martedì 25 aprile 2017

Ladro di biciclette

lastampa.it
mattia feltri

Un uomo di ottant’anni è in carcere perché ruba le biciclette. Non sappiamo il suo nome, soltanto le sue iniziali, F.C. Nel quartiere Prati e in centro a Roma lo conoscono in molti proprio perché ruba le biciclette. Le ruba e basta, non per rivenderle: vuole tutte le biciclette del mondo, tutte per sé. Lo conoscono bene anche i poliziotti, che lo beccano sistematicamente, o spesso, e lo prendono, gli dicono forza, coraggio, lo portano davanti a un giudice e in carcere. L’ultima volta era a Regina Coeli, è caduto, ha battuto la testa, e lo hanno ricoverato in ospedale dove è morto. Ecco, ora non ruberà più. 

Sarà venuto in mente a tutti voi Ladri di biciclette, il film di Vittorio De Sica. O anche I soliti ignoti, la scena in cui il ladruncolo Vittorio Gassman è detenuto a Regina Coeli, il carcere di Trastevere che ha quasi quattro secoli di vita. Questo perché nella storia di F.C. c’è la pienezza dell’umanità delle commedie, il destino irreversibile, la solidarietà amara, anche l’umanissima morte in solitudine. Nel dare la notizia, si è subito parlato del sovraffollamento delle carceri: si è detto che ne servono di più, e forse invece servono meno carcerati. Forse serve depenalizzare alcuni reati, perché probabilmente nessuno era contento di vedere il vecchio in cella, non il giudice, non i poliziotti, nemmeno i proprietari delle biciclette, se solo ci hanno pensato su un momento.

È che lo prevede la legge, e quando la legge è così cieca e ottusa, noncurante, così lontana dal sentimento di una comunità, non è più una legge, è un oltraggio.