venerdì 21 aprile 2017

Il cane e Kant

lastampa.it
mattia feltri

Quasi ogni giorno sui siti ci si imbatte in notizie di cani. Il cane che salva il padrone, il padrone che salva il cane, il cane pazzo di gioia per il ritorno del padrone o pazzo di dolore perché il padrone è morto. Ce n’erano anche ieri. La notizia di un cane che guaiva sul corpo senza vita di un cane investito da un’auto. Si aprono questi video, li si guarda e ci si commuove, sempre. A freddo viene da pensare che sono video un po’ ricattatori, di buoni sentimenti a buonissimo mercato. Però c’è qualcosa di più, c’è che da Argo in poi i cani sono stati una misura precisa dei sentimenti di umanità, per usare un termine così stranamente esclusivo della nostra specie. 

Viene in mente, infatti, uno scritto del filosofo franco-lituano di origine ebraica, Emmanuel Lévinas, richiuso in campo di concentramento durante la Seconda guerra mondiale. «Fummo spogliati della nostra pelle di uomini», scrisse. E poi: «Noi non eravamo più nel mondo degli uomini». E però una mattina comparve nel campo un cane, senza padrone e senza nome, che i prigionieri chiamavano Bobby, poiché sognavano l’America e gli americani. I prigionieri partivano la mattina per i lavori forzati e tornavano la sera, e ogni mattina e ogni sera c’era Bobby a salutarli abbaiando gioiosamente. Per i carcerieri no, ma per il cane sì, decisamente sì, Lévinas e gli altri erano incontestabilmente uomini. Il cane fu dunque cacciato, e i prigionieri diedero l’addio «all’ultimo kantiano della Germania nazista».