel che veniva scritto sul blog. Dire che non si sa cosa viene pubblicato mi sembra una balla. Si noti che i 5 telle non prendono mai le distane dalle bufale che li riguardano o da chi utilizza il loro logo per screditare gli avversari».

Perché, secondo lei?
«Finché il lavoro sporco di screditamento dell’avversario lo fanno gli altri, va bene ed è è più semplice. Piuttosto, viene da chiedersi perché ci sono grillini che non vogliono sentire ragioni, se si scredita il loro leader. Perché in quel momento viene colpito il loro punto di riferimento, questo è inammissibile. Ad ogni modo, al di là del M5S, le bufale oggi sono una strategia utilizzata molto da una certa avanguardia nera, dall’estrema destra. Dalla violenza verbale, spero che la violenza non scenda in strada».

C’è una cura immediata alla falsa informazione?
«Bisognerebbe vaccinarsi, iniziare un lavoro nelle scuole, preparando prima di tutto gli insegnanti, che vanno nel panico quando si tocca l’argomento Facebook. Questo lavoro potrebbe durare 20 anni, ma credo che ne valga la pena».