domenica 2 aprile 2017

Gli immigrati fanno solo i lavori che agli italiani non piacciono

lastampa.it
alessandro barbera

Lo studio Inps: l’occupazione straniera non ha legami con i salari bassi Accettano professioni umili, sono flessibili e non rubano il posto a nessuno


I protagonisti dello studio sono 227mila lavoratori di 107.000 imprese (esclusa l’agricoltura) emersi grazie alla più grande sanatoria mai effettuata in Italia, quella voluta a settembre del 2002 dal secondo governo Berlusconi che regolarizzò circa 600mila persone

Quante volte l’avete sentito dire? Quante volte vi siete fatti irretire dalla rassicurante convinzione che gli immigrati rubano lavoro e futuro? Lo sospetta persino Bakari, uno dei giovani africani che ogni mattina pulisce le strade di Roma Nord nel timore di essere arrestato. Non ha bisogno di molto: una ramazza, una paletta, due pezzi di cartone con cui – quasi scusandosi per il disturbo – chiede in italiano qualche centesimo e una manciata di dignità. A Roma l’inefficienza dell’Ama ha raggiunto un livello tale da trasformare truppe di irregolari nel più straordinario spot a favore dell’integrazione. Bakari si aggira attorno a una grande struttura della Polizia, e nessuno sente il bisogno di distoglierlo dalla rimozione meticolosa delle ortiche ai lati di un marciapiede più simile a quelli di Accra che di una capitale europea. Meno male che Bakari c’è: secondo la più classica delle regole del mercato, colma la domanda inevasa di decoro di una città sull’orlo perenne del collasso finanziario.

Gli immigrati non rubano il lavoro agli italiani, né – se regolari – spingono al ribasso i salari. Non è l’opinione parziale di un romano o di anime belle. Lo dice con dati inoppugnabili una recente ricerca di tre studiosi: Edoardo di Porto dell’Università Federico II di Napoli, Enrica Maria Martino del Collegio Carlo Alberto di Torino e Paolo Naticchioni di Roma Tre. Non è l’unico studio sul tema, ma è il primo che censisce un intero campione di immigrati. Lo hanno fatto grazie ad una borsa VisitInps, il progetto voluto dal presidente Tito Boeri che mette a disposizione della ricerca l’enorme mole di dati dell’Istituto di previdenza. I protagonisti dello studio sono i 227mila lavoratori di 107.000 imprese private (esclusa l’agricoltura) emersi grazie alla più grande sanatoria mai effettuata in Italia, quella decisa a settembre 2002 dal secondo governo Berlusconi che regolarizzò 650mila persone.

Le due sanatorie successive furono drasticamente inferiori: nel 2009 furono accolte 222mila richieste su 295mila, nel 2012 passarono appena 60mila richieste su 134mila. Il numero di extracomunitari in rapporto alla popolazione in Italia è volato in quindici anni: dall’1,7 per cento del 1998 all’8 del 2012. Oggi quella crescita è azzerata o quasi: gli immigrati censiti in Italia sono poco più di cinque milioni, due terzi dei quali extracomunitari. In Francia sono 4,3 milioni (ma con un altissimo numero di immigrati di seconda e terza generazione), in Germania i residenti stranieri sono ben sette milioni e mezzo.

Il crollo
Se una volta gli immigrati si fermavano in Italia per cercare fortuna, oggi la gran parte di loro si spinge verso nord. Fra il 2008 e il 2013 i permessi di soggiorno per lavoro sono passati da 738mila a 1.442mila, ma negli ultimi anni la progressione è calata fino ad azzerarsi: nel 2013 sono stati appena lo 0,46 per cento in più dell’anno precedente. Chi non ha potuto avere il rinnovo annuale del permesso è lentamente scivolato nel lavoro irregolare. Danesh Kurosh del dipartimento immigrazione Cgil spiega che la progressiva chiusura dei decreti flussi sta ingrossando il sommerso: oggi quelli che lavorano senza una regolare posizione contributiva sono almeno 500mila. Cosa accadeva quando l’Italia era invece fra i principali Paesi di destinazione e accettava di buon grado le regolarizzazioni? La novità della ricerca Inps è nella precisione dei dati a disposizione: la sanatoria di fine 2002 imponeva alle imprese di assegnare a ciascun lavoratore emerso un codice rimasto negli archivi dell’Istituto.

I numeri
A fine 2003, appena un anno dopo, nove di quei dieci immigrati lavoravano ancora in Italia. Dopo cinque anni erano ancora l’85 per cento. Ma la cosa ancora più sorprendente è che dopo due anni solo il 45 per cento di quel campione era impiegato nella stessa impresa, dopo cinque più di un lavoratore su tre aveva cambiato provincia. «I dati suggeriscono che queste persone erano e sono disposte ad una mobilità che gli italiani non hanno mai avuto», spiega Di Porto. Per intenderci: la probabilità di cambiare impresa per un lavoratore italiano negli ultimi trent’anni è stata appena del 15 per cento. Inoltre «la persistenza nel mercato italiano associata al rapido cambiamento di impresa e residenza dimostra un eccesso di domanda insoddisfatta per mestieri a bassa qualifica». Questi numeri confermano una tendenza che si noterà anche negli anni della crisi.

Linda Laura Sabattini dell’Istat ha fatto notare che mentre i posti scendevano nell’industria, nell’edilizia, nel commercio, gli occupati stranieri aumentavano comunque nei servizi alle famiglie e nella ristorazione: riecco la domanda inevasa. L’evidenza dei numeri Inps non solo conferma l’utilità della forza lavoro immigrata, ma smonta un altro falso mito, ovvero la presunta spinta al ribasso dei salari. Nei dati il fenomeno emerge solo nei primi tre mesi: le retribuzioni medie degli emersi fanno scendere di circa il 16 per cento il salario delle imprese che li regolarizzano. Ma in meno di un anno quel gap si chiude. La sanatoria della Bossi-Fini produsse l’emersione di due-tre lavoratori a impresa nell’arco di tre mesi. Sei mesi dopo il numero degli occupati era lo stesso, a dimostrazione che la gran parte delle aziende, se nelle condizioni di farlo, non aveva interesse ad occupare irregolari.

Raccontare con dovizia di dettagli la storia di ieri aiuta a capire cosa fare oggi e domani. Il ministro dello Sviluppo tedesco Gerd Mueller stima che dall’Italia solo quest’anno potrebbero transitare fino a quattrocentomila persone, il doppio dell’anno scorso, venti volte quelle sbarcate nel 1997. La mera chiusura delle frontiere rischia di scaricare decine di migliaia di Bakari sulle strade italiane. Il ministro Marco Minniti propone di utilizzare i richiedenti asilo nei Comuni e per lavori di pubblica utilità, ma in mezzo a quelle decine di migliaia di persone ci saranno molti migranti economici. Dimenticate per un momento l’esodo di cinque milioni di siriani, o la tragedia della Libia orfana di Gheddafi.

Sui barconi che dal Mediterraneo si spingono lungo le cose siciliane ci sono anzitutto migranti in cerca di fortuna. Giovedì scorso a Pozzallo sono arrivate su una nave 428 persone: più di trecento erano marocchini.Gli emersi dalla sanatoria 2002 erano quasi per la metà (il 45 per cento) dipendenti in due settori, manifattura e costruzioni. Dopo cinque anni quella percentuale era salita al 60 per cento: una conferma in più della tendenza degli immigrati a compensare la scarsa offerta di manodopera. Liliana Ocmim è peruviana, vive in Italia da 25 anni, ha tre figli e fa la presidente del dipartimento immigrati Cisl: «Come è possibile che i giovani italiani all’estero siano disponibili ai lavori umili che qui rifiutano?» La risposta è amara, e dice molto dei problemi del Belpaese.

Immigrati mobili
Negli anni della crisi la salvezza di quegli immigrati è stata ancora una volta la mobilità: «Molti sono rientrati nel proprio Paese dove hanno trovato il lavoro che qui avevano perso», racconta Mohamed Saady, edile e presidente della Anolf-Cisl. Ocmim allarga le braccia: «Questi numeri confermano quanto siano sbagliate le politiche di chiusura. Più il lavoro è irregolare, più aumenta la concorrenza al ribasso». La ricerca dice una cosa chiara: la sanatoria della Bossi-Fini non fu un regalo a persone poi tornate nell’illegalità, ma un riconoscimento a chi già lavorava in Italia ed è rimasto a lavorare in Italia. Uno dei luoghi comuni sugli immigrati vuole che siano un salasso per lo Stato.

E invece è vero il contrario. Pochi giorni fa a Biennale Democrazia Boeri ricordava che i lavoratori stranieri residenti in Italia versano otto miliardi di contributi sociali all’anno e ne ricevono tre in prestazioni. Vero è che molti di loro domani avranno una pensione, ma non tutti: l’Inps calcola che sin qui gli immigrati hanno regalato al sistema previdenziale 16 miliardi di contributi. Spiega Boeri: «Chiudere le frontiere produce solo tre risultati: più evasione contributiva, schiaccia i salari, aggrava i problemi sociali. Per far sopravvivere l’Europa occorre una politica comune dell’immigrazione, una gestione del problema dei rifugiati e la revisione della convenzione di Dublino. Ma è possibile crederci con i populisti al potere in cinque Paesi dell’Unione?».

Twitter @alexbarbera



Torre di Babele dell’occupazione, l’azienda italiana col più alto numero di nazionalità tra i dipendenti
lastampa.it
giacomo galeazzi

In Manutencoop nel 2015 erano complessivamente 3.460, provenienti da 98 diversi paesi e rappresentavano il 21% della popolazione aziendale

Si parlano decine di lingue nella Torre di babele dell’occupazione. Squarci di lavoro quotidiano e testimonianze dall’azienda italiana con il più alto numero di nazionalità tra i propri dipendenti. «Non ho avuto particolari problemi di integrazione anche se all’inizio non è stato facile soprattutto perché, alla fine degli anni ’80, sono stato tra i primi dipendenti di origine straniera a lavorare in azienda- racconta Abdessattar Maatouguj-. E i lavoratori stranieri allora non erano tantissimi nemmeno qui in Emilia Romagna. In particolare dai clienti, ricordo quando lavoravo in un ipermercato della zona, venivo visto in modo “strano”, non erano abituati. Io stesso ero un po’ chiuso poi con gli anni ho cercato di aprirmi di più con gli altri e ora mi sento a casa e a mio agio. Anche la mia famiglia si trova bene, mia figlia, ne sono molto orgoglioso, si è da poco laureata in Economia».

20mila dipendenti e 995 milioni di euro di fatturato
Manutencoop è il principale gruppo attivo in Italia nell’erogazione e la gestione di servizi integrati rivolti agli immobili, al territorio e a supporto dell’attività sanitaria. In estrema sintesi Manutencoop svolge tutti i servizi necessari per «far funzionare» un immobile: dalle pulizie alla manutenzione degli impianti, al riscaldamento passando per la gestione del verde e attività specialistiche a supporto delle strutture sanitarie. Ha sede centrale a Zola Predosa (Bologna), uffici e presidi operativi distribuiti su tutto il territorio nazionale. Conta oltre 20mila dipendenti in tutta Italia e un fatturato che nel 2015 ha toccato i 955 milioni di euro. 


Lavoro a tempo indeterminato e carriera

Originario di Sfax, città situata nella zona centrale della Tunisia, Abdessattar Maatouguj ha 52 anni e vive in Italia dal febbraio 1988 dove è arrivato per motivi di studio a Pavia, dove si era iscritto al corso di laurea in filosofia. Si è spostato a Bologna dove viveva il fratello arrivato in Italia in precedenza. Ha iniziato a lavorare in Manutencoop per mantenersi agli studi nel 1990 ed è stato assunto come addetto alle pulizie all’Istituto Ortopedico Rizzoli. Da subito a tempo indeterminato, come avviene per la maggioranza dei lavoratori in Manutencoop, dopo un periodo di prova di un paio di settimane. Nel 1992 si è sposato con Rim, conosciuta in Tunisia, e per mantenere la nuova famiglia ha iniziato a lavorare a tempo pieno. Progressivamente ha poi abbandonato gli studi anche per riuscire a conciliare il lavoro con l’altra sua grande passione: il calcio.

Per anni ha giocato, infatti, come centrocampista nel Villanova di Castenaso. Oggi Maatouguj ha 2 figli, Marwa di 23 anni che si è da poco laureata in Economia e Commercio a Ferrara e Amir (che in arabo significa “Principe”) che ha 13 anni. In Manutencoop dopo la prima esperienza all’Istituto Rizzoli come semplice addetto alle pulizie ha ricoperto man mano, negli oltre 27 anni di carriera, ruoli sempre di maggiore responsabilità e oggi coordina oltre 100 colleghi (italiani e provenienti da diversi paesi stranieri) che si occupano delle pulizie presso vari clienti di Bologna e provincia come lo Stadio Dall’Ara, il centro commerciale Ipercoop Centronova, l’Ospedale di Budrio. In particolare ogni giorno Maatouguj si occupa della pianificazione delle attività, della turnistica e si relaziona con i referenti dei vari clienti. Visti gli ottimi risultati scolastici, Marwa,la figlia maggiore, ha ricevuto negli anni scorsi una delle borse di studio bandite da Manutencoop per gli studenti più meritevoli figli di dipendenti. 


Abdessattar Maatouguj

“A Natale riposano i cattolici, viceversa per le feste islamiche”
«Oggi coordino oltre 100 colleghi e sperimento ogni giorno cosa vuol dire l’integrazione tra diverse religioni e tradizioni- spiega Maatouguj. Da un punto di vista contrattuale o di organizzazione del lavoro non c’è nessuna differenza tra italiani e stranieri però quando organizzo i turni cerco, per quanto possibile, di andare incontro alle esigenze di tutti. Per Natale, ad esempio, metto in turno i colleghi di religione islamica e lascio di risposo le persone di religione cattolica, viceversa in occasione delle feste islamiche. Lavoro anche con colleghi ortodossi che festeggiano il 7 gennaio e cerco di far riposare loro in quella data. La diversità può diventare una ricchezza a livello organizzativo». E aggiunge: «Non credo sia vero che gli stranieri fanno i lavori che gli italiani non vogliono più fare. O almeno questa non è stata la mia esperienza. Io sono responsabile sia di lavoratori stranieri, sia di tanti italiani. La mia responsabile, italiana, ha iniziato come me facendo le pulizie presso i clienti. Ho iniziato a fare questo lavoro perché avevo bisogno di lavorare e pagarmi gli studi ma mi è subito piaciuto e dopo 27 anni mi piace ancora molto». 

Rivista aziendale anche in arabo e inglese
Manutencoop si caratterizza ormai da anni per una forte presenza di lavoratori stranieri all’interno del proprio organico: al 31 dicembre 2015 erano complessivamente 3.460, provenienti da 98 diversi paesi e rappresentavano il 21% della popolazione aziendale. I cinque paesi principalmente rappresentati sono: Marocco (420), Albania (346), Filippine (307), Romania (320), Perù (176). Il 98% del personale complessivo del gruppo è assunto a tempo indeterminato. La presenza di lavoratori stranieri in organico è costantemente in crescita da oltre 15 anni: già dal 2004 la rivista aziendale “Ambiente” prevede traduzioni in arabo ed inglese. Allo stesso modo da anni vengono tradotti in diverse lingue vari manuali operativi. A tutti i dipendenti Manutencoop propone varie iniziative di welfare aziendale: borse di studio per i figli dei dipendenti (285 borse nel 2016 per complessivi 255.000 euro) attribuite esclusivamente per merito, assistenza sanitaria gratuita, campi estivi e centri estivi residenziali estivi gratuiti per i figli dei dipendenti. 

“Un settore in cui c’è lavoro e c’è per tutti”
Andrea Paoli è il nuovo Direttore del personale e dell’organizzazione. E’ stato nominato da pochi mesi dopo oltre 11 anni di carriera in azienda dove si è occupato prevalentemente di Relazioni Industriali in tutta Italia ovvero ha gestito i rapporti con tutte le organizzazioni sindacali del settore in cui opera Manutencoop. Quarantasei anni, originario di Cles in provincia di Trento, dopo la laurea in ingegneria elettronica, Paoli ha lavorato in diverse aziende, tra le altre Gewiss e gruppo Hera, passando dall’ambito dell’organizzazione aziendale al settore delle Risorse Umane. Vive a Imola (Bo) e ha due figli. «Da noi lavorano oltre 3000 persone nate all’estero pari al 21 % del totale- afferma Paoli-.

E’ una percentuale elevata ma non dimentichiamo che il restante 79% è costituito da italiani, che rimangono comunque la maggioranza. Se poi guardiamo alla distribuzione territoriale abbiamo una presenza di stranieri praticamente assente nel centro-sud e superiore alla media nel nord, con percentuali elevate in Emilia Romagna. Non direi che ci sia una diversa specializzazione». Paoli crede invece che «il lavoro che offriamo sia appetibile, sia per gli italiani che per i cittadini di origine straniera, principalmente per la stabilità che riusciamo ad offrire: il 98% del nostro personale, non va dimenticato, è inquadrato con contratti a tempo indeterminato ed operiamo in un settore in cui c’è lavoro e ce n’è per tutti. Eroghiamo servizi, penso alle pulizie o alle manutenzioni in un ospedale, che sono a tutti gli effetti servizi pubblici essenziali». 


Andrea Paoli

“Stabilità e continuità occupazionale fanno la differenza”
Secondo Paoli «la stabilità e la continuità occupazionale che un’azienda riesce a garantire fanno la differenza e sono i presupposti per una reale integrazione. Un lavoro stabile e prospettive certe sono condizione essenziale per la realizzazione di un progetto di vita personale e familiare, sia per gli italiani sia per gli stranieri». E, sottolinea, «la storia di Abdessattar è da questo punto di vista esemplare. E’ una storia di integrazione e riscatto sociale attraverso il lavoro» . Inoltre Manutencoop «oltre a garantire opportunità di lavoro stabili», cerca anche di «supportare i dipendenti con l’offerta di iniziative di welfare aziendale rivolte principalmente alle famiglie. Penso alle borse di studio per i figli dei dipendenti o ai campi estivi nati con l’obiettivo di favorire la conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro». Progetti di questo tipo, dedicati alle generazioni future, conclude Paoli, sono un ulteriore occasione di integrazione. E’ per noi motivo di orgoglio vedere come ogni anno siano sempre di più i ragazzi e le famiglie di origine straniera che scelgono di partecipare.