venerdì 14 aprile 2017

Guardiani, esploratori, guide o messaggeri: l’epopea dimenticata dei cani da guerra

lastampa.it
andrea cionci

“Arruolati” nei reggimenti di Bersaglieri e di Fanteria alla fine del secolo scorso e incaricati in molte missioni durante i due conflitti mondiali: così i cani hanno aiutato le forze armate italiane (e non solo)


Cani sull’Adamello

Se gli amici si vedono nel momento del bisogno, mai come in una situazione-limite come la guerra i cani si sono dimostrati fedeli compagni dell’uomo. I ruoli in cui vennero impiegati nell’’Esercito italiano furono i più vari: soccorritori, guardiani, esploratori, messaggeri, guide, robusti trasportatori di materiali, impavidi di fronte agli scoppi e alle esplosioni. Nelle nostre Forze armate questi animali posero al servizio del soldato le loro migliori capacità, a differenza di altri eserciti che se ne servirono, talvolta, per missioni suicide.

E’ pur vero che, fin dall’antichità classica, Greci e Romani avevano impiegato i cani durante le battaglie, anche per lanciare materiali incendiari contro i nemici, ma fu nel Rinascimento che questi animali iniziarono a comparire in modo organico e stabile nelle milizie. Dal 1800, in poi, il cane cominciò a essere messo alla prova in sempre nuovi addestramenti e impiegato sul campo tanto da meritare la prima medaglia. Si chiamava “Moustache” il mastino francese che, durante la battaglia di Austerlitz fu decorato perché aveva contribuito ad evitare che la bandiera del suo reggimento cadesse in mano nemica. 

In Italia, solo verso la fine del secolo scorso, reggimenti di Bersaglieri e di Fanteria “arruolarono” i primi cani con una fortuna crescente, che toccò il culmine durante le due guerre mondiali. Ancor oggi vi sono reparti cinofili nel nostro Esercito che, nelle aree a rischio dei teatri operativi, se ne servono principalmente – oltre che per compiti di sorveglianza - per scoprire, grazie al fiuto, armi, munizioni, e i temibili IED (improvised explosive device). 



La guerra di Libia (1911) fu il battesimo del fuoco per i nostri soldati a quattro zampe: furono inviati in Nord Africa circa 140 animali, prelevati sia dalla Regia Guardia di Finanza che da privati. Erano accompagnati da 12 soldati e fin da subito vennero impiegati nella ricerca dei feriti, nella sorveglianza e nel trasporto munizioni. Così come riporta l’Ufficio coloniale dello Stato Maggiore, la razza prescelta era quella del pastore sardo: “intelligente, di fiuto finissimo, aggressivo e molto adatto a segnalare nemici nascosti tra le fratte o arrampicati sulle palme”. I risultati soddisfacenti ottenuti sul campo furono testimoniati da quasi tutti i presidi italiani in territorio libico. 



Fu però con la Grande Guerra, che il cane, confrontato al mulo, dimostrò di offrire grandi e utilissimi vantaggi. L’Ufficio storico dell’Esercito ci ha fornito una relazione della brigata Pistoia, del 1916, che ben li descrive. “L’addestramento dei cani non richiede molto tempo, e presto si abituano allo scoppio vicino dei proiettili d’artiglieria. Rispetto ai muli, i cani possono giungere, allo scoperto, in maggiore prossimità della prima linea e il loro mantenimento è di pochissimo costo”.

Il cane infatti, consumava metà della razione di pane e carne giornaliera del soldato e si accontentava dei rimasugli delle cucine. Se il mulo, per il quale, fra l’altro, occorreva un mangime specifico, aveva bisogno di almeno 30-40 litri d’acqua al giorno, al cane ne bastavano 3 o 4. Inoltre, non aveva bisogno del maniscalco e, ben più degli equini, si rivelava resistente agli agenti atmosferici. I cani, inoltre, potevano essere reperiti ovunque e con facilità, tanto che nella Prima guerra mondiale, fra i reparti, vi erano cani di tutte le razze, perfino incroci. 



Ciò che più colpisce è che, a fronte della frugalità del suo mantenimento il cane aveva capacità di trasporto altamente competitive rispetto al mulo. Se quest’ultimo poteva essere caricato a soma con un massimo di 100 kg, il cane poteva trasportare, tramite apposita carretta, ben 60 kg. Appaiato a un altro esemplare, poteva trainare, quindi, un peso addirittura superiore rispetto a quello del mulo. Da non sottovalutare, la spesa per la sua attrezzatura da tiro che era quasi dieci volte inferiore rispetto a quella dell’equino. Nella carretta, spesso si alloggiavano le cassette di munizioni per il fucile ’91 mentre nel basto potevano essere inseriti 30 pacchetti di cartucce, o due proietti d’artiglieria da 87 mm.

La velocità del cane era di circa 5-6 km/h e giornalmente poteva percorrere fino a 27 km. Essendo più piccolo e agile del mulo, inoltre, era sottoposto a una mortalità minima sul campo di battaglia. In una relazione del canile militare di Bologna al Comando supremo si riscontrava una sola perdita, su 30 animali, in quattro mesi di servizio in prima linea. Nel 1916, al fronte, prestavano la loro opera 478 cani, da pastore, da caccia e meticci, dotati di 16 carrette, 182 bastelli e 110 slitte. L’Intendenza emanò una direttiva per il buon trattamento degli animali che dimostra quanto fossero preziosi per il Regio esercito: i conducenti dovevano essere loro affezionati, pulire spesso la cuccia e alimentarli con dosi sufficienti di pane, pasta, carne, riso, latte. Infine, erano tenuti a farli riposare un giorno a settimana. 



Fra i due conflitti, il programma sui cani da guerra conobbe un ulteriore sviluppo. Alla fine degli anni ’30 esisteva un Centro militare apposito presso l’XI Corpo d’Armata di Udine. Qui si selezionavano e addestravano con grande cura solamente pastori tedeschi, destinandoli soprattutto al collegamento, alla guida e al trasporto di ordini, divisi rigorosamente per il tipo di impiego. Aumentarono anche i requisiti per il personale addetto, che doveva essere “volontario e volonteroso, di buon carattere, senza precedenti politici o penali, alfabetizzato e unicamente dedito alla cura del cane”.

Per le bestie furono ideati anche specifici ricoveri antigas, essendo poco pratico provvedere ad apposite maschere. Con lo scoppio della seconda guerra mondiale, l’uso di questi animali fu più limitato rispetto al precedente conflitto, anche grazie allo sviluppo dei mezzi di trasmissione. Furono, però, esplicitamente richiesti, nel 1940, sulla frontiera egiziana, dalle piazzaforti di Tobruk e Bardia: si rivelarono fondamentali come porta ordini, quando i telefoni venivano distrutti dal fuoco nemico, o quando le sabbie, sollevate dal ghibli, rendevano impossibile l’uso di mezzi ottici. 

Dal deserto alla neve: la funzione dei cani come trasportatori di viveri, munizioni, feriti, sopravvisse al fianco dei reparti di Alpini sciatori che, legandosi alle slitte, oltre a guidarli ne venivano anche trasportati. Il pastore tedesco, già ampiamente selezionato e addestrato in Germania presso la scuola di Kummersdorf, ad uso dell’esercito e della polizia germanici, si era imposto non solo in Italia come razza più affidabile per questi impieghi, ma perfino in Giappone dove la fanteria li utilizzava per i collegamenti. 


Durante il secondo confitto mondiale, i cani furono, tuttavia, utilizzati anche in modo cruento dall’esercito sovietico. Il generale Ivan Panfilov fu l’ideatore dei cosiddetti cani-mina. Si trattava di animali addestrati a cercare il cibo sotto i carri armati; venivano poi dotati di un ordigno anticarro e, dopo un adeguato periodo di digiuno, lanciati contro i mezzi corazzati nemici. Il percussore della mina, costituito da una asta rivolta verso l’alto, quando urtava contro il fondo del carro nemico esplodeva, sacrificando l’animale e distruggendo il mezzo.

Il cane-mina, tuttavia, si rivelò un vero boomerang per i russi, sia perché il morale dei soldati ne risentiva, al vedere costretta l’Armata rossa a simili espedienti, sia perché, a volte, le povere bestie non facevano troppe distinzioni di nazionalità e si infilavano anche sotto i carri armati sovietici. Vi fu un caso in cui un’intera divisione russa fu costretta a ritirarsi a causa di questo involontario “ammutinamento” dei cani-mina.