martedì 4 aprile 2017

Così volle essere sepolto Dino Ferrari: in camicia nera e con il labaro del Msi

ilgiornale.it
Pietro Cerullo - Mar, 04/04/2017 - 07:56

L'incredibile celebrazione di un funerale "fascista" nell'Emilia rossa del '56



Correva l'anno 1956, studiavo al Liceo Classico Statale Muratori di Modena e ricoprivo la carica di segretario provinciale giovanile del Msi. Il 30 giugno si ebbe notizia della morte di Dino Ferrari, primogenito del Commendatore, da tempo malato di distrofia muscolare.Brillante ingegnere, era coinvolto nel progetto per la realizzazione del nuovo motore a sei cilindri a V da 1500 cm3, che debutterà dieci mesi dopo con il nome «Dino».

Fui chiamato al telefono dalla segreteria della Ferrari e invitato ad un incontro nella sede di Maranello. Appena giunto, fui introdotto alla presenza del patron Enzo Ferrari. L'avevo già visto in città, anche perché da tempo frequentavo il Caffè Ristorante La Fontana, in Largo Bologna, ritrovo dei piloti della sua Scuderia, che alloggiavano all'Hotel Reale, sul lato opposto della piazza. Avevo fatto confidenza con Ascari, Musso, Castellotti, Perdisa... A volte portavo per loro pellicole a Milano, per lo sviluppo di fotografie a colori, non praticato allora a Modena. Tuttavia ero emozionato al cospetto dell'austero e imponente personaggio e perplesso circa i motivi dell'incontro.

Mi disse subito che adempiva un desiderio del figlio Dino. Dino, mi disse, avrebbe voluto da anni iscriversi al Msi; vi aveva rinunciato per riguardo all'azienda, date le circostanze di luogo e di clima politico. Vicino a morire, però, aveva chiesto al padre d'essere sepolto con indosso la camicia nera e di avere al funerale il labaro del Raggruppamento Giovanile missino. Pienamente consapevole dei probabili inconvenienti conseguenti, Lui intendeva onorare la volontà del figlio.

Così, il Labaro del RR.GG. del Msi di Modena, intitolato alla Dalmazia e all'Istria, scortato da me e da altri numerosi giovani militanti, accompagnò il feretro di Dino Ferrari. Senza, in verità, un segno né una voce di dissenso, in una terra di comunisti, che nell'occasione seppero tacere e rispettare, non certo per noi, ma per il grande vecchio.

Il quale, è vero, figurava puntualmente fra i generosi sponsor delle annuali Feste dell'Unità, ma in cuor suo doveva consentire con Dino, se in seguito potei accompagnare a cena, nella sua casa di Maranello, sia Almirante sia De Marzio. E fui invitato al rinfresco in occasione della laurea honoris causa in ingegneria meccanica, conferitagli dall'Università di Bologna, presenti anche ex esponenti del Fascismo, di tutto rilievo, quali Cacciari (quello fascista e «repubblichino»...) e Franz Pagliani (luminare di medicina ma, soprattutto, responsabile delle Brigate Nere in Emilia nel tempo crudele della Guerra Civile).

Era l'anno 1960.