sabato 29 aprile 2017

Fakebook

lastampa.it
mattia feltri

È ormai chiaro a tutti che le fake news, in italiano notizie false, non sono un’invenzione dei nostri tempi. Era già una notizia leggermente esagerata, cinquemila anni fa, la natura divina del faraone, e dunque nessuno stupore davanti all’ammissione di Facebook: organizzazioni governative e politiche ci usano per spacciare o ampliare notizie false, e condizionare la vita pubblica e le elezioni. Semmai la differenza sta nei social che hanno esteso fino all’ultimo balordo da tastiera il potere di costruire e diffondere realtà parallele, e pure questa è democrazia. Ma la novità sembrerebbe un’altra: la pratica è così globale che ormai si raccontano bufale senza paura di essere smentiti, perché non c’è smentita che reggerà. 

Da giorni Luigi Di Maio va sostenendo che l’espressione «taxi del mare» per i barconi è stata usata da Frontex e che dalla stessa Frontex viene l’accusa alle Ong di essere in combutta con gli scafisti. Non è vera la prima né la seconda affermazione, i giornali ne hanno preso atto, ma per Di Maio è come se non fosse successo nulla. La spericolata uscita del procuratore di Catania, secondo cui poche (poche) Ong forse (forse) hanno rapporti con i trafficanti, è evoluta a epigrafe scolpita nel marmo che ha consentito a Matteo Salvini la sentenza anti-migranti («siamo di fronte a un’invasione organizzata, finanziata e pianificata») e al Vaticano la sentenza pro-migranti («sulla loro pelle sta emergendo un ennesimo scandalo»). Davvero straordinario: un’unica falsità al servizio di opposte verità.